Una buona risposta – anche a queste domande - deve essere spontanea, sincera, tenere conto dell'età del bambino, essere a lui comprensibile
Le domande...che non ti aspetti
"Come nascono i bambini?", "Chi è Dio?", "Perché il papà non vive più con noi?": i bambini piccoli fanno continuamente domande e a molte di esse non è facile rispondere. Ti chiedi cosa tuo figlio possa davvero capire e cerchi le parole giuste per fornirgli una risposta adeguata alla sua età, che lo soddisfi senza metterlo in allarme o creargli confusione. Capita anche che la sua domanda ti spiazzi al punto da ripiegare sul classico "Chiedi a papà/alla mamma" o " Sei troppo piccolo". Ma il bambino non demorde e quando meno te l'aspetti...torna alla carica! E allora sottrarsi diventa complicato. Per non farci trovare impreparati davanti alle domande "difficili" dei nostri bambini, cerchiamo innanzitutto di liberarci in primis dei nostri pregiudizi che ci impediscono di trovare le parole giuste.
L'atteggiamento giusto: adattare la spiegazione al suo livello
Alle sue domande bisogna sempre rispondere, adattando il linguaggio al suo livello di comprensione e scegliendo una versione non allarmistica, ma aperta a una soluzione. Con i più piccoli: "Piango perché ho litigato con mia sorella. Capita anche a te con il tuo amichetto..."; "Il nonno non sta bene, dovrà rimanere a letto, mentre a lui piace uscire...". Con i più grandicelli (7-10 anni), certamente, possiamo essere più espliciti.
L'errore: inventare storie o ignorare
Quando il bambino fa una domanda scomoda è sempre controproducente negare o fingere. Per esempio se chiede: "Perché sei triste mamma?", rispondere che siamo solo un po' stanche, mentre abbiamo appena saputo che nostro papà non sta bene e siamo in apprensione per la sua salute, genera ansia rispetto a qualcosa di misterioso di cui pare solo lui (o lei) avverta la minaccia. Inoltre noi genitori, sottoposti allo sforzo di non far trapelare nulla, siamo più a rischio di sbottare o perdere il controllo.
Alcune domande "imbarazzanti", alcune risposte possibili
- Come si fanno i bambini?
Niente cavoli e cicogne
Evitiamo la storiella del cavolo o della cicogna o altre bugie che raccontavano a noi da bambini. Con i piccolini non usiamo un linguaggio troppo scientifico: crea distanza dal corpo e dalle sensazioni, che sono invece il terreno su cui il bambino si muove con più disinvoltura. Dai 7 anni in poi, chiamiamo pure le cose con il loro nome: pene e vagina.
Semplificare la spiegazione
Con i piccoli, un buon sistema è iniziare con: "Tu come credi che funzioni?". Se ci chiede come è nato, si può dire: "Il papà ha messo un semino dentro la mamma e lei lo ha accolto nell'ovetto.
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- Chi è dio?
Evitare il buonismo
Se senso religioso significa percepire il mistero della vita, il bambino lo possiede. Che tutto ciò che esiste abbia un'anima non lo sorprende affatto: le fiabe sono ricche di alberi e fiori parlanti. Affidarsi a una forza più potente appartiene alla sua visione magica. Detto questo la cosa più sbagliata da fare è parlare del sacro in termini moralistici, ovvero in termini di buono-cattivo, giusto-sbagliato, così da creare nette linee di separazione in un mondo che ai suoi occhi appare invece unitario. Frasi come: "Dio piange, se tu dici le bugie", " I buoni vanno in cielo, i cattivi all'inferno", aprono la porta a sensi di colpa e paure controproducenti.
Rispettare il suo bisogno di magia
È un'esperienza illuminante ascoltare i bambini piccolini parlare delle cose che "non vedono". Prima di rispondere alle loro domande ascoltiamo quello che ci dicono, così da poter accedere alle immagini che abitano la loro vita interiore. Se vogliamo aggiungere qualcosa, troviamo un linguaggio che si sposi al loro, senza alimentare ma neanche deridere la loro visione. A partire dai sei-sette anni - se siamo credenti - parliamogli pure di Dio che ha creato il mondo perché si sentiva solo. Altrimenti è giusto esprimere al bambino la propria opinione. L'importante è permettergli di crearsi una propria visione delle cose, senza condizionarlo.
- Perché esiste la guerra?
Rispondere in modo evasivo
La televisione manda in onda di continuo immagini drammatiche che possono turbare la sensibilità dei bambini piccoli. Dire che "non ci sarebbero guerre e bambini che muoiono di fame, se la gente fosse meno egoista", è un messaggio controproducente perché fa capo a un'idea per il bambino paradossale, dove proprio il buono, che alla fine, come nelle favole, dovrebbe trionfare, nella realtà diventa invece la vittima dei cattivi, che risultano vincenti. Soprattutto se a scatenare la domanda è un'immagine o una scena in tivù dal forte impatto sovente più eloquente di qualsiasi ragionamento.
Trasmettere messaggi rassicuranti
L'aggressività e il prevalere sull'altro per affermare la propria volontà sono forze che i bambini conoscono bene e di cui non si colpevolizzano: se mi rubi il gioco, ti picchio per riprendermelo, e intanto mi misuro con te e conosco i miei punti di forza e di debolezza. Non a caso fare la lotta o giocare alla guerra è un classico. Dai 7 anni occorre sottolineare che il diritto a difendersi non deve sconfinare nella violenza e questo può essere una buona metafora per spiegare i perché della guerra e le sue conseguenze: non rispettare il limite porta alla rovina.
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