Impara a dire quello che pensi
Comunicazione

Impara a dire quello che pensi

Se fatichi a esprimere una critica e dici sì anche quando è no, devi sapere che questo comportamento danneggia solo te: ecco come iniziare a dire quello che pensi

L’esercito dei trattenuti: possiamo definire così la schiera di persone che non riescono a esprimere le proprie contrarietà e che quindi vivono “compresse”, con dentro tutto un mondo di emozioni e di pensieri che non può dispiegarsi. C’è chi dice sempre di sì e si mostra addirittura entusiasta delle scelte altrui, pur di non mostrare il proprio disappunto, e chi abbassa gli occhi sperando che l’interlocutore intuisca miracolosamente il suo stato d’animo; c’è chi imposta un timido discorso ma lo prende così alla lontana che non va mai al punto, e chi rimane interdetto dando l’idea del “chi tace acconsente”. Ma in tutti i casi la frustrazione del non riuscire a opporsi cresce sempre di più, inquinando la vita.

Se parli così la tua vita è scissa in due

Il problema risiede sempre nel timore del giudizio altrui (e quindi di non essere accettati) e nell’estrema difficoltà a sostenere un conflitto in una situazione in cui non si abbia l’assoluta certezza di essere amati senza condizioni, come ad esempio si è amati dalla propria madre, o con un partner che assume il ruolo di “genitore buono”. La conseguenza è una scissione del comportamento, che diventa quasi una scissione della personalità: da un lato, con la madre o con il partner, i trattenuti manifestano “di tutto e di più”, cioè non dicono solo tutto quello che pensano, ma rovesciano l’intero carico di frustrazioni, di rabbia e di problemi derivanti dalle relazioni col mondo, così che questo rapporto rischia il tracollo; dall’altro, con tutti gli altri, vivono in stato di adattamento, senza che nessuno se ne accorga, salvo quando, ogni tanto, cadono in un’esplosione di pianto o in una scenata isterica. Ma a quel punto l’espressione del disagio è così alterata ed eccessiva, che viene considerata come una stranezza e, puntualmente, malgiudicata. Proprio quel che si voleva evitare.

Il paradosso dell’egocentrismo

Tuttavia per “il trattenuto” la soluzione non è così lontana. Innanzitutto deve chiedersi: questa strategia mi ha portato a essere felice e appagato? Ho ottenuto di farmi sentire accettato nelle relazioni? Mi ha fatto avere rapporti autentici e spontanei? La risposta sarà sempre la stessa: no. Quel che si è creato è un precario equilibrio, in cui la propria vera natura, parte qualche circostanza fortunata, non riesce a venir fuori. Da questa presa d’atto si passa alla seconda mossa: uscire dall’egocentrismo. Il trattenuto si vive come sempre tagliato fuori dalle scelte che contano, come “vittima predestinata”: da una parte c’è lui, che non viene capito perché non riesce a farsi capire, dall’altra c’è il mondo intero, che non riesce a capire il suo dramma interiore e non fa niente per lenirlo, anzi, spesso ne approfitta. Può sembrare strano, ma è proprio così: questo vedersi sempre lontano dal centro, paradossalmente, è un modo contorto per mettersi al centro. È un contorto ego-centrismo.

Inizia a rimetterti in gioco

Rinunciare a questo egocentrismo - negativo, difensivo, non spettacolare, ma pur sempre egocentrismo - è fondamentale. Invece di restare in perenne, passiva attesa che gli altri abbiano l’illuminazione e sviluppino una “pietà” per le sue esigenze non dette, il trattenuto deve iniziare ad agire, a entrare per davvero nelle relazioni. Basta quindi con questa storia dell’accettazione: come possono gli altri accettare qualcosa che non si fa conoscere? E poi: cosa dovrebbero accettare? Il bambino che è in noi? Le nostre ferite profonde? Sono in grado di farlo? E ancora: devono per forza “accettare”? E infine: non essere d’accordo e avere un giudizio critico equivale per forza a “non accettare”?

Impara a ribaltare la paura

Usciamo da queste equazioni emotive e buttiamoci nella mischia. E guardiamo agli altri non come a un tribunale che ci giudica, ma come a singole persone. “Gli altri” è un’entità inesistente. È molto più utile capire chi si ha specificamente di fronte, di volta in volta, per poter esprimere le nostre contrarietà nel modo più adatto alle situazioni. Siamo noi e un’altra persona, che può capirci oppure no, ma magari è ancora più problematica di noi: magari manipola, banalizza, si vanta, si oppone, ci colpevolizza. Basta con la paura di non essere accettati, non c’è tempo: siamo noi che dobbiamo accettare una realtà esterna complessa, che se non rispetta le nostre esigenze può diventare anche molto dannosa.

Chi temi di deludere?

Quando non esprimi la contrarietà, chi hai veramente paura di deludere? È quasi sicuramente una figura dell’infanzia o dell’adolescenza (un genitore, un fratello), che oggi proietti su tutti quelli che hai davanti. Pensaci e individuala: togliere questa proiezione dalle relazioni odierne ti ridarà la libertà. Tratta le persone per quel che sono, non come fantasmi del passato.

Smitizza il confronto

Non attribuire al confronto un significato che non ha. Mostrare una contrarietà non equivale a minacciare un rapporto e non mette per nulla in gioco il tuo valore. È fondamentale discernere le due cose. E, in ogni caso, ricorda che meno manifesti le tue critiche, più l’ambiente si abituerà a non considerarle, a non intuirle e ad accettarle sempre meno.

Reggi il peso degli attriti

Considera che gli attriti fanno parte delle relazioni sane e non si possono annullare a meno di annullare se stessi. Anzi i rapporti, per crescere, devono passare da conflitti e confronti, talora aspri. Così, se certo non vanno cercati apposta né esasperati, essi vanno intesi come una dialettica necessaria alla crescita e al mantenimento di ogni autentica relazione.

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