La paura dell'abbandono si supera solo così
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La paura dell'abbandono si supera solo così

Una relazione finita, un figlio diventato grande, un'amicizia spenta: la paura dell'abbandono spinge a trattenere chi dovremmo lasciar andare, a caro prezzo...

Se una relazione d’amore è finita o se il partner non ci ama più, non dobbiamo trattenerlo; se un’amicizia ha fatto il suo corso e le strade si separano, non può essere forzata; e se per un figlio è giunto il momento di staccarsi dalla famiglia per andare in autonomia verso la vita, bisogna lasciargli la possibilità di farlo. Una massima di buon senso che si affaccia molto spesso nelle relazioni affettive ma che spesso non viene rispettata per paura dell'abbandono.

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Paura dell'abbandono o timore del nuovo?

La vita ci chiede di non fermare il divenire delle cose, il fluire, il dinamismo dei cambiamenti, perché sarebbe contro la vita stessa. Ogni volta che infrangiamo questa regola otteniamo l’esatto contrario di ciò che speravamo: infelicità nostra e dell’altro, rapporti morbosi, situazioni caotiche. I tre esempi fatti poche righe sopra non sono casuali: i rapporti nei quali la paura dell'abbandono è più forte sono quelli tra partner tra amici e tra genitori e figli, perché entrano in campo i nuclei più profondi della personalità.

Gli effetti indesiderati della paura dell'abbandono

Come rimediare a questa situazione? La prima cosa da fare è provare a prefigurarci le conseguenze della paura dell'abbandono che porta a voler trattenere a tutti i costi, perché spesso, presi dall’emotività e dalla paura, non ci pensiamo. Invece dobbiamo farlo. Appariranno scenari inquietanti: il rapporto di coppia diventa il luogo di sofferenze e di frustrazioni, di conflitti e di rancori; un rapporto di amicizia perde di spontaneità e l’ormai ex amico si sente in dovere di darci qualche contentino di presenza per non deluderci; il figlio o la figlia ormai grandi individuano nel genitore il principale ostacolo alla loro autonomia e alla loro felicità, e inizieranno a rinfacciare tutto ciò che non possono vivere a causa di un amore genitoriale che ha esagerato nel possesso e nella protezione.

La falsa giustificazione delle buone intenzioni

Molti purtroppo sono convinti di agire in tal modo non per paura dell'abbandono, ma sulla base di buone intenzioni, di sentimenti sinceri e autentici. Dobbiamo comprendere che si tratta di un comportamento controproducente, da eliminare al più presto, anche perché chi lo subisce non sente amore ma vessazione, costrizione, mancanza di rispetto della propria libertà e dei propri diritti. Di più: si sente disconosciuto nella propria essenza e nella propria trasformazione; per certi aspetti si sente tradito. E in fondo è così: l’amore che trattiene rischia di diventare un tiranno, un carceriere, un egoista. Amare una persona non significa possederla o pensare che il suo bene debba essere deciso dalle nostre angosce di separazione.

La crisi arriva per sgretolare la paura dell'abbandono

Occorre spostare l’attenzione su noi stessi. Non sui nostri bisogni egoistici, ma sulla nostra persona intesa in senso più ampio. Quando un genitore non vuole lasciar andare un figlio, quasi sempre è perché la sua esistenza non è abbastanza soddisfacente; quando non si lascia andare un’amicizia che è finita, quasi sempre è perché la propria vita è ferma, non c’è sviluppo, si è preda di una visione limitata e talora egocentrica; quando non si lascia andare un partner che visibilmente non ci ama più, quasi sempre è perché non riusciamo a rinnovarci, siamo diventati dipendenti, non vogliamo prendere in mano la situazione in modo adulto. Battiamo i piedi, ci intestardiamo, a volte manipoliamo, come se non sapessimo che l’amore può essere soltanto spontaneo, e non forzato. Non significa che non si debba provare dolore per qualcosa cui si tiene e che purtroppo finisce, quantomeno in quella forma. È normale provare dolore. Ma tutti questi tentativi di non lasciar andare sembrano esprimere proprio questo: la difficoltà di affrontare un passaggio doloroso ma evidentemente necessario.

Ammetti la tua fragilità: solo così impari a vedere davvero l’altro

Impedire a un rapporto di trasformarsi in altro esprime un atteggiamento psicologico di dipendenza. Voler bloccare tutto parla di una persona che si appoggiava a quel rapporto, compensando così insicurezze, solitudini e, forse, anche una certa difficoltà nel prendere in mano alcuni aspetti della propria individualità. Il cambiamento in arrivo potrebbe essere un’opportunità di crescita e di trasformazione. Ma chi non si accorge di avere questo tratto di personalità dipendente non vuole saperne di considerare questa opzione. Spesso anzi più la persona è insicura, più pensa che il suo problema sia solo esterno: "Sto male perché lui se ne va". Invece no: il dolore viene da dentro, l’altro è solo un riempitivo. Non si soffre per l’altro ma per se stessi: perché la sua scomparsa causerà un vuoto a noi. Accogliere quel vuoto è il primo passo per diventare adulti completi.

Non rivivere tutto nella mente: cedi alle lacrime e poi rinasci

Rimuginare, rivivere continuamente nella mente i momenti di discussione, litigio o rottura, ripetersi le proprie ragioni infinite volte, fantasticare di momenti risolutivi in cui si possa dire finalmente tutto e far tornare magicamente l’altro sui suoi passi; sono tutte operazioni con cui cerchiamo di tener duro per far passare il dolore, ma ottengono il risultato opposto: lo prolungano all’infinito. E spingono a continui: rimproveri, scenate, musi lunghi, implorazioni e preghiere, tentativi di colpevolizzare l’altro e così via. L’alternativa c’è: si tratta di cedere al dolore. Ma un dolore puro: senza commenti, senza cause, senza soluzioni. Bisogna cedere e smettere di lottare, lasciare che il dolore ci invada, separarlo dall’esterno, dall’altro, e dai pensieri: non più “sto male perché” ma “sto male” e basta. Sentirlo nel corpo, fargli spazio, abbandonarsi a lui. Solo così la vera origine del dolore, che non è mai l’altro ma la nostra insicurezza che si trova di colpo esposta al panico e alla ferita, viene portata alla luce. Solo così il dolore, lentamente, si scioglie in lacrime e queste, col passare del tempo, in dolcezza e in farmaco e poi, più in là, in solide basi per una nuova rinascita.

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