A 50 anni voglio l’amore, il mio corpo no

“Vi scrivo perché sono tanti anni che provo a vivere “completamente” la vita ma senza risultati. Mi sento “incompleta” perché vorrei vivere una bella storia d’amore (ho 54 anni sono in menopausa e separata) ma davvero non provo “più niente”. Non c’è uomo che mi attiri, nonostante provi, quando esco, a indossare bei vestiti, dei tacchi e un velo di trucco. Prima di sposarmi ero una donna molto corteggiata, mi sentivo molto fortunata e ho avuto delle storie d’amore molto intense e profonde che mi hanno dato molto. Cosa mi succede ora? Da una parte sento il bisogno di innamorarmi mentre dall’altra noto che il mio corpo non sente la stessa necessità, non fa nulla per assecondarmi. Non emana segnali di seduzione. C’è qualcosa che posso fare?”

Mirella

Esistono momenti della vita nei quali le necessità del corpo e quelle della mente sembrano inconciliabili: è il caso di Mirella, alle prese con un dilemma lacerante. Afferma di voler vivere una storia d’amore, ma contemporaneamente percepisce che il corpo “non la asseconda”, non dà segni di desiderare attenzioni erotico/affettive. Nessun uomo la attira, si deve forzare per indossare bei vestiti o dimostrare un pur minimo segno di seduttività: eppure sente (o meglio, dice di sentire) il “bisogno di innamorarsi”…

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Ascoltare sempre i “messaggi” del corpo, anche quando non ci piacciono

Ma è proprio vero? Mirella lamenta di non riuscire a vivere “completamente”. Ma che cosa significa “vivere completamente”? Carl Gustav Jung, il grande psicoterapeuta svizzero, avrebbe detto: significa far convivere le proprie luci con le ombre, i desideri con le paure, la passionalità con la freddezza, mentre Mirella sembra convinta che se non vivrà una nuova storia d’amore (lei che pure afferma di averne vissute più di una, e appaganti), sarà incompleta. Ma oggi la sua anima, che si esprime primariamente attraverso il corpo (ecco il senso profondo della psicosomatica) la sta portando da un’altra parte, non accende il suo erotismo, non asseconda i suoi presunti desideri.

La menopausa non fa tramontare l’eros e nemmeno l’amore

Si dirà: certo, Mirella ha 54 anni, è in menopausa, comprensibile che il suo corpo non abbia più certe necessità. Nulla di più falso: una donna in menopausa può conoscere l’eros più appagante della sua esistenza e quindi amori appassionati. Il messaggio del suo corpo è forse un altro: ora Mirella è una donna nuova. La menopausa l’ha fatta evolvere in una direzione che l’ha trasformata in una persona diversa, con esigenze differenti rispetto alla donna che era prima. Affinché questo cambiamento arrivi a compimento, è necessaria una fase di distacco, di solitudine, di lontananza, di introspezione.

Se ti arrendi, arriveranno tesori inaspettati

Non accettarlo significa combattere una battaglia persa in partenza: se nessuno ti attrae, devi prenderne atto. Se il tuo corpo è muto ai richiami dell’eros, occorre arrendersi, mettersi in attesa e in ascolto. Non ci sono strategie efficaci da mettere in campo, non esistono escamotage o trucchi: il corpo non mente mai e per questo va ascoltato con rispetto e attenzione. Se farà così e la smetterà di ritenersi sbagliata per quel che prova, Mirella presto sentirà dentro di sè reazioni differenti e si sorprenderà di quanto desiderio e passione ancora abitano la sua anima

Al lavoro non riesco a impormi

Mario scrive a Riza Psicosomatica:

“Ho deciso di scrivervi perché devo riuscire a gestire qualcosa che secondo me è la causa dei miei insuccessi lavorativi. Quel qualcosa è la mia mancanza di personalità: facendo un esempio molto banale, in una discussione lavorativa, anche se ho ragioni da vendere non le so spiegare, mi blocco, mi sento immediatamente inadeguato, sbagliato e finisco per acconsentire o addirittura a chiedere scusa. Le persone costruiscono un mondo con le parole invece io rimango bloccato quando avrei tanto da raccontare.”

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Le convinzioni sono gabbie, anche sul lavoro

Le convinzioni stanno agli antipodi del benessere interiore; le più dannose sono quelle su noi stessi. Non ce ne rendiamo conto, ma ogni volta che ci definiamo ci stiamo limitando, confinando, ingabbiando. Mario crede di non avere una personalità, o meglio crede di non avere “carattere” e che questa mancanza sia la causa dei suoi insuccessi sul lavoro. Una convinzione errata come la stragrande maggioranza delle convinzioni: a nessuno manca il carattere, ma esistono molte personalità differenti, a volte diversissime fra loro. Il problema è che, a livello della superficie, ovvero della mente razionale siamo più o meno tutti convinti che avere “carattere” significhi essere forti, risoluti, sicuri, capaci di imporsi. Ma questa è una visione unilaterale della vita, ideologica, per nulla realistica.

Le contraddizioni esprimono quel che sei veramente

Nel profondo, nel mondo interno, siamo tutto e il contrario di tutto, siamo luci e ombre, guerrieri e pavidi, generosi e avidi. Se però ci convinciamo che sia necessario essere in un solo modo e non riusciamo a esserlo, entriamo in crisi. Le parole che ci diciamo sono davvero fondamentali: Mario, per spiegarci il suo problema, fa un esempio che giudica “banale”. In questo giudizio, nella parola “banale” c’è tutto il suo problema: un esempio non è mai banale, è un esempio! Se lo giudichiamo, stiamo implicitamente considerando banali noi stessi che lo stiamo proponendo.

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Accogliere le difficoltà è il primo passo per superarle

Restando al suo esempio, Mario percepisce un blocco ogni volta che sente di pensarla diversamente dai suoi colleghi. Crede di aver ragione, ma non riesce a esprimere il suo parere. Si sente in balia di questo evento e chissà quante volte si sarà criticato per non essere riuscito a dire quel che avrebbe voluto. Come tutti, avrà pensato di dover migliorare, diventare più sicuro, e non riuscendoci, avrà concluso di non avere personalità sufficiente per fare la carriera che gli spetterebbe.

Percepisci e osserva senza commentare

Eppure, qualcosa dentro di lui sa che in molte occasioni avrebbe avuto “ragioni da vendere”: come risolvere una simile contraddizione? La risposta è una sola: la percezione degli stati interiori. Mario non deve far altro che prendere atto del suo bocco, percepire bene quell’energia che cortocircuita dentro di lui senza riuscire a venire fuori assieme alle “parole giuste“. Può farlo alla prima occasione: arriva il blocco, lui lo percepisce. Si cerca nel corpo il punto dove il disagio si manifesta, si mette una mano su quel punto, se possibile si chiudono gli occhi e si rallenta il respiro. Senza giudicare il blocco, senza interpretarlo, senza cercare di mandarlo via. Si sta in attesa, un’attesa contemplativa.

Trova la tua strada e percorrila, non hai altri compiti

A cosa serve questa tecnica? A lasciare che il disagio, che è un messaggio dell’anima, faccia il suo percorso e nel farlo, spazzi via le convinzioni inutili, i preconcetti, i falsi miti di cui Mario è vittima. In questo modo la sua personalità autentica scenderà in campo e lui si accorgerà di saper esprimere perfettamente quel che ha da dire, ma a suo modo, un modo che, con ogni probabilità, non avrà nulla a che fare con l’idea che ha oggi Mario di come ci si debba esprimere. Vale per lui al lavoro, vale per tutti in ogni ambito dell’esistenza.

Voglio lasciarlo ma non ci riesco: che faccio?

Vittoria scrive alla redazione di Riza Psicosomatica:

“Sono mamma di una bambina di 5 anni avuta da una precedente relazione con un uomo di 15 anni più grande di me che ho amato molto, che all’inizio credevo perfetto, ma che, col tempo, si è rivelato oppressivo e manipolatore. In seguito ho conosciuto un altro uomo, ancora più maturo: incantata dalla sua forte personalità, mi sono fatta prendere dalle lusinghe e dai regali che mi faceva. Sono andata a conviverci in fretta e furia ma purtroppo in poco tempo costui si è rivelato un uomo molto diverso da come appariva, un narcisista incentrato su se stesso che mi obbliga a vestire in un certo modo, comportare in un certo modo e così via. La vita erotica, all’inizio molto appagante, lascia ormai molto a desiderare. Mi sento in gabbia, soffocata, vorrei lasciarlo ma poi lui mi fa sentire in colpa per tutte le cose che mi ha dato. Ogni volta che cerco di allontanarmi, torna a riprendermi. Quando ho visto i video del dottor Morelli ho capito che dentro di me c’era qualcosa che non ascoltavo, che non seguivo quello che diceva la mia anima, per questo ora mi sento stressata. Sono dimagrita molto e mi cadono i capelli da mesi. Come uscirne?”
Vittoria

Nell’Odissea, il racconto del viaggio di ritorno dell’eroe Ulisse da Troia verso casa, si narra di un antico Mito, quello delle Sirene. Queste creature demoniache attiravano i naviganti con un canto melodioso e parole suadenti verso degli scogli affioranti, in modo che le loro navi si sfracellassero e loro potessero divorare i malcapitati marinai. L’uomo antico, narrando una simile storia, intendeva metterci in guardia su un grande pericolo che incombe sempre sugli esseri umani: la lusinga, la blandizia, la seduzione subdola che mira al controllo di una persona, se non alla sua distruzione come nel mito delle Sirene.

Quanto sei complice di chi ti manipola?

Qualcosa di simile è accaduto a Vittoria, passata da un uomo manipolatore a un altro ma convinta in entrambi i casi di aver trovato “il principe azzurro“, l’uomo perfetto. Lo dice lei stessa, parlando del compagno attuale: “Mi sono fatta prendere dalle lusinghe e dai regali“. Come sempre accade, questo tipo di uomini si rivela in breve tempo molto diverso dalle apparenze; una volta raggiunta la conquista, puntualmente mostra un carattere accentratore, manipolatorio e oppressivo, e tende a privare la donna della libertà e dell’autonomia. Si tratta di uomini che non vogliono una compagna, bensì una bambola, un automa da dirigere a loro piacimento.

Se non ti ascolti, arrivano le Sirene

Se tutto questo è vero, perché Vittoria (come altre donne, in verità) è caduta in questa trappola? Che cosa la spinge verso persone di questo genere? Prima di pensare a come uscire da questa storia, è il caso di chiedersi perché ci si è entrati e la risposta ha sempre a che vedere con il nostro rapporto col mondo interno, con l’anima. In apparenza lui ti conquista con armi “classiche” di seduzione, ma l’occhio di Vittoria dovrebbe smettere di guardare fuori, e concentrarsi sull’interiorità. Così facendo e rinunciando alle forzature (se non riesci a lasciarlo adesso, sforzarsi non porta a nulla),  potrebbe accorgersi che è lei a farsi trattare come descrive, è lei a cercare uomini apparentemente forti, in realtà fragili e ossessionati dal controllo.

La sofferenza del corpo è un messaggio dell’anima

L’età degli uomini protagonisti della narrazione è un indizio: una parte di Vittoria vuole rimanere bambina, vuole farsi dirigere. Qualcos’altro, più profondo, si ribella a questo stato di cose e la fa star male, spegne l’erotismo, la colpisce nelle forme fisiche. Non lo fa per tormentarla, ma perché lei si accorga di quanto sia complice dei suoi “aguzzini”; la sola strada per uscire da questa difficile situazione è la consapevolezza che quel che ci accade dipende in buona parte da noi. In ogni momento della vita, possiamo essere in balia delle Sirene, ma in ogni momento possiamo ribellarci e tornare a essere i veri protagonisti delle nostre esistenze. Nessuno ha bisogno delle lusinghe, nemmeno Vittoria!

Come guarire le ferite del passato

In questo numero di Riza Psicosomatica io e l’intera equipe di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti e giornalisti che ci scrivono abbiamo lavorato per far passare un messaggio fondamentale: il nostro benessere non dipende da quel che ci è accaduto.

Ti ha lasciato? Guarda solo dentro di te

Anna, una nostra lettrice, mi scrive e parla di una delusione d’amore fortissima: è stata lasciata dal compagno, sola con dei bambini piccoli. In questi casi abbiamo due strade davanti a noi: possiamo ribellarci a quel che è accaduto, lamentarcene con gli altri e perpetuare così la nostra sofferenza, anche per anni. Oppure possiamo posare lo sguardo su qualcosa di sconosciuto presente in tutti noi: i greci lo chiamavano “daimon”. Quando il dolore è profondo, il pensiero non permette alla cicatrice di formarsi; lo stesso fanno le autocritiche (“non so tenermi gli uomini”) o i ricordi (“ho avuto un padre assente, quindi il mio comportamento è conseguenza di quell’assenza e così io faccio in modo che gli uomini mi lascino”). 

Fai quello per cui sei nato

Al contrario occorre cercare sempre di dedicarsi ogni giorno alle cose che ci vengono facili, indossare un vestito che ci calza a pennello, camminare verso una pianta che ci è affine, prendere una penna e scrivere un racconto, immaginare un viaggio non fatto, un amore con uno sconosciuto che arriva senza il parere di nessuno. Quando la mente si sposta su ciò che ci caratterizza, stiamo automaticamente meglio. Sul numero in edicola proponiamo esercizi che vanno in questa direzione, eseguibili da tutti. Immaginiamo il nostro incontro come un insieme di stanza. c’è la stanza della paura, quella del desiderio, quella della gioia, quella della tristezza e così via. 

Tutte le persone che vengono lasciate spesso era tempo che non avevano più desideri: il desiderio è un farmaco per il cervello. ma c’è anche la stanza della rabbia, che va percepita. La stanza più importante di tutte, la più preziosa è un luogo segreto dove ti ripari e dove non può entrare nessuno. Lì c’è il Daimon, quell’essenza misteriosa che da sempre ci guida e ci protegge. Da quando siamo nati siamo cambiati migliaia di volte senza accorgercene, ma la nostra trama è rimasta la stessa, perché c’è un Daimon, un essenza, un energia potente che appartiene solo a te. 

Ricominciare a vivere è sempre possibile

Le ferite del passato passano tanto più in fretta quanto più smettiamo di parlarne, e quanta creatività mettiamo in campo nella nostra giornata. Non chiederti perché lui ti ha lasciato, chiediti cosa ti piace tanto e hai smesso di fare… Il segreto per tornare a stare bene è tutto qui ed esistono tecniche molto efficaci che tutti possono mettere in campo per farcela. Su questi numero di Riza psicosomatica le spieghiamo tutte. Buona lettura!

Dimenticare un amore: ecco come si fa

Dimenticare un amore: come si fa?

Federica, un’amica lettrice di Riza Psicosomatica, ci scrive:

“Lui mi ha lasciata due anni fa ma io sto male come se fosse accaduto ieri… Come è possibile? Forse stavolta la ferita è davvero molto profonda, non credevo di poter soffrire così, mi sento frastornata, continuo a chiedermi: perché, perché, perché? Le amiche hanno paura che vada in depressione e mi spronano ad uscire con loro… Ma io mi sto sempre più allontanando da tutto e tutti, ho bisogno di fare il vuoto, meditare un po’ su di me, ritrovarmi… Come faccio a superare questo dolore? C’è qualcosa che posso fare?».

Nella sua mail Federica parla di una ferita profonda che non si rimargina. In realtà non ci sono ferite più profonde o meno profonde, è un’invenzione della mente. Qualsiasi cosa sia accaduta il dolore non dura mai troppo a lungo. Dura quanto deve durare. Se si prolunga dipende solo dal nostro atteggiamento mentale: non abbiamo accettato che le cose siano andate così, non siamo stati disponibili a cedere all’abbandono, a farci travolgere dal dolore. Spesso addirittura, ci rifiutiamo di ammettere che era inevitabile: cancelliamo il ricordo di tutte le cose che non funzionavano nel rapporto e costruiamo un altare. In questi casi facciamo del dolore una ragione di vita. Esistono due tipi di dolore: quello di chi, quando tutto “crolla”, si sente annientato, finito e si accascia; questo è il dolore buono, sano, che ha in sé una sorta di “salvezza”. L’altro è quello di chi non accetta ciò che è successo, ci pensa e ci ripensa, comincia a lamentarsi, cerca di capire, e così facendo, lo fa perdurare per tutta la vita.

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Quel che serve quando non riescia dimenticare il tuo ex

Detto tutto questo, Federica fa bene a non ascoltare le amiche. Quando il dolore arriva è meglio, per un po’, permettergli di prendere posto nella nostra coscienza, di occuparla totalmente. Solo così può compiere il suo lavoro di purificazione rinnovandoci completamente e diventando una buona occasione di rinascita. Il vuoto aiuta a ritrovare equilibrio. Ma attenzione: non serve rimuginare sugli errori passati, sui rimpianti e sui rimorsi. Occuparsi di sé significa niente di più che osservarsi mentre si vive. Vivi, fai le cose di tutti i giorni, senti le emozioni, e intanto osservati, senza dare giudizi. Occorre diventare testimoni di se stessi nei piccoli gesti: quando si mangia, si lavora, si cammina… Non esistono azioni stupide o banali. Anzi, sai qual è uno dei più importanti antidoti al dolore? Fare, creare.

Il miglior antidolorifico per dimenticare un amore? L’azione

Come i bambini quando modellano la creta, i muratori coi mattoni, le donne di una volta con il ricamo: quando siamo immersi in un lavoro manuale, anche il più modesto, il cervello esce dal labirinto dei rimpanti, mette in moto energie rigeneratrici e si rinnova. Guardarsi quietamente in ogni momento della giornata: questo riporterà Federica al nucleo profondo di se stessa, e questo è ben più terapeutico di meditare su ciò che è andato storto. L’anima non è fatta per autodistruggersi pensando e ripensando, ma per realizzare cose. Occorre ricordalo sempre invece di perdere tempo a rimuginare sulla vita e sugli amori finiti: le risposte arrivano da sole quanto più siamo concentrati nelle imprese concrete.

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