Tu
Sono felice: perché mi sento in colpa?

A volte quando le cose vanno per il verso giusto, una vocina interna sembra sussurrare: me lo merito? Scopri da dove viene quel senso di colpa e cosa devi fare per sconfiggerlo

Cosa ci fa sentire in colpa? di solito, la nostra (presunta) inadeguatezza: errori, frasi sbagliate, comportamenti eccessivi. L’ingratitudine: qualcuno ci ha aiutato e noi non abbiamo ricambiato a dovere. Oppure gesti che giudichiamo cattivi: uno sgarbo che l’altro non meritava, il tradimento di un amico, una parola maleducata che ci è scappata. Tutti motivi comprensibili. Ma che dire di quest’altro scenario? Hai finalmente la possibilità di vivere una bella storia d’amore, quand’ecco arrivare dal nulla inaspettate e assurde resistenze, patemi d’animo, strani pensieri. Oppure: hai finalmente l’occasione di scegliere un lavoro o uno stile di vita che ti appaga, quand’ecco emergere dubbi, titubanze, ripensamenti. E, anche quando vinci questi ostacoli, il dato di fatto è che non riesci a goderti la situazione e a portarla avanti nel modo migliore. 

La felicità non si merita, si vive

In tutti questi casi occorre ascoltare le emozioni che salgono dal profondo: allora si noterà che non si è per nulla sereni verso l’idea di essere felici o di “riuscire” ottenendo soddisfazione e riconoscimento. C’è qualcosa che disturba, che crea disagio. È come se, per motivi misteriosi ma presenti da sempre, non ci si potesse permettere la felicità, come se fosse un tabù da non infrangere. Sì, un tabù: qualcosa che non deve essere fatto né vissuto perché “la divinità” si arrabbierebbe e potrebbero esserci indefinite ma gravi ripercussioni. Non si vive in una tribù primitiva, non ci sono totem cui rendere omaggio, ma lo schema è molto vicino a quella psicologia. Solo che al posto della divinità ci sono magari i genitori, a volte anche i nonni, e il totem non è una statua ma un evento negativo che li riguarda. 

Rompi gli schemi che ti paralizzano

Ci si trova davanti a problemi che affondano le radici non nel proprio passato ma in quello delle generazioni precedenti. Si è innescata una specie di "tradizione familiare" basata sul fallimento di uno o più fra genitori e nonni. Un fallimento pesante, che la famiglia non ha elaborato e che è diventato il motivo dominante del proprio strano equilibrio. Ad esempio: "La mamma e il papà si sono sacrificati per far studiare me e i miei fratelli e non si sono concessi niente". Oppure: "Il papà era ad un passo dall’essere dirigente ma venne licenziato e da allora vive nella frustrazione". O ancora: "Le donne della famiglia (mamma, nonna, bisnonna) sono sempre state vessate dai mariti e hanno fatto una vita grama, ma hanno resistito per i figli". E infine: "Il nonno è stato malato per decenni e tutta la famiglia si è sacrificata per dedicarsi a lui". 

Il senso di colpa è una trappola, se lo sai la eviti

In pratica si vive con questa idea in testa: "Poiché chi mi ha dato la vita non ha vissuto pienamente, essere felice e realizzarsi può risultare offensivo verso il suo sacrificio, verso la sua infelicità". Essere felice diventa sinonimo di “tradire la tradizione che vuole tutti non riusciti”. La mamma non ha mai viaggiato? Allora devo rovinarmi l’esperienza, così da essere meno colpevole. La mamma e il papà non sono stati una coppia felice? Allora io farò qualcosa, inconsciamente, per ripetere la loro esperienza, così mi accetteranno ancora e sarò a posto con la coscienza. "Ma i tuoi familiari vogliono con tutto il cuore che tu sia felice e realizzato, hanno vissuto per questo" dice una vocina interiore. "Sì, può anche essere - ribatte il senso di colpa - ma io non voglio rischiare e sarò fedele al fallimento di famiglia". Occorre aprire finalmente una nuova via. Il senso di colpa non passa all’improvviso, ma una volta svelata la trappola ci sono le basi per disinnescarlo. Quando, invece della colpa di essere felici, si inizia a sentire la colpa - o, meglio, il dispiacere - per non vivere appieno le proprie conquiste, si può dire che ormai si è sulla strada giusta.

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