VIDEO Coronavirus: come affrontare la solitudine

Una presenza interiore che tutti abbiamo avuto da piccoli e che spesso perdiamo di vista da grandi è utilissima per fronteggiare paure e ansie di questi giorni difficili

In queste settimane stanno arrivando alla redazione di Riza moltissime e mail di persone che parlano della loro ansia, della sofferenza provocata dall’isolamento o dalla convivenza forzata con partner e figli alla quale non eravamo più abituati. Quel che si sta sperimentando collettivamente e che provoca i maggiori disagi è però il senso di solitudine, vissuto come una prigione e non come un’esperienza da attraversare. Viviamo un'epoca di connessione continua, siamo abituati a vivere stabilmente a contatto con gli altri e quindi lo sconvolgimento rapido e radicale delle nostre abitudini quotidiane ci sgomenta.

Immaginare, come fanno i bambini...

A tal proposito faccio una riflessione: i bambini hanno, al loro interno, una sorta di predisposizione a inventarsi un amico sconosciuto e a giocare con lui. Quando mi sono specializzato in psichiatria, alcuni neuropsichiatri di allora sostenevano che la presenza dell'amico immaginario non fosse un elemento “favorevole” a uno sviluppo sano dei piccoli. Sbagliavano: col tempo si è scoperto che quando giocano con l’amico di fantasia, i bambini sviluppano capacità cerebrali che al momento giusto torneranno utili. Grazie a questo, vivono la solitudine senza l’angoscia dei grandi. Anche nella mente profonda degli adulti esiste un “amico”, una presenza energetica che tutti possono immaginare chiudendo semplicemente gli occhi per un attimo.

...e connettersi alle radici, come fanno gli anziani

A loro volta gli anziani, che amo definire le rocce dell’esistenza e che in questi giorni hanno bisogno di molto aiuto per ragioni pratiche, hanno un buon rapporto con la solitudine e in genere la temono meno di quanto si creda. In più, a differenza di quel che fanno i bambini, i vecchi parlano con i loro morti, immaginandoli come dei saggi consiglieri ai quali affidare dubbi e timori. Le loro “risposte” spesso arrivano nei sogni: qui non sto certo parlando di attività medianiche che non amo, ma delle energie ancestrali che ci abitano e delle quali oggi abbiamo più che mai bisogno, come delle radici. Le radici appartengono al regno delle immagini e un semplice e antichissimo esercizio che possiamo fare, già in uso ai tempi dei greci e dei romani, consiste proprio nel chiudere gli occhi e immaginare al proprio fianco un amico sconosciuto. Gli antichi lo facevano pensando di avere al proprio fianco una presenza benevola, un nume tutelare, un daimon, un dio amico che li proteggesse e li guidasse nei momenti difficili dell’esistenza.

Qualcosa dal profondo dell'anima ci protegge e ci guida

Marie Louise Von Franz, la grande psicoterapeuta junghiana, racconta che un giorno si trovò costretta suo malgrado a trascorrere un lungo periodo di isolamento. Inizialmente la cosa la fece soffrire molto e come tutti, si ritrovò a essere preda dei rimpianti, dei rimorsi, degli errori commessi.  Poi comprese di essere su una strada senza uscita e usò questa tecnica. Si disse: “Buio, vieni pure a trovarmi, io ti accolgo”. Lo faceva nella convinzione veritiera di essere abitata, nel profondo, da una presenza amica misteriosa che l’avrebbe soccorsa anche in quella spiacevole circostanza. La psicologia del profondo chiama questa presenza “il Sé”: in questo momento difficile, immaginate di averla sempre al vostro fianco. Fatelo anche quando non siete in ansia, e ricordate di non essere mai soli: l’amico sconosciuto c'è!

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