Ansia
Se l'ansia è resistenza al cambiamento naturale

L’ignoto ci spaventa, quindi pensiamo di proteggerci correggendo ogni deviazione dalla routine: ma così arriva l'ansia, che vuole estrarre il nostro volto più autentico

Ci sono dolori naturali: un abbandono, una crisi familiare, un’offesa. Bruciano, ma col tempo li superi e ti rendono più forte. E poi ci sono dolori artificiali: paludi di pensieri ossessivi, rimpianti, modelli ideali, sforzi senza fine e senza successo. Arrivano perché stai bloccando sul nascere le tue potenzialità.  Clara ha trentatre anni e arriva in lacrime in terapia. "Tre anni fa è morto mio padre e da allora sono disperata. Mi manca terribilmente. Sono sempre triste e depressa, a volte ho attacchi d’ansia. Soffro perché non sono stata la figlia che lui avrebbe desiderato. Non gli ho mai detto che gli volevo bene, e ora non posso più dirglielo."

La psicoterapia è o dovrebbe essere il luogo in cui tutte le nostre convinzioni vengono meno: è necessario alla guarigione perché sono proprio quelle convinzioni a trattenere il dolore. Clara, del tutto identificata nel ruolo di figlia addolorata, ripercorre le tappe del suo percorso: l’infanzia con un padre adorato, molto immaginato e poco frequentato, sempre assente e lontano per lavoro; un’adolescenza inquieta e ribelle, con eccessi e comportamenti al limite; una giovinezza fatta di nuove lontananze e fugaci tentativi di riavvicinamento presto falliti tra scontri e litigi. Un rapporto profondo di amore e odio per quel padre affascinante e difficile. Poi la sua malattia, il desiderio di vicinanza mai espresso appieno, e infine la morte proprio quando lei era all’estero. E da allora il dolore e l'ansia, in apparenza inarrestabili.

Convinzioni da far cadere

Non gli ho detto che lo amavo: quante persone passano anni rigirandosi in mente una frase del genere su un familiare defunto? Diventa un tarlo. Ma è una frase falsa. "Non gli ho detto che lo amavo". "Pensa che lui non lo sapesse?», chiede lo psicoterapeuta a bruciapelo. Clara è spiazzata. "Ma sì, certo... Cioè... Non so... Sì, ovviamente lui mi amava...". Ovviamente la amava. A un padre servono forse conferme? I conti in sospeso non sono mai con gli altri, sono con noi stessi. È da qualcosa dentro di noi che non ci siamo ancora congedati, è con noi stessi che è aperto il conflitto. Rendersene conto, di colpo, è un enorme passo avanti per Clara. Perché l’accusa che rivolge a se stessa, aver amato il padre in modo sbagliato, è “ovviamente” assurda. Esiste forse un modo giusto? Clara ha amato a modo suo, come sapeva fare. L’ha amato aggredendolo, perché quella era lei e quello era il rapporto tra di loro. Era un modo imperfetto di amare? No, era il suo. Era una figlia, non un peluche. E suo padre lo sapeva.

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Via le armature mentali

Ci sono dei passaggi psicologici che trasformano il dolore naturale in un’armatura mentale che si trascina per anni. Funzionano così. Uno: sto male. Due: sto male perché è morto papà. Tre: sto male perché non l’ho amato come lui voleva. Quattro: sono una pessima figlia, una brutta persona. Cinque: devo cambiare, devo diventare buona. Sei: devo lavorare su di me, vado dallo psicologo. Il dolore è naturale e passeggero. Tutto il resto lo costruiamo sopra noi, e può durare anni. Dopo anni, infatti, Clara non soffre più per il padr, non ha l'ansia per lui: quel dolore, quella Clara, non esiste più. Chi altro c’è al suo posto? Ricordiamo quello che abbiamo detto sopra: il dolore è necessario, è un parto in cui stai nascendo anche tu. Ecco: con la morte del papà tanto amato e odiato, doveva nascere la Clara adulta, la donna. Il padre le faceva spazio nella vita. E invece Clara non volta pagina, vuole restare all’infinito la bambina  senso di colpa. Suona l’ultima campana della crescita, ma lei si tappa le orecchie. L'ansia che l’affligge allora non è quello per il papà: sono le sue doglie trattenute e rimandate. Clara trattiene la donna che deve nascere e non nasce. E più attribuisce il dolore a un fatto esterno, più si convince di stare male "perché non ho detto a papà che l’amavo", meno vede che quell’evento doloroso è una tappa della propria metamorfosi.

Le manca se stessa

Non è il padre ciò di cui sente la mancanza: è la donna che non sta sviluppando. Ecco allora il compito: lasciar andare il padre per diventare donna. Come? In terapia si ricorre spesso alle immagini perché sono il linguaggio più profondo dell’anima, quello con cui le nostre idee possono interferire meno. Il terapeuta chiede spesso a Clara di immaginare il papà. E ogni volta emergono ricordi spontanei, immagini antiche avvolte in un’atmosfera magica. Appena si attiva l’immaginazione, le recriminazioni e il senso di colpa vanno sullo sfondo. Dapprima Clara è titubante, poi si abbandona sempre più a queste fantasie. Non sono ricordi dominati dal rimpianto, anzi: queste immagini preparano dentro di lei il futuro, attraverso di loro Caterina accoglie dentro di sé l’energia paterna, quella forza universale “maschile”, determinata, legata all’affermazione di sé, che nella sua vita era stata incarnata dal padre, ma con cui ha sempre lottato. E una notte il padre le compare in sogno: è vestito con un abito a fiori e le sorride. Quando si sveglia Clara è felice e nello stesso tempo piange, e va avanti così per tutto il giorno. Da allora ha svoltato. Si sente forte, rinata. Un cambiamento che si riflette anche nella vita pratica: nuovo lavoro, nuova casa... Ogni tanto pensa al padre e lo fa con infinita dolcezza. Lui la viene ogni tanto a trovare in sogno e le sorride, da lontananze sempre più luminose.

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