Cosa provoca lo stress e quando fa ammalare davvero

Ritmi accelerati e sintomi dello stress

Uno stile di vita, un gruppo di malattie. Benché sembri un beffardo slogan, questa espressione ben riassume un fenomeno che gli studi di medicina psicosomatica stanno sempre più confermando. È accertato da tempo che lo stress predispone l’organismo a una generica “maggiore possibilità di ammalarsi”, ed è ormai sempre più evidente che un particolare modo stressante di vivere, di percepirsi, di relazionarsi e di organizzare il tempo, favorisce di più l’insorgenza di alcune patologie rispetto ad altre.

Fra i tipi di stress che logorano maggiormente c’è senz’altro la fretta. Per molti non è qualcosa di sporadico, che si attiva – come è naturale che sia, in situazioni specifiche di ritardo per poi disattivarsi una volta che l’appuntamento o l’evento siano stati superati; lo stress è diventato un abito esistenziale, la fretta una costante, presenti entrambi per quasi tutto il tempo della giornata.

Sempre di corsa: cosa causa lo stress

A volte lo stress si esprime come sensazione di essere in ritardo anche quando non ci sono orari particolari da rispettare; altre volte ci fa immergere in un vortice di iperattività senza sapere bene perché si va così veloci; e altre ancora si manifesta con l’incapacità di prendersi pause o di rallentare perché ci si sente subito in colpa, anche se non c’è motivo. La frustrazione per non riuscire ad afferrare il futuro è ingigantita dall’impossibilità («Non c’è tempo!») a elaborare il passato.

Le cause dell’instaurarsi di questa forma di stress sono molteplici e vanno da una marcata incapacità di organizzare il tempo, a un disturbo d’ansia, dalla paura dei momenti “vuoti” al timore del giudizio, all’insicurezza, al senso di inadeguatezza. In tutti i casi lo stress va superato perché, se dura troppo a lungo, il corpo farà sentire il suo disagio, in particolare attraverso uno o più sintomi fra quelli indicati nella tabella sottostante.

Vita frenetica, sintomi conseguenti: prezzo altissimo dello stress

Ecco i tipi di stress più frequenti. Accanto ad ognuno è specificato il sintomo che favorisce con maggiore probabilità.

Tipo di stress Cosa rischi
Eccesso di velocità mentale Dermatite seborroica
Incapacità di cambiare marcia Problemi alla tiroide
Senso di costante ritardo Tensioni muscolari
Perdita degli orari fisiologici Disturbi del ritmo cardiaco
(sonno, pasti, riposo)
Continuo controllo dell’orologio Ipertensione arteriosa
Pensieri ossessivi Disturbi del sonno
Voler essere in anticipo Disturbi d’ansia

Rallenta i tuoi ritmi poco a poco e lo stress se ne andrà

Prima di sottoporti a una psicoterapia, a trattamenti corporei antistress o a tecniche di rilassamento, è fondamentale ridurre il senso di fretta allentando un poco il ritmo di impegni, altrimenti saranno fonte di ulteriore stress, che a volte porta episodici stati di febbre da stress o periodi di dimagrimento da stress.

La prima regola: gradualità

Un corpo che da mesi e anni vive lo stress come uno stile di vita, non può abbandonarlo di colpo: i sintomi aumenterebbero. Inserisci cambiamenti graduali e progressivi nella tua settimana, con decisione ma… senza fretta.

la seconda: realismo

La fretta spesso nasce da un errore tecnico di organizzazione o dalla scarsa conoscenza dei propri limiti e risorse. Prova a stilare una scaletta della giornata e della settimana che sia calibrata su un maggiore senso di realtà e che non preveda la necessità di andare al massimo. Chi da tempo è immerso nella fretta non se ne accorge quasi più. Capirlo però è semplice: prova a fermarti, in un momento qualsiasi della giornata lavorativa, per cinque minuti. Se provi un senso di disagio, di tensione o di colpa, sei “malato” di fretta.

Uscire dalla depressione grazie all’immaginazione

Come uscire dalla depressione: una testimonianza

Samantha, una lettrice di Riza psicosomatica ci racconta quello che le è accaduto e che l’ha fatta uscire da una profonda crisi. Tutto è partito dalla lettura del titolo di una rivista, ma poi Samantha ha fatto tutto da sola…“Stavo passando davvero un brutto periodo di profonda depressione. Mio marito mi tradiva, la mia vita non aveva più senso e spesso desideravo morire. Un giorno mentre ero in stazione ad aspettare il treno vidi il titolo del numero di Riza Psicosomatica di quel mese: “La felicità è dentro di te”, mi incuriosì e così decisi di comprarne una copia. All’inizio non capivo il senso di quello che c’era scritto, ma qualcosa mi spingeva a continuare a leggere e ad approfondire…”

Quando la depressione sembra un tunnel senza uscita…

Intanto il mio dolore non si fermava e quando la mia famiglia o i miei amici andavano a divertirsi io me ne stavo giorni interi a piangere ininterrottamente, fino a stremarmi. Iniziò un lungo periodo di depressione e dolore, ma nello stesso tempo qualcosa dentro di me era cambiato: ero dimagrita dieci chili, avevo cambiato il mio modo di vestire e di acconciare i capelli. Finalmente mi piacevo, fisicamente e mi sentivo a mio agio. Mi ero anche iscritta anche ad un corso di ballo, passione accantonata da anni. Insomma, mentre stavo male, qualcosa spontaneamente agiva dentro di me conducendomi nella direzione giusta. Ma soprattutto, mi venne in soccorso l’immaginazione, un’amica sorprendente che non pensavo potesse davvero servire a uscire dalla depressione. E invece…

Per uscire dalla depressione… Ti salva l’immaginazione

Da allora quando sto male faccio così: immagino di essere su una zattera in mezzo al mare; per molto tempo ho lottato per tornare alla riva che avevo lasciato, con tutte le mie certezze (marito, figli, matrimonio, casa, lavoro e amicizie), poi ho capito che non dovevo fare altro che arrendermi. L’acqua del mare, la mia anima, sa dove portarmi e io mi affido a lei, non combatto più per tornare a riva. Ci sono giorni di sole nei quali sto benissimo, ma arrivano anche la pioggia leggera e a volte la tempesta. Bene, quando accade, io mi rifugio accovacciata sulla mia zattera, mi copro e rimango lì, con il mio dolore. A volte piango ma nello stesso tempo sento il desiderio di restare lì nel mio dolore, perché so che prima o poi la tempesta passerà. E puntualmente, passa…

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Se ti affidi all’ignoto la depressione sfuma

Che cosa è davvero cambiato in me? Non identifico più i miei disagi e la mia depressione con gli eventi e le cose che mi accadono; so che la tempesta mi farà approdare in un luogo a me sconosciuto, forse per un po’ di tempo, forse per molto: non importa, io mi affido all’ignoto. Ora sento di essere veramente me stessa, non m’identifico più in un ruolo e in un personaggio come ho fatto per tanti anni. Accetto anche i lati brutti del mio carattere: io, che sono sempre stata descritta come una persona buona e altruista so che sono capace anche di provare anche indifferenza verso le persone e non devo cambiare. In me esistono sentimenti opposti, faccio e penso cose che prima erano inimmaginabili… Ora è tutto più chiaro e sono finalmente libera”.

L’esperienza di Samantha ci mostra come uscire dalla depressione sia sempre possibile, a patto di usare gli strumenti giusti: ecco i principali

  • Ha usato l’immaginazione
    Le immagini mentali sono una vera fonte di cura, perché attivano aree cerebrali che danno sollievo e allontanano i pensieri neri. L’immagine che è venuta in mente a Samanta è una zattera in mezzo al mare, immagine universale e senza tempo, che indica il suo abbandono all’inconscio.
     
  • Si è arresa all’anima
    Samanta ha capito che continuare a combattere forzatamente per quelle che credeva certezze era inutile. Così ha smesso di remare contro la sua natura e si è arresa, lasciandosi cullare dalle onde del mare. La sua anima sapeva dove portarla.   
     
  • Ha smesso di identificare i disagi con cause esterne
    Nessun evento esterno può peggiorare o migliorare la nostra interiorità, la felicità dipende solo da noi stessi.
     
  • Si è affidata all’ignoto
    Samanta non ha avuto paura di accettare il buio e il vuoto. Ha capito che il dolore la porta in un luogo sconosciuto e non vi oppone resistenza.
     
  • Ha smesso di identificarsi con un personaggio
    Samanta per anni ha incarnato dei personaggi, delle maschere, come “la brava moglie” e la “brava madre”, perdendo di vista la sua essenza. Ora ha smesso di farlo, sapendo che lei è molto di più di questi ruoli prestabiliti.
     
  • Ha capito l’utilità della tempesta
    Samanta quando sta male desidera restare nel suo dolore, senza allontanarsi e senza opporgli resistenza. Sa che la tempesta che prova le è utile per approdare verso l’evoluzione. Ricorda che anche i grandi esploratori del ‘400 e ‘500 hanno dovuto affrontare tempeste e acque burrascose per poter approdare su nuove terre.
     
  • Ha accettato anche i lati “negativi” del suo carattere
    Ognuno di noi è una “compresenza” di opposti, di luci ed ombre, e non dimentichiamo che non può esserci la luce senza il buio. Samanta se l’è ricordato, percependo che in lei esistono anche sentimenti “quasi disumani”, ma non ha cercato di eliminarli.

Paura dello sporco: se la pulizia diventa ossessione

Lavarsi le mani in continuazione: cosa dice la fobia dello sporco

C’è chi “deve” lavarsi le mani decine di volte al giorno, chi “deve” farsi una lunga doccia ogni volta che rientra a casa per cambiarsi di continuo gli indumenti, chi non sale sui mezzi pubblici per non toccare le maniglie e non sedersi sui sedili su cui siedono tutti. Queste persone sanno che c’è qualcosa di strano nelle loro azioni, ma non riescono a non farle: la paura dello sporco è più forte e vince sul buon senso. Si tratta di un disturbo d’ansia piuttosto diffuso, che prende la forma della fobia, ovvero della paura irrazionale del contatto con oggetti (ma anche persone o animali) ritenuti sporchi, e del terrore di non poter punire se stessi o il luogo in cui si vive. A volte si estende ai propri figli o ad altri famigliari.

La mania di lavarsi, cosa significa

Chi soffre di questo disturbo vive “lo sporco”, come un’indefinibile elemento capace di contagiare o di contaminare. La persona è in stato di perenne allerta, poiché può individuare “insidie igieniche” pressoché ovunque, anche se ognuno ha un suo personale “quadro fobico”, per il quale alcuni oggetti e situazioni sono più temuti dagli altri. Tale forma d’ansia può presentarsi in realtà in forma molto differente da soggetto a soggetto. Nella sua forma più lieve la persona  può essere definita come il classico igienista, attentissimo a tutte le norme di pulizia  e bisognoso di sentirsi sempre in ordine, così come lo richiede il partner, di cui mal sopporta l’odore del corpo, il sudore o il fatto che non si lavi quanto lui. L’ansia si manifesta qui più come un fastidio, un malumore e un’incapacità di rilassarsi.

Ossessione del pulito: quando è pericolosa

Nelle forme più gravi di quest’ansia la necessità del pulito si arricchisce di comportamenti rituali e ossessivi, atti a evitare i “contatti pericolosi”, che limitano molto l’agire quotidiano e le scelte (ad esempio del luogo di vacanza, delle case da frequentare, della possibilità di ospitare) e che giungono talora a occupare una parte considerevole del tempo libero (ad esempio il dover pulire “tutta” la casa di ritorno da una giornata di lavoro, fino a notte inoltrata). Alla radice di questo disturbo a volte c’è un conflitto inconscio di tipo morale, a volte, oggi più spesso che in passato, c’è un’insoddisfazione profonda e attuale per uno o più aspetti centrali della propria vita. In entrambi i casi la soluzione è possibile.

Sei ossessionato dal pulito? Ecco cosa puoi fare

  • Informati
    Non tentare di sostituirti al tuo sistema immunitario. Anzi, informati con serietà su cosa sia e come funziona. Scoprirai che da milioni di anni ci protegge e che non ha bisogno dei tuoi aiuti, che anzi lo stressano di più.
     
  • Libera l’eros
    Forse la tua morale le ha ingabbiate, ma le tue fantasie erotiche esistono e chiedono di vivere. Dagli spazio, cercando magari di coinvolgere il tuo partner senza vergogna. Il vero peccato è negarsi il piacere e l’intimità.
     
  • Fai attività manuali
    Sarebbe utile ricontattare la dimensione della terra e della materia. Puoi lavorare la terra, in giardino o sul balcone, oppure plasmare la creta, agire sul legno. Insomma: “sporcarti le mani”, crea, per il solo il gusto di farlo.
     
  • Rilassati
    Ci sono tecniche di rilassamento, basate sul massaggio, capaci di rimetterci in contatto col corpo e con le emozioni. Provale, segnalando però all’operatore l’assoluta necessità di un approccio assai graduale.
     
  • Se ti accorgi che queste strade non funzionano, rivolgiti con fiducia alla psicoterapia.

Non riesco a rimanere incinta: che stress!

Non riesco a rimanere incinta: cosa posso fare?

Uno dei motivi di maggior stress per le donne è la ricerca di un figlio che non arriva. Le storie di chi ha vissuto questo evento sono spesso simili: raccontano di matrimoni felici, di situazioni economiche stabili, di una certezza: “è il momento giusto per fare un figlio”. Invece passano i mesi e “non riesco a rimanere incinta”, il figlio non arriva, lo stress comincia a salire, si fanno tutte le indagini mediche del caso (da cui risulta che sul piano fisico è tutto a posto), la coppia va in crisi. Lo stress e il senso di impotenza, dopo tutti gli sforzi fatti, producono un forte disagio nella donna, che sente fuggire gli anni migliori per mettere al mondo un figlio e ha paura di perdere tutto, compreso il compagno.

Perchè non riesco a rimanere incinta? Ecco le cause psicologiche

Quando consideriamo la vita semplicemente una successione di tappe (a 30 anni un figlio, a 35 la casa al mare, a 40 la promozione sul lavoro…) capita spesso che qualcosa dentro di noi si metta in moto in senso contrario. Il momento appare propizio, non manca nulla, un passo dopo l’altro abbiamo fatto tutte le cose giuste, ora è tempo di diventare genitori. E invece niente, afferma fra sè e sè la donna, “non riesco a rimanere incinta“. Ecco cominciare una marcia forzata che porta stress e frustrazione, fino all’angoscia. A volte capita che questo problema si abbia con il secondo: non riesco a rimanere incinta del secondo figlio. Cosa si deve fare? Al fi là della ginecologia, quale atteggiamento mentale occorre mettere in campo in questi casi?

Non riesco a rimanere incinta: gli errori da evitare

  • Imporre alla natura la nostra volontà
    Fare un figlio è un evento naturale; la natura ha però i suoi tempi di “maturazione” e se questi non coincidono con i nostri desideri lo stress ha inizio: “Non sono ancora incinta? E perché? Facciamo subito gli tutti gli esami del caso!”.
     
  • Angoscia per il futuro
    I test non evidenziano nulla di anomalo. Dovrebbe essere una notizia positiva ma non viene letta in questo modo, anzi è fonte di uno stress ancora maggiore. Si pensa: “Ma come, se è tutto a posto, cosa c’è che non funziona?”. Da qui alla depressione, il passo è breve…
     
  • Autocritiche e sensi di colpa
    Prende forma il pensiero più pericoloso: c’è qualcosa che non funziona in me, non sono in grado, non sono capace. Soprattutto, non ho raggiunto l’obiettivo prefissato nei tempi che avevo stabilito. È evidente  quanto si sia ormai lontani dalla disposizione d’animo migliore, quella più favorevole all’innescarsi dell’evento-gravidanza.

La soluzione: arrendersi agli eventi

L’eccessiva razionalità, un modo di pensare logico e consequenziale, una testa che vorrebbe decidere persino i tempi del concepimento, sono i primi nemici di chi vorrebbe avere un figlio. In realtà questo evento non dipende da noi, anzi quanto più siamo fermi nei nostri propositi tanto più la natura si ribella, “blocca il progetto”, con tutte le conseguenze del caso. Per questo accanirsi diventa controproducente: dentro di noi abitano forze arcaiche che non assecondano i piani dell’Io, se non quando questi coincidono con la nostra natura più autentica.

Basta combattere, affidiamoci alla vita

Come può esserci successo se vogliamo piegare la forza generativa a esigenze (il momento giusto, le opportunità da non perdere…) che non le appartengono? È come combattere i mulini a vento. Se non ce ne accorgiamo in tempo, ci infiliamo mani e piedi in un tunnel di stress al termine del quale non troveremo altro che insoddisfazione, insicurezza e depressione. Che fare dunque? Nulla, se non arrendersi all’evidenza dei fatti, spogliarsi dell’armatura, smettere di combattere.

Accettare che il concepimento sia un evento misterioso, che accade quando deve accadere è l’unico modo per non rovinarsi la vita con le proprie mani… e favorire davvero l’evento tanto atteso. Le storie di chi ci è riuscito lo confermano: tutte sono rimaste incinte, dopo anni di insuccessi, proprio quando hanno smesso di pensarci e di farne un’ossessione e hanno lasciato che la creatività riempisse la loro vita in molti modi diversi: nuovo lavoro, nuovi interessi, nuovi amici, nuove attività… Tra queste novità, alla fine, è arrivata anche quella tanto sperato: il figlio cui ormai non si pensava più.

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