Via dall' esibizionismo del dolore
Comunicazione

Via dall' esibizionismo del dolore

Parlare dei propri disagi sempre e con tutti è controproducente: solo nell’attesa e nell’assenza di lamenti l’anima, mette in campo le risorse che fanno guarire

Nella nostra società vige una “legge non scritta” alla quale quasi tutti ci sottomettiamo, anche se in realtà causa moltissimi danni. Si può riassumere così: “parlare dei problemi fa bene”. Ti senti giù, ti è successo qualcosa che ti rende triste? Parlane! Non stare per conto tuo - recita questa sorta di mantra collettivo: stare da soli è da perdenti! Parlarne invece ti libera, poi ti sentirai meglio. Parla dei tuoi disagi con gli amici, coi colleghi, coi conoscenti, no alla riservatezza, sii aperto, sii sincero. Essere introversi è un grave difetto! Nella vita bisogna essere tutti estroversi! Telefona all’amica e raccontale tutto. Scrivi su Facebook cosa ti passa per la testa, mostra il tuo dolore, vedrai che ti farà bene…

L’analfabetismo delle emozioni
Ci piaccia o no, siamo tutti diventati, chi più chi meno, come i personaggi di quelle trasmissioni in cui la gente va e racconta i fatti suoi. Siamo tutti malati di esibizionismo del dolore, che è una forma, tra le più gravi, di analfabetismo delle emozioni. Nell’antichità, dove c’erano meno comodità ma si era più vicini a un sapere “naturale”, non funzionava così. Guardiamo il mondo greco, la culla della nostra civiltà: gli eroi parlavano di sé, si raccontavano, facevano spettacolo del dolore? Mai. Ve lo immaginate Achille dire: “Sapete, Achei, ho un sacco di problemi con me stesso e con gli altri perché mia mamma non mi ha immerso bene nel liquido magico e mi è rimasto il tallone vulnerabile!”. Nessuna epoca al mondo ha mai pensato di risolvere i problemi parlandone.

Chiudi gli occhi e aspetta
Perché stiamo male e non riusciamo a venire a capo dei disagi? Perché non diamo spazio ai lati creativi del cervello, che sono silenziosi. Il silenzio produce poteri e saperi che la mente che parla non può produrre. Sì, c’è la parola giusta, la parola magica, la parola che “apre le porte”, ma non è una parola comune. Tutte le religioni antiche conoscono la preghiera. Che cosa significa pregare? È parlare con un essere sconosciuto. Perché in realtà in tutti noi c’è un “essere sconosciuto”, la nostra anima, e si manifesta nei nostri stati interiori: gioia, ansia, invidia, desiderio, rabbia… Ci sono forze misteriose che non conosciamo. Come operano? Nel silenzio. Quindi la prima cosa da fare quando c’è un problema è chiudere gli occhi, sentire il vuoto, fare silenzio e aspettare. Se ci accorgiamo di non farcela da soli possiamo (o meglio dovremo) chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, che è ben altra cosa rispetto a parlare con un amico, un conoscente, un amante, un genitore, un figlio.Dobbiamo anzitutto aver presente che non è con il dialogo continuo, con questa logorrea della sofferenza che risolveremo i nostri disagi

 

Il silenzio prepara nuovi modi d’essere
Quando hai un disagio interiore parlarne non serve, occorre percepire i propri stati interiori e aspettare che arrivi il silenzio. Prova a chiederti: “Oggi quanto silenzio ho fatto dentro di me? Mentre guidavo: un minuto. Mi sono staccata da tutto, osservavo e basta. E mi sono sentita bene. Dal parrucchiere per un po’ sono stata silenziosa e non ho parlato dei miei problemi. Bene. Questo vuol dire che sto andando avanti per la mia strada. Ero con l’uomo dei miei sogni ma non commentavo mentalmente, ero lì e basta, la mente silenziosa, e non mi sono giudicata. Ottimo”. La parola non risolve i problemi interni. Li risolve lo sguardo silenzioso, perché modifica lo spazio mentale e innesca nel cervello un nuovo stato energetico: attiva “l’energia delle soluzioni”, che in un istante prepara nuovi sviluppi, nuovi modi di essere e li rende disponibili al nostro sguardo.

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