Ti racconta tutto di sé? Vuole controllarti

 

 
Ti racconta tutto di sé? Vuole controllarti

Cercare sempre la confidenza dell'altro e la sua approvazione a tutti i costi e un atteggiamento manipolatorio: come evitare di cadere in relazioni forzate

 

Quando la comunicazione diventa vincolante

Il meccanismo di ricerca della comprensione segue in genere uno schema sempre uguale. La persona, chiunque abbia davanti e di qualunque cosa si stia parlando, porta velocemente il discorso su di sé per creare una situazione di comunicazione confidenziale. E per farlo espone ad esempio un fatto privato e personale: il suo stato d'animo del momento, qualcosa che ha fatto, un problema che l'attanaglia, un errore che ha commesso, una discussione o litigio in cui è stato coinvolto al lavoro, un senso di colpa che la ossessiona. Come a dire: «Ti informo che io sono così: mi puoi accogliere, capire, legittimare? Altrimenti andare avanti nel discorso sarà per me un tormento». Sebbene mascherata di intimità e sentimentalismo, si tratta di una sorta di "estorsione", un voler strappare a tutti i costi un'accettazione, un giudizio benevolo che magari non c'è o che non è ancora il tempo di avere. In questo modo, mentre con dolcezza cerca umanità e calore, questa persona, col suo stile di comunicazione, impone i suoibisogni agli altri.

Una comunicazione che ricorda quella dei bambini

Questo schema appartiene all'infanzia: il bambino parla innanzitutto di sé e del suo mondo, interrompe i discorsi degli adulti per attirare l'attenzione, rapito dalle proprie esigenze, e può accettare contraddittori o critiche solo se prima viene preso in braccio e coccolato. Ecco, è come se in queste persone, che pure sono adulte in tutto il resto, lo stile di comunicazione sia rimasta fossilizzato in quel tempo infantile e sia oggi riproposta tutto sommato identica. Ancora oggi - per prima cosa - vogliono essere rassicurate.

Comunicazione o manipolazione?

Chi fa così in genere è testardo proprio come un bambino, e se gli si fa notare che il suo atteggiamento è controproducente si oppone con forza al cambiamento. Forse, per uscire da questa modalità che in realtà gli crea più problemi di quanto non voglia riconoscere, bisogna fare in modo che veda i "disastri" relazionali che produce. A partire dalla mancanza di libertà che ha nell'incontrare gli altri, "obbligato" com'è  a frequentare solo persone accondiscendenti, che non lo possono trattare da adulto dicendo quello che pensano veramente. Questo atteggiamento, decisamente manipolatorio, rischia di irritare anche gli interlocutori meglio disposti, che non si sentono liberi di esprimersi perché devono occuparsi di accudire psicologicamente e umanamente l'altro. Una responsabilità inutile, che annoia e allontana e che, in fin dei conti, mostra tutto l'egocentrismo di questi "falsi empatici".

Cosa fare se ti accorgi di fare così

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Quando conosci qualcuno, non mettere subito in piazza elementi della tua vita privata, un tuo difetto o fragilità. Poniti in ascolto o parla di cose più superficiali o comunque meno intime. All'inizio non è facile perché la ricerca dell'intimità scappa fuori in automatico, ma dopo un po' ci riuscirai e scoprirai che essa all'inizio non è né indispensabile né opportuna.

-Più rispetto per l'altro

Tieni presente che l'interlocutore ha il sacrosanto diritto di non giustificarti e di non comprenderti sempre e comunque, di non accoglierti umanamente nel modo incondizionato che tu ti aspetti. Se lo obblighi a tutto ciò egli non riuscirà a essere spontaneo, magari si allontanerà o il rapporto sarà in ogni caso sfalsato fin dall'inizio.

-  Imparare a comprendersi 

Spesso si cerca negli altri quello che non si trova in se stessi. In questo caso cerchiamo l'accettazione (su vari piani) che non siamo in grado di offrirci. Perciò è necessario conoscersi meglio e imparare a voler bene alle proprie caratteristiche. Si può farlo con una psicoterapia, seguendo corsi, leggendo libri, riflettendo, ognuno nel modo che scopre più consono per sé.

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Stefi 24/08/2013 18:42

Molto interessante. Fa riflettere. Grazie

 

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L'istituto Riza di Medicina Psicosomatica, fondato nel 1979 da Raffaele Morelli insieme a un gruppo di medici, psicologi e ricercatori, ha lo scopo di studiare l'uomo come espressione dell'unità psicofisica, riconducendo a questa concezione l'interpretazione della malattia, della sua diagnosi e della sua cura. 

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