Sfogarsi sul cibo: ecco come smettere
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Sfogarsi sul cibo: ecco come smettere

Quando il cibo cessa di essere nutrimento del corpo e diventa compensazione di un vuoto, devi trovare fonti di benessere meno effimere: ecco come farcela

Da anni la psicologia ha posto grande attenzione ai disturbi dell’alimentazione: anoressia, bulimia e altre forme di disordine alimentare sono state studiate e sono stati sviluppati diversi tipi di approccio terapeutico. Paradossalmente, questa attenzione ha via via messo in ombra un altro comportamento alimentare sbagliato, che non rientra nelle patologie, ma che è molto più diffuso, quello che popolarmente chiamiamo: “sfogarsi sul cibo”. È qualcosa che conosciamo tutti o perché l’abbiamo fatto in alcuni periodi della vita o perché conosciamo qualcuno che utilizza questa modalità per gestire i momenti difficili.

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Sfogarsi sul cibo: e se fosse una vana ricerca di equilibrio?

Gli effetti dello "sfogarsi sul cibo" sono evidenti: aumento di persone in sovrappeso, di patologie cardiovascolari e del metabolismo (come il diabete), e di una generale trascuratezza per la salute psicofisica. Lo schema è semplice: la persona sta vivendo un periodo di notevole tensione emotiva, che non riesce a contenere o a elaborare a livello psichico e mentale e trova, nello sfogarsi sul cibo o nel mangiare sempre di più, lo scarico a questa tensione e un equilibrio, per quanto insalubre e precario.

Quando il cibo è l'unico piacere

Lo sfogo nasce da una difficoltà che la persona ha con il principio del piacere. Se riversiamo le nostre tensioni sul cibo dobbiamo chiederci: "Nella mia vita, a parte il momento in cui mangio, ci sono aspetti e ambiti in cui sono realmente appagato?". Ognuno di noi vive il piacere a modo proprio, in esperienze anche molto diverse da quelle degli altri, sulla base di come si è sviluppata la sua personalità. C’è chi lo vive principalmente a livello relazionale (amore, sessualità, affetti, amicizie, vita sociale); chi lo ottiene soprattutto dal lavoro, inteso sia come attività sia come risultati; chi lo ricerca in passioni e interessi specifici come gli hobby, lo sport, l’arte e la cultura; e chi lo trova negli aspetti spirituali dell’esistenza. Individuare quali siano le proprie fonti principali di entusiasmo, di appagamento, di gratificazione o di soddisfazione è fondamentale per una valutazione complessiva della propria situazione. E lo è ancor di più se ci sfoghiamo sul cibo.

Sfogarsi sul cibo: un gesto simbolico

Sfogarsi sul cibo appaga in un sol colpo - o meglio, tenta di appagare - tutto il piacere mancante nella vita di ogni giorno. È un bisogno che scatta quando nella persona, sottoposta a una serie di difficoltà, impegni, preoccupazioni e responsabilità, le tensioni derivanti da questi ambiti si sommano alla tensione derivante dall’accumulo di energia vitale inutilizzata legata al piacere. È come se ci fosse una soglia oltre la quale la tensione complessiva deve fuoriuscire e prendere forma attraverso un gesto, attivo sia sul piano concreto sia sul piano simbolico. E, in questo senso, il “portare dentro” il cibo, il “provare gusto” e anche “l’azzannare” l’alimento, costituiscono azioni che fanno vivere non solo il piacere non vissuto, ma anche quello che viene ripetutamente frustrato: mancati riconoscimenti sul lavoro, essere obbligati a fare un’attività che non piace, fare una vita quotidiana soltanto dedita ai doveri, avere un’attività sessuale poco gratificante, non poter dare spazio al proprio istinto creativo e via dicendo.

Come dire addio alle compensazioni alimentari

Abbiamo dunque bisogno di uno sguardo attento e raffinato sul panorama della nostra vita, per riattivare le personali sorgenti di benessere, senza le quali siamo costretti a mettere in atto delle compensazioni. Ed ecco anche perché molte diete dimagranti non possono funzionare anche se basate su giuste teorie medico-nutrizionali: devono essere accompagnate da una riattivazione, specifica per ognuno di noi, del principio del piacere. Altrimenti queste stesse diete, togliendo l’unica fonte rimasta di gratificazione (il gusto), non otterranno altro che un aumento della fame e, di conseguenza, un rapporto squilibrato col cibo.

Sfogarsi sul cibo: quando "significa" poca gioia di vivere

Entusiasmo è una parola che deriva dal greco antico e vuol dire “sentirsi ispirati”, da una dimensione superiore esaltante e appagante. È qualcosa che ha a che fare con una “corrente di piacere” che ci percorre e che ci fa attingere a energie che a volte non sappiamo neanche di avere. Provare spesso entusiasmo favorisce il peso forma o addirittura un dimagrimento, perché smuove energie che altrimenti resterebbero stagnanti nel tessuto adiposo. Ebbene: è molto difficile che una persona entusiasta si sfoghi sul cibo perché, in qualche modo, è già appagata dalla sensazione di benessere derivante da quel che sta facendo.

Sfogarsi sul cibo può nascondere un forte stress

Chi vive in modo stressante, facilmente mangia in modo stressato. Ciò significa che il momento del pasto non è sereno, ma diventa un ulteriore banco di prova su cui esercitare la fretta quotidiana e l’atteggiamento “prestazionale” che ad essa si associa. Si corre nella vita e si corre a tavola: e correre a tavola non significa mangiare la stessa quantità di cose, ma di più, perché il centro nervoso della sazietà si attiva dopo 20 minuti dall’inizio del pasto e nel frattempo noi abbiamo già ingerito altro cibo. In questi casi è necessario riorganizzare lo stile di vita. La persona sta letteralmente aggredendo il tempo, “ingurgitando” un impegno via l’altro. Frenare, rallentare: occorre un atteggiamento diverso verso il cibo ma più di tutto serve tornare a vivere la giornata gustandosela. Non è pensabile dimagrire quando il gusto della vita è bandito dalla vita stessa.

Se l'abbuffata esprime la rabbia repressa

Mangiare con foga, masticare con furia, triturare il cibo fin quasi ad azzannarlo: se diventa lo stile del nostro stare a tavola (e anche nei fuori pasto), è una spia del fatto che c’è molta rabbia repressa. Spesso si tratta di desideri e di soddisfazioni frustrate, che possono riguardare ambiti anche molto differenti: siamo arrabbiati col partner perché non ci sentiamo capiti, siamo contrariati sul lavoro perché non veniamo riconosciuti e nessuno ci gratifica, ce l’abbiamo con la vita perché le cose, in generale, si sono fatte troppo faticose (anche se, in realtà, spesso siamo noi ad aver contribuito a renderle così). È dunque necessario individuare queste contrarietà e dar loro voce in modo sano, sia perché è l’unico modo per avere possibilità di risolverle, sia perché, nel tempo, rischiamo di produrre un sovrappeso proporzionale alla rabbia e alle frustrazioni trattenute.

Cosa fare? Tre regole pratiche

No ad atteggiamenti repressivi

Quando si accorgono di esagerare con il cibo, alcuni si auto-impongono, razionalmente, delle regole molto limitative, senza però cambiare nulla nello stile di vita e nella mentalità. È controproducente: da un lato produrrà una ancor più irrazionale voluttà nel gettarsi sul cibo, dall’altro creerà nervosismo e frustrazione.

Rallenta ritmo e masticazione

È determinante: fare le cose più lentamente ci fa sentire che le stiamo facendo, ce le fa gustare ed elaborare; così come masticare più lentamente ci fa dare gusto e consistenza a ciò che stiamo mangiando. Si tratta di tornare ad assaporare il tempo e il cibo, essendo più presenti a se stessi. In quello stato d’animo non è possibile abbuffarsi.

Parla meno durante i pasti

Non si dice di fare silenzio assoluto, ma parlare di continuo impedisce di percepire quanto si mangia e il gusto degli alimenti, con conseguente aumento della quantità ingerita. Parlare poco ci aiuta a essere più presenti a noi stessi e a modulare meglio l’alimentazione, ma anche a non impregnare i cibi con i contenuti emotivi - e magari stressanti - di cui si parla.

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