Come vincere il senso di vuoto e l’insoddisfazione
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Come vincere il senso di vuoto e l’insoddisfazione

A volte ci sentiamo alla deriva, apatici, spenti e rassegnati: in questi casi non serve affannarsi a cambiare vita, occorre iniziare a guardarsi dentro 

Tutti abbiamo conosciuto le tempeste della vita, quei periodi in cui accadono eventi che ci travolgono. Ma la vita non è solo un’alternanza di proficua navigazione e periodi di tempesta, c’è un’altra condizione spiacevole che tutti prima o poi dobbiamo affrontare: è la bonaccia, l’assenza di vento, quella situazione in cui la nostra vita è come una barca immobile in mezzo all’oceano, cioè in mezzo al nulla, e non va da nessuna parte. Ci lasciamo vivere, immersi dentro routine più o meno stressanti, come ingranaggi di un meccanismo che non possiamo controllare. E a volte la bonaccia diventa una palude che minaccia di inghiottirci. "Sono sposata da 15 anni e ho due figli", racconta Eva, 40 anni, in una e mail alla redazione di Riza psicosomatica. "La mia vita ormai è questa qua. Impegni, doveri, la casa, il lavoro, le cose da fare. Mi sento un’ingrata, dovrei essere felice: invece mi sento sprofondare sempre di più in un torpore totale, un senso di vuoto che mi spaventa. Mi appassiono solo guardando una serie alla tv o in cucina. Infatti ho messo su 15 chili in questi anni. Un chilo all’anno, a tenere il tempo, da bravo soldatino".

L’insoddisfazione non dipende dall’esterno

Per alcuni la causa dell’insoddisfazione è il matrimonio o la famiglia, per altri il lavoro: cerchiamo sempre un motivo esterno ai nostri malesseri interiori. È un modo per dare loro un nome e riuscire a controllarli. Così però passiamo anni a lamentarci perché “lui” non è più quello di prima, i figli sono ingrati, il capufficio non ci capisce… Senza capire che il vero problema non sono quasi mai le cose fuori, ma il modo in cui le viviamo.La vera via del benessere consiste nell’iniziare a guardarsi dentro, nel concedersi di incontrare le nostre fragilità. Solo nell’incontro con noi stessi ci liberiamo dei pesi che ci impediscono di realizzarci. La prima cosa da fare allora è guardare ciò che accade senza dare giudizi o cercare soluzioni: cosa sto provando? Di solito questo genere di disagi si presenta con una serie di sintomi che è facile riconoscere:

  • Senso di insoddisfazione: "Non ho fatto niente di buono, niente di speciale, niente di davvero importante o che almeno mi rispecchi davvero"
  • Senso di vuoto: "Nella mia vita non c’è niente capace di darmi la scossa, è sempre tutto uguale e grigio"
  • Calo del desiderio: "Non ho più voglia di fare niente e niente è in grado di farmi smuovere, sono apatico"
  • Rassegnazione: "Ormai è andata così, ho perso le mie occasioni, la vita è questa qua"
  • Fame emotiva: "Mi metto davanti alla tv e vivo le vite dei personaggi, sempre meglio della mia… e intanto mangio!"

Se l’insoddisfazione diventa depressione

Se ci ostiniamo a pensare che il problema sia raddrizzare un matrimonio o trovare il lavoro perfetto, allora possono succedere due cose: la prima è che a un certo punto la bonaccia diventa palude, l’apatia diventa tristezza, la rassegnazione diventa depressione. L’umore cambia da grigio a nero, siamo sempre molto giù e tutto sembra fosco e senza speranza. Questa evoluzione arriva quando percepiamo, inconsciamente, di aver rinunciato nella vita a qualcosa di fondamentale e pensiamo di averlo perso per sempre – un talento, un’occasione: "Ho lasciato il lavoro che mi piaceva per sposarmi e fare figli e ora cosa mi rimane? Un pugno di mosche, ormai ho perso il treno per sempre", dice Marta, 53 anni, separata.

La cosa da capire è che il mondo interiore, l’inconscio, cerca costantemente di curarci e lo fa proprio mandandoci quelle che noi pensiamo siano malattie. Cosa fa infatti la depressione? Ci porta giù, sempre più giù, nel buio, nel silenzio, la dove le parole e le frasi che ci ripetiamo come un mantra svaniscono. Ci azzera, o meglio azzera la parte più superficiale di noi, fatta di credenze convizioni, luoghi comuni, giudizi, senso di colpa, aspettative. E cosa resta, giù nel profondo? Le radici, che stanno sempre nel profondo della terra. La depressione ci riporta al nostro terreno originario perché solo lì stanno le radici di ciò che siamo. Solo dalle radici interne può rinascere ciò che pensi di aver perso all’esterno. Solo tu puoi ricreare la tua felicità, se fai tabula rasa dei pensieri e ti affidi alla tua parte più silenziosa, originale, spontanea, unica.

Se il senso di vuoto diventa ansia

La seconda evoluzione invece si manifesta con improvvisi e sempre più frequenti attacchi di ansia o di panico, che possono coglierci nella veglia o anche nel sonno. La bonaccia allora si trasforma in una tempesta tutta interiore: razionalmente, almeno all’inizio, pensiamo che arrivi per un motivo esterno (i figli, il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni). In realtà quelli sono solo pretesti. L’ansia arriva quando percepiamo, inconsciamente, che qualcosa dentro di noi potrebbe finalmente rompere la routine che ci blocca, ma nello stesso tempo ne abbiamo paura perché quella routine, quei pensieri, quei ruoli da cui ci sentiamo immobilizzati, sono anche una protezione, uno scudo da cui è dificile separarsi.

Siamo identificati in una divisa mentale e guarire vorrebbe dire far morire quell’involucro, che ormai confondiamo con noi stessi, e questo ci spaventa. Ma l’ansia continua a tornare per rompere la routine, per non farci adagiare nella bonaccia, per contattare, anche se ci spaventano, desideri e bisogni che da troppo tempo non ci concediamo. Quando finalmente accogliamo quell’ansia nella nostra vita, le energie bloccate iniziano a scorrere e noi possiamo camminare su un sentiero più autentico, in cui incontriamo ciò che davvero fa per noi. Continua: la prossima settimana la seconda parte...

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