Separazione: solo il dolore ti cura
Coppia e amore

Separazione: solo il dolore ti cura

Più ti arrendi alla sofferenza, tanto prima potrai rinascere: ogni tentativo di attribuirne le cause al mondo esterno aumenta la resistenza e cronicizza il malessere

Francesco, un lettore di Riza Psicosomatica, ci scrive per parlarci di un malessere che lo affligge da tempo, e che riguarda molte persone: il dolore di una separazione. Nel suo caso, la sofferenza incontra un altro sentimento, la vergogna per l'umiliazione, che lui attribuisce agli sguardi giudicanti dell'ambiente lavorativo. Così facendo, sposta l'attenzione psicologica da dentro a fuori di sé e il dolore non passa. Ecco il suo racconto e i nostri consigli.

Indice dell'articolo

Quando la separazione sembra una condanna

Sto vivendo una separazione coniugale tormentata che va avanti da anni. Il malessere che provo si moltiplica al lavoro, dove ormai mi sono isolato, vittima di un'aria pesante che sento attorno, fatta di battute taglienti, giudizi, allusioni. Purtroppo nel mio ambiente professionale la separazione è una condanna, una ferita enorme all'orgoglio e alla dignità di un uomo, ma al lavoro ci devo andare. Sono anni che porto dentro i giudizi feroci di questi colleghi senza mai aver nemmeno parlato apertamente di quel che provo, per non sentirmi ancora più umiliato nel profondo. Non so cosa devo fare per riuscire a fregarmene e andare oltre i loro pregiudizi.

Ogni resistenza aumenta il dolore

Tutto ciò che ci accade, tutto quel che proviamo riguarda il nostro spazio intimo, l'interiorità. Questo è il grande insegnamento della psicologia del profondo: un tormento che dura da anni non ha a che vedere con l'evento che lo ha scatenato ma con la resistenza mentale ad accettare che le cose siano andate in quel modo. La vera partita è tutta interna, quel che accade fuori ne è solo un riflesso. Francesco afferma di percepire un'aria pesante attorno a se, piena di giudizi negativi. Attribuisce questo fatto alla cultura dell'ambiente nel quale lavora e si sente reietto, rifiutato e così reagisce isolandosi.

Di fatto, con questo comportamento aderisce implicitamente proprio a quel codice culturale, come se un'intima parte di sé concordasse con quel codice. Così, non vive un isolamento sano (e quindi circoscritto nel tempo) indispensabile nei momenti di crisi, ma una sorta di auto punizione. Apparentemente sta in disparte per non soffrire a causa dei comportamenti altrui, ma nel profondo, col suo comportamento, suggerisce che almeno in parte quella cultura, quelle convinzioni abitino anche dentro di lui.

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Il solo giudizio che conta è il tuo

I giudizi degli altri ci feriscono solo nella misura in cui riflettono il nostro stesso pensiero, altrimenti passano come un colpo di vento. Il suo problema non sono quindi le parole o gli atteggiamenti dei colleghi, ma il fatto che lui per primo è convinto che la separazione sia un fatto che ferisce nell'orgoglio e nella dignità e sia quindi qualcosa che andrebbe evitato con tutte le forze. Non lo vive come la chiusura di un percorso che evidentemente doveva chiudersi, ma come un fallimento esistenziale, una sorta di peccato capitale.

Questo lo fa star male, non ciò che dicono o pensano i suoi colleghi. Per un meccanismo ben noto in psicologia, la tendenza alla proiezione, noi tutti indirizziamo sugli altri quel che di noi non ci piace o che non riconosciamo e così facendo ci illudiamo di liberarci di quel lato nostro. Non solo non accade, ma quello si ingigantisce e finisce per dominare la nostra esistenza.

Percepire, arrendersi, rinascere

A Francesco diciamo: ti stai separando, soffri, è inevitabile. Il dolore che provi, però è la miglior cura che hai a disposizione per andare oltre, riprendere in mano il cammino della tua vita e ripartire. Più resisti, più il dolore perdura. Più attribuisci la causa ad altri, più ti ingabbi e dai carburante al malessere. Quel che dovresti fare è il contrario: contemplare apertamente quel che provi e anche la presenza di quei giudizi dentro di te. Dovresti dirti: "la fine del mio matrimonio mi fa soffrire, mi sento umiliato, mi sento sbagliato, sento di aver fallito e tutto questo riguarda me, solo me, non posso farci nulla". Percepire bene, fino in fondo tutti i sentimenti che ti abitano, così come compaiono, senza filtri, senza attribuzioni, senza resistere. La percezione cedevole è il solo atto di cura davvero necessario.

Così facendo, potrai sentire che dentro di te ci sono risorse ancora intatte, energie rinnovatrici pronte a scendere in campo, talenti innati da scoprire o riscoprire a tua disposizione. Se non resisti, se fai posto al dolore, se distogli lo sguardo dal pensiero degli altri, vedrai presto la via della risalita apparire evidente davanti a te.

andrea nervetti
Psicologo e psicoterapeuta, collabora dal 2001 con l’Istituto Riza di Medicina psicosomatica di Milano dove esercita la libera professione. Vice Direttore e Docente presso la Scuola di specializzazione in Psicoterapia a indirizzo psicosomatico dell’Istituto Riza. Membro del Consiglio direttivo della SIMP (Società italiana di medicina psicosomatica), scrive per le riviste Riza Psicosomatica, Antiage ed è responsabile del sito www.riza.it. Svolge anche attività libero professionale presso l'Istituto stesso e a distanza via internet. La scheda completa dell'autore
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