Chi perdona diventa più forte
L'aiuto pratico

Chi perdona diventa più forte

La voglia di rifarsi o di vendicarsi non paga mai e quando è autentico, il perdono libera il cervello e tutela la nostra salute...

Non è un obbligo, ma un opportunità

Tutti primo o poi ci troviamo nella situazione di dover perdonare qualcuno per un torto che ci ha fatto o che crediamo di aver subìto. Ma a parte alcuni di noi che, dopo una sana elaborazione personale dell’evento, riescono a fare questo gesto in modo semplice e maturo, molti altri fanno un gran fatica a venire a capo del problema: c’è chi dice di aver perdonato e al contrario sta sopportando a stento, con accumulo di rabbia e rancore; chi afferma con sicurezza che non potrà mai perdonare l’affronto ricevuto, ma dentro di sé logora perché vorrebbe riaprire il dialogo; chi alterna momenti in cui tutto sembra passato ad altri in cui ci sono rigurgiti di risentimento; chi vorrebbe tanto riuscirci e buttare tutto alle spalle ma proprio non ci riesce.

Sia chiaro: perdonare non è un dovere. Anzi, la parola stessa contiene il concetto di dono, e un dono per definizione è spontaneo e gratuito. Tuttavia è innegabile che “l’infrazione”, cioè l’evento di rottura in cui uno ha – o avrebbe – fatto qualcosa di male all’altro, pone chi ha subìto in una posizione difficile, poiché lo chiama a trovare nel tempo una soluzione davvero valida, al di là dell’istintiva reazione di offesa o di difesa.

A metà del guado

Una soluzione cioè che lo faccia stare bene. A parte pochi casi, chi rimane incagliato a metà strada tra il perdonare e il non dimenticare, soprattutto se tiene molto all’altra persona, produce nel tempo un malessere che gli inquina l’esistenza, come se la mente contenesse delle “scorie emotive” che gli impediscono di avere una visione limpida dell’altro e di se stesso. Entra in uno stato sgradevole di sospensione in cui le energie psichiche lavorano male e si creano pensieri rimuginanti che invadono anche altri ambiti di ragionamento. A volte poi la persona si attacca alla condizione di “poter concedere” oppure no il perdono, al fine di prendere potere nel rapporto, di sfogare rabbie che non c’entrano e di punire anche oltre misura. Perciò, al di là degli aspetti affettivi e morali – che sono le variabili più intime e peculiari, insieme all’entità e alla volontarietà del torto subìto – riuscire a perdonare significa proteggere la propria salute. È un atto di amore per la qualità della vita, che non libera soltanto l’altro dalla “condanna” o dall’embargo affettivo-relazionale, ma soprattutto noi stessi da una morsa interiore che rischia di imbrigliare la nostra esistenza, anche al di là dello specifico ambito di crisi.

Così il dolore diventa permanente

- Continuare a rimuginare, legando sempre più il dolore al torto subìto.

- Imporsi un perdono finto, per adeguarsi a un’immagine di bontà e di perfezione.


I rischi del falso perdono

- Blocco nella spontaneità del rapporto

- Accumulo di relazioni bloccate, di rancore

- Passare dalla parte del torto

- Crescente malessere psicofisico

Cosa fare

Non obbligarti

La razionalità ti può servire ad analizzare quanto è successo, ma non sarà lei a farti decidere di perdonare. Non forzare i temi, non cercare soluzioni immediate, o sarà un falso perdono.

Cogli il momento giusto

In quanto gesto “gratuito” e non razionale, il perdono avviene quando meno te lo aspetti. Se, dopo un po’ di tempo, un giorno senti uno slancio emotivo, non fermarlo.

Non strumentalizzarlo

Se il torto subito non è grave, lo fai perdurare per darti il tono del sofferente, o perché se attaccato a un ideale di realtà perfetta, o per acquisire “punti” di bontà quando ostenterai un finto perdono.

Ritrova la gioia

Il perdono è figlio della gioia ritrovata, non del senso del dovere. Occorre separare il dolore e la rabbia che provi dal torto subìto. Guardare negli occhi il dolore separandolo da ciò che è accaduto permette di scioglierlo. E mentre l’io rancoroso sfuma, ecco che subentra la pace.

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