Perché commetto sempre gli stessi sbagli?
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Perché commetto sempre gli stessi sbagli?

Se cadi nei medesimi stessi errori in amore, in famiglia, o sul lavoro, sei vittima di una testardaggine che "regala" disistima: ma cambiare atteggiamento è facile!

Il proverbio “sbagliando s’impara” è uno dei più conosciuti. Gli errori sono inevitabili nell’esperienza umana e da essi bisogna trarre insegnamento, se si vuole sopravvivere ed evolvere. La maggior parte dei progressi nasce dagli sbagli: tante esperienze maldestre per approdare al risultato giusto, tante vie sbagliate per trovare finalmente la propria. Qualcuno è più intuitivo o fortunato e ha quindi bisogno di meno errori; qualcun altro è più candido e sfortunato, e ci mette più tempo, ma, in generale, chiunque può trasformare uno sbaglio in un tesoro di conoscenza: cosa non ripetere, i tranelli da evitare. Eppure la ripetizione degli stessi errori sta diventando una pericolosa abitudine, quasi uno stile di vita.

Certi errori parlano di noi: scopri perchè

Un’insistenza che fa solo danni

La psicologia classica aveva individuato più di cent’anni fa, la cosiddetta “coazione a ripetere” gli stessi schemi fallimentari, non di rado ereditati dai genitori o dai nonni. E la neurobiologia, negli ultimi decenni, ha mostrato che esiste un’inerzia del sistema nervoso per la quale si tende a rifare le stesse cose nelle stesso modo. Inoltre la psicologia psicodinamica ha evidenziato come il riuscire a fare tesoro di un errore implichi una serie di aspetti per nulla ovvi: elasticità mentale, umiltà, discernimento, volontà, determinazione, coraggio.

Impara... a imparare!

Tutto noto, ma sembra che oggigiorno molti individui abbiano perso la capacità innata di imparare dagli errori. Anzi, li ripropongono come se, insistendo, qualcosa potesse cedere e cambiare secondo il loro volere. Ad esempio: uno vede che, col suo modo di fare, fa soffrire il partner e incrina il rapporto, ma prosegue nella sua azione. Poi cambia partner e accade lo stesso, e poi ancora lo stesso: per lui l’errore è dei partner che non capiscono la “giustezza” del suo comportamento. Oppure: uno vede che, sul lavoro, ha fatto un errore, ma lo difende in ogni modo come se fosse la cosa giusta: argomenta, s’infervora, fa figuracce, pur di non ammettere lo sbaglio. Un genitore sbaglia con un figlio ma non cede, qualcuno offende un amico ma non ne prende atto.  Come uscire da questa specie di sindrome? Innanzitutto con la comprensione del fenomeno. La questione è legata al tema dell’orgoglio: prendere atto di un errore significherebbe ammettere una sconfitta, una perdita di valore, per una persona che vive le relazioni come rapporti di forza e di potere, spesso legati all’immagine di sé. Ma perché questa fiammata d’orgoglio avviene proprio ora? Forse perché la società occidentale è oggi spinta da una tecnologia che ormai “va da sola”, velocissima e inarrestabile, e che offre strumenti che spingono l’individuo a un senso di onnipotenza: distanze annullate, connessione continua col mondo, applicazioni che permettono cose un tempo impensabili.

Fermare la ripetizione salva la vita

Domina insomma uno stile di vita narcisistico, nel quale se non funzioni, se cedi un attimo, se ammetti di aver sbagliato, sei fuori dai giochi. Tutto ciò decuplica l’orgoglio personale e lo fa diventare una difesa cieca e intransigente delle proprie azioni, costi quel che costi: affermare un errore, forzare le cose affinché sia il proprio errore a vincere e non quello di un altro, paradossalmente, è considerato “da vincenti”. E il danno è incalcolabile, perché l’errore continua la sua delirante corsa senza nessuna istanza critica capace di fermarlo. Capire questo è veramente fondamentale: uno sbaglio non diventerà giusto solo perché lo si ripropone dieci volte: il danno, piuttosto, sarà dieci volte maggiore.

Chi sbaglia, dentro di sé, sa di sbagliare

Anzi, capita che si renda conto che molte delle sue presunte sfortune non sono altro che auto-sabotaggi. Per questo dopo una prima fase in cui tiene duro e lotta contro il mondo pensando di aver ragione, ne vive una seconda in cui l’autostima crolla e si sente uno incapace di correggere la rotta pur vedendo ogni volta l’iceberg di fronte a sé. L’unica soluzione efficace per disinnescare il problema è smettere di giudicare. Consiste nel dirsi: "C’è una parte di me che ogni volta mi porta in una direzione sbagliata. Cosa vuole? Cosa non sto vedendo di me stesso? Quali emozioni si affacciano quando accade? Non devo correggerla: questa parte è “più forte di me” e l’ha dimostrato mille volte. Devo iniziare ad affidarmi a lei". Si può iniziare ad esempio a darle un nome, a immaginare com’è fatta, che aspetto ha. Angela, che era arrivata a odiarsi per la sua tendenza a mandare a monte i rapporti di lavoro a causa della rabbia che covava dentro, ha iniziato a chiamare quel suo lato col nome di Zoe. Zoe era la sua parte selvaggia, scatenata ma sincera e passionale. Angela era la brava ragazza, tranquilla e un po’ ordinaria, che ogni tanto non si tratteneva e diceva cose di cui poi si pentiva. Angela ha iniziato a immaginare di avere accanto Zoe, giorno per giorno; ha iniziato a parlarle, a chiedersi: cosa farebbe Zoe? In pochi mesi la sua vita è cambiata, la rabbia si è trasformata in energia creativa grazie alla quale ha trovato un lavoro che la soddisfa pienamente.

Conta anche il contesto

Ribaltando la famosa frase di Einstein, potremmo dire che la follia in questi casi è fare sempre la stessa cosa aspettandosi sempre lo stesso risultato. A volte si sbaglia perché, in un’occasione del passato, l’azione di oggi aveva funzionato e ora la si ripete come se le condizioni non fossero cambiate. Invece tutto il resto è diverso! Ciò che va bene in un caso, spesso non va bene in altri. Cerchiamo quindi di sviluppare un’elasticità mentale che ci permetta di modulare il nostro agire sulle situazioni del momento, e non su uno schema sclerotizzato nel passato. Del resto, basta leggere la biografia di un condottiero, di un esploratore, di uno scienziato, ma anche la storia di una civiltà, per vedere come il “tirare dritto” sia pericoloso, mentre il riconoscimento dell’errore sia uno strumento salvifico ed evolutivo. Il passato dell’umanità è, in sostanza, la storia di enormi errori e, al contempo, di progressi nati dall’evitare errori già affrontati.

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