Guarda bene la tua rabbia
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Guarda bene la tua rabbia

La rabbia non va né trattenuta né subito sfogata, ma guardata in silenzio; solo in questo modo si traduce in consapevolezza e può darci nuove soluzioni...

Una lettrice di Riza psicosomatica, Giada, ci scrive:” Ultimamente sempre più spesso ho degli scoppi d’ira nei momenti sbagliati. Anche se cerco di controllarmi, non ci riesco…”. La situazione che Giada sta vivendo è data dalla paura di vivere un’emozione che la invade, e che non sa come gestire. È proprio questo il problema: quando la rabbia arriva (e questo vale per qualunque emozione) deve essere vissuta perché se rimane dentro continuerà a ribollire come un fuoco e finirà per uscir fuori nei momenti meno opportuni, o su chi ci sta vicino in quell’attimo… Ma Giada continua: "Per esempio, quando io e il mio compagno siamo a cena da soli in una serata intima capita che mi venga in mente all’improvviso la volta in cui mi ha tradita, anche se sono trascorsi parecchi anni… Soffrii molto ma decisi di perdonarlo. Quando però torna il ricordo soffro e la rabbia mi prende la testa, mi acceca, lancio frecciatine e rovino tutto”. Ma cosa vuol dire “vivere la rabbia”? La maggioranza delle persone esprime la propria aggressività quando pensa di subire un torto, prorompendo verso l’esterno e innescando un litigio; altri invece la reprimono o la trattengono, aumentando così la probabilità che la rabbia inespressa diventi malattia.

Trattenere la rabbia la trasforma in rancore
Quando si reprime la rabbia, si smarrisce la sua funzione presente in quel preciso momento e solo in quello. Aristotele diceva: “Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta e nel grado giusto, al momento giusto, per lo scopo giusto e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile”. Ma se la trattieni rischi di somatizzarla e di trasformarla in una malattia. Giada conclude così: “Quando cerco di calmarmi, di non rovinare tutto, il risultato è addirittura peggiore: sto male per giorni, ci penso e ci ripenso, mi vengono in mente tutte le scenate che non ho fatto, alle cose che avrei voluto dire e non ho detto”. Mentre lo “scontro diretto” appartiene al tempo dell’immediatezza, il rancore si prolunga nel tempo e per questo è ancora più pericoloso. Continuando a rimuginare, interpretare e giustificare ogni cosa, il risultato è che la rabbia viene sostituita dal sentimento del rancore.

Sfogare subito la rabbia? Non sia un obbligo…
Sfogare la rabbia però non è sempre la soluzione migliore perché ci si mette in una situazione in cui non si è in pace con se stessi, si ha la visione “accecata” dall’aggressività che prende il sopravvento e prorompe anche per questioni futili. Anche in questo caso, chi si arrabbia spesso riempie il cervello delle sostanze della collera. Arrabbiarsi quindi diventa come una droga, e se non liberiamo una nuova scarica d’ira siamo come in crisi d’astinenza.

La soluzione? Osservarla bene e affidarsi a lei
Per star bene dobbiamo “disidentificarci”, ovvero distinguere noi stessi dalle emozioni. Quando ci identifichiamo con un’emozione, ci limitiamo e ci blocchiamo. Ad esempio se ammettiamo: “Io sono arrabbiato”, siamo dominati dall’ira; se, nelle stesse condizioni diciamo: “Non è qualcosa o qualcuno a farmi arrabbiare, ma è un’onda di rabbia che mi sta attraversando… Mi arrendo, la accolgo e la guardo come si guarda un panorama in cui i confini si perdono. È la rabbia del mondo, il Dio della rabbia che mi sta visitando”, questo modo di pensare attiva una processo che trasforma l’emozione in una consapevolezza interiore: invece di sfogarsi o di venire trattenuta, la rabbia si traduce in intuizioni, idee e soluzioni a cui prima non avevamo pensato.

 

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