Quando ami incontri il tuo destino

Nell’amore non incontri solo l’altro, ma attraverso l’altro incontri l’eros, cioè la forza stessa della vita, il principio di perenne fioritura che è dentro di te, ma che a volte ti dimentichi di avere. Eros arriva per risvegliarlo. Ecco perché quando sei innamorato ti ammali meno e sei più radioso: è la vita che brilla in ogni tua cellula. Eros così ti fa incontrare te stesso, il tuo destino, la tua capacità di evolverti e di stare vicino a ciò che fa per te. Non viene per mettere tutto in equilibrio, per farti mettere la testa a posto, per farti sistemare. Al contrario: è squilibrio, energia, passione. Ma solo da questa passione la vita rinasce continuamente.

Crisi di coppia: cause e soluzioni

Leonardo è un uomo sulla quarantina e ha deciso di intraprendere un percorso terapeutico per cercare di risolvere la crisi di coppia che sta attraversando con sua moglie Giulia. Durante le prime sedute afferma che la loro vita matrimoniale è sempre uguale e che il lavoro (costante fonte di preoccupazione) lo impegna per tutta la giornata. Quando torna casa si sente apatico, privo di energie e di interessi da condividere con Giulia, la quale è infelice e si lamenta sempre di lui. Come uscire da una situazione simile?

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La crisi di coppia riguarda solo lui e lei

Dopo un po’ di tempo in cui due persone stanno insieme, la coppia può iniziare a girare a vuoto, preda dell’abitudine e degli impegni quotidiani, proprio come è successo a Leonardo e Giulia. Spesso si tende a ricercare all’esterno la causa della crisi (lavoro, impegni, orari, nuove conoscenze), senza rendersi conto che la coppia (proprio come ogni persona) si evolve, andando incontro a cambiamenti che non dipendono se non in minima parte dalla realtà esterna. L’unica cosa che conta davvero in una relazione di coppia è l’attrazione reciproca, la quale proviene esclusivamente dall’interiorità. Non stiamo parlando solo di sessualità, ma di quella particolare alchimia che rende possibile l’unità che la coppia rappresenta.

La crisi di coppia è un momento di evoluzione

Ogni coppia nel corso del tempo si evolve e quindi può incontrare una crisi, che molto spesso è solo un momento di passaggio. In questo senso la crisi di coppia è persino utile: anzi, se non si presenta mai, significa che la coppia è ferma, stagnante, e non evolve. Quando arriva la crisi, invece, vuol dire che qualcosa non funziona più e si è in procinto di un cambiamento: bisogna per forza attraversare questo momento di “regressione” per giungere alla giusta “progressione”. Naturalmente questo può significare anche la fine della relazione, ma in tal senso nessuna coppia è “garantita”.

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Se ne esce solo attraversandola

Come superare, quindi, un momento di crisi di coppia? Vivendola e attraversandola pienamente, permettendole di svolgere la funzione evolutiva di cui è portatrice. Fare finta che non esista o cercare di scacciarla è controproducente: la crisi tornerà più forte di prima. A volte, per paura di perdere il partner, si ricorre a facili espedienti (che fungono però solo da tappabuchi), come decidere di iniziare un’attività insieme per riaccendere la passione o fare finta che stia andando tutto bene quando in realtà qualcosa ci dà fastidio; peggio, decidere proprio in quel momento di  fare un figlio, il cui arrivo dovrebbe “mettere apposto le cose”. Queste dinamiche peggiorano la situazione e basta: la crisi non va negata, così come non bisogna giudicare a priori giusta o sbagliata una relazione. La soluzione è solo una e passa dall’accettazione della crisi, anche se non si sa dove porterà: a volte chiude la relazione, altre volte la fa ripartire. In ogni caso la farà muovere da quel punto di stallo dove si è impantanata.

Paura di volare: come vincerla con la psicologia

L’aerofobia o aviofobia è la paura di volare sugli aerei e rappresenta un disturbo molto diffuso. Solitamente prevede sintomi psicosomatici accompagnati da pensieri negativi sull’esito del viaggio. In realtà i dati statistici indicano come l’aereo sia il mezzo di trasporto più sicuro e che la probabilità di morire in un incidente aereo è davvero bassissima: solo di 1 su 11 milioni. Eppure, questo ragionamento è poco utile se si ha paura di volare…

Paura di volare o paura… della vita?

La difficoltà a lasciare fisicamente la terra sotto i piedi indica il timore inconscio di perdere il controllo, di lasciarsi andare nella vita, accettandone anche la parte ignota e imprevedibile. Le persone che soffrono di aerofobia tendono a tenere sempre tutto sotto controllo, senza lasciare spazio all’inevitabile incertezza delle situazioni: tutti sanno che non è possibile programmare un piano di fuga da un aereo in volo, e buttarsi fuori sarebbe inutile. Inoltre, volando in aereo ci si deve necessariamente affidare ad altri; la paura di volare può quindi nascondere anche la difficoltà a fidarsi degli altri, volendo restare ben saldi alle proprie convinzioni.

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Per il grande psicoanalista Carl Gustav Jung, l’immagine moderna dell’aereo racchiude il significato simbolico dell’immagine antica dell’uccello. Proprio come i volatili devono imparare a spiccare il volo per riuscire a procurarsi il cibo da soli, allo stesso modo imparare a staccare i piedi da terra (e la mente dal controllo) risulta necessario per evolvere.

Per spiccare il volo devi accettare il vuoto

Ma come si fa a lasciarsi andare? Una buona strategia è fare spazio alle sensazioni di vuoto in altri momenti della giornata. Un utile esercizio immaginativo da fare più volte prima di prendere un aereo è questo: siediti comodamente e chiudi gli occhi. Immagina di essere su un aeroplano che sta per decollare. Intorno a te senti il vuoto accompagnato dal rumore del carrello in movimento. Ad un certo punto una persona cara ti prende la mano, tu non la vedi ma sai che c’è, la percepisci ed è amorevole.

È lì con te e ti sta accompagnando nel vuoto, infondendoti il suo calore. Subito una sensazione di piacere e serenità ti pervade e ti senti al sicuro, mentre i tuoi piedi si stanno lentamente alzando da terra. Hai lasciato lì in basso il controllo e le certezze, ora hai spiccato il volo e il vuoto è tuo amico. Una volta salito in aereo lasciati andare all’infinito del cielo, uno spazio vago e sognante. Sei letteralmente fra le nuvole, qual miglior luogo per lasciarsi ispirare e volare anche con l’immaginazione?

Cos’è l’autostima? Accettare i lati peggiori di sé

Spesso si pensa che il segreto dell’autostima e della fiducia in sé stessi stia nella capacità di coltivare pensieri positivi su noi stessi che ci accompagnino nel corso della giornata. Se però un simile atteggiamento si trasforma nel rifiuto delle parti di noi che ci spaventano o che ci fanno soffrire, otterremo il risultato opposto: è quello che è successo a Silvia, che ha scritto alla redazione di Riza Psicosomatica.

Da pochi mesi sono diventata mamma. Prima di partorire io e mio marito fantasticavamo su come sarebbero stati questi momenti, eravamo impazienti che arrivasse il bambino. Non vedevo l’ora di essere la madre dei sogni per mio figlio. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe potuto essere così difficile. Non voglio sembrare una pappamolla, ma a volte mi sembra di non farcela a reggere questo carico. Eppure ho anche preso l’aspettativa dal lavoro per poter essere mamma a tempo pieno. Ultimamente poi mi vengono in mente strani pensieri: ho paura che il bambino possa sfuggirmi di mano, che possa farsi del male. E che la colpa sia mia, come se in fondo lo desiderassi. Ma che mamma sono? La mia autostima è completamente a terra, cosa posso fare?”

Non temere i brutti pensieri

Tentare di bloccare i brutti pensieri ha l’unico risultato di aumentarne l’intensità, precipitandoci in una lotta continua con la nostra mente che distrugge l’autostima. Non è scappando da loro quindi, che otterremo qualcosa. Al contrario, quando il “peggio di noi” arriva a bussare alla nostra porta, accoglierlo è l’unica cosa che possiamo fare. “Ho dei pensieri che vengono a trovarmi. Sono brutti, non mi piacciono, ma sono qui, non posso negarlo”; “Io sono anche questo”: queste sono le cose da dirsi e che davvero possono mettere in moto qualcosa dentro di noi.

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I brutti pensieri ti ricordano che sei anche “altro”…

Che cosa? Un totale cambio di prospettiva: questi pensieri ci permettono di riconoscere un lato di noi da cui prendere le distanze, il lato superficiale. Non sono la paura, la tristezza o la rabbia le cose da temere, ma l’essere omologati. È il pensiero omologato e superficiale quello che fa dire a Silvia: “Che razza di madre penserebbe male del suo bambino? Una vera mamma darebbe tutto per lui”. Ma lei non è solo una mamma, è anche una donna, una figlia, una moglie: ha passioni e interessi. E ha anche paura, rabbia e stanchezza.  Se per omologarci non diamo il giusto spazio ai tanti volti di noi, ecco che allora arriveranno i brutti pensieri per ricordarci che siamo anche altro. Perché la vera autostima non si raggiunge diventando unilaterali, ma completi!

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Una mamma vera non è una mamma-modello

Imparando ad accettare e ad accogliere i pensieri che vengono a trovarla allora, Silvia potrà riscoprire quegli aspetti di lei che ha messo da parte. Smettendo così di voler essere una mamma-modello, potrà finalmente diventare una mamma vera: quella che magari si fa aiutare nelle incombenze, che non aspira ad essere perfetta, che ogni tanto stacca dalle responsabilità e si dedica alle sue passioni. Una mamma che è innanzitutto e soprattutto donna. Solo così i brutti pensieri se ne andranno e Silvia potrà recuperare l’autostima e la fiducia nella sua capacità di essere madre.

Alzheimer: l’importanza della prevenzione

La malattia di Alzheimer è una sindrome neurodegenerativa a decorso cronico, lento, ma progressivo e rappresenta la forma di demenza senile più diffusa. Si manifesta attraverso tre categorie di sintomi:

  • Cognitivi = Difficoltà di memoria, linguaggio, riconoscimento di oggetti, disorientamento spazio-temporale.
  • Funzionali = Difficoltà nello svolgere le attività della vita quotidiana (vestirsi, lavarsi, cucinare, fare la spesa, ecc.).
  • Comportamentali = Agitazione, ansia, abulia.

La durata media di questa malattia ancora oggi incurabile, si aggira intorno agli 8-10 anni dalla comparsa dei sintomi. Essendo una patologia degenerativa, con l’avanzare del tempo le aree cerebrali coinvolte saranno sempre più compromesse e quindi la persona colpita necessiterà di un’assistenza intensa e continua: la malattia impatta molto anche sui familiari, chiamati già agli inizi a pianificare l’assistenza necessaria al congiunto. La malattia di Alzheimer si differenzia dal normale declino cognitivo dovuto all’età, poiché quest’ultimo è più graduale e associato a minore disabilità funzionale.

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Diffusione dell’Alzheimer

L’Alzheimer rappresenta la causa più comune di demenza nella popolazione anziana fra i paesi occidentali (colpisce attualmente circa il 5% delle persone sopra i 65 anni) e una delle maggiori cause di disabilità nella popolazione generale. Il rischio di contrarre la malattia aumenta con l’età: circa il 20% della popolazione ultra-ottantacinquenne ne è affetta, anche se in alcune persone la malattia fa la sua comparsa prima dei 65 anni. Con l’invecchiamento progressivo della popolazione globale, si stima che il numero di persone affette da demenza raddoppierà nei prossimi 15 anni, comportando rilevanti costi assistenziali e sociali.

La scoperta dell’Alzheimer

La malattia di Alzheimer prende il nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che nel 1907 ne descrisse per primo le caratteristiche. Il tessuto cerebrale dei soggetti da lui osservati presentava una diminuzione delle cellule nervose e la presenza di placche senili visibili anche a occhio nudo. Successivamente, con l’utilizzo di procedure di osservazione microscopica, evidenziò la presenza di ammassi proteici non degradabili e solubili: sono proprio queste sostanze a compromettere la funzionalità cerebrale. La malattia si sviluppa quindi attraverso un processo degenerativo che distrugge lentamente e progressivamente i neuroni e provoca un deterioramento irreversibile di tutte le funzioni cognitive superiori (come memoria, ragionamento logico, capacità di giudizio, capacità decisionale, linguaggio) fino a compromettere l’autonomia funzionale della persona.

Alzheimer: i fattori di rischio

I fattori di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer si suddividono in due categorie: fattori di rischio non modificabili e fattori di rischio modificabili. Mentre sui primi non è possibile agire, sui secondi si può intervenire ottenendo dei risultati significativamente positivi nella prevenzione primaria dell’insorgenza della malattia.

Quanto è utile mettere in atto comportamenti preventivi nei confronti dell’Alzheimer? Si stima che ben un terzo dei casi di questa malattia possano essere attribuiti a fattori di rischio modificabili e da ciò emerge l’importanza di adottare misure preventive già in giovane età,  sia per scongiurare lo sviluppo della malattia sia per rallentarne l’esordio. Aspettare che compaiano i primi sintomi per fare prevenzione è inutile: una volta che emergono significa che è già in atto il processo neurodegenerativo che porterà alla progressiva ed inevitabile perdita di neuroni.

Fattori di rischio modificabili

I principali fattori di rischio modificabili su cui si può quindi intervenire per abbassare le probabilità di esordio di Alzheimer sono associati allo stile di vita.

  • fumo di sigaretta
  • assunzione di alcol e altre droghe
  • carenza di vitamine
  • alimentazione poco salutare
  • scarsa attività fisica
  • scarse attività mentali
  • basso livello di istruzione
  • isolamento sociale
  • diabete
  • ipercolesterolemia
  • dislipidemia

Iniziare a intervenire il prima possibile per evitare atteggiamenti e comportamenti che portino a tali fattori di rischio costituisce una misura preventiva efficace. I fattori protettivi contro lo sviluppo di Alzheimer sono proprio l’adozione di uno stile alimentare salutare, l’allenamento costante delle facoltà cognitive, l’allenamento fisico e le relazioni sociali.

Fattori di rischio non modificabili

  • il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer aumenta con l’avanzare dell’età. La maggior parte delle persone sviluppa l’Alzheimer dopo i sessantacinque anni e, da questo momento, l’incidenza di malattia incrementa in modo esponenziale fino a circa ottant’anni.
  • le forme di demenza cosiddette “familiari” si manifestano in due o più persone appartenenti allo stesso nucleo familiare. Queste ultime possono essere causate da una mutazione genetica che può essere trasmessa dal genitore al figlio con una probabilità del 50%. Un altro fattore genetico di suscettibilità è legato al gene APOE: una sua specifica variante conferisce un rischio aumentato di sviluppare la malattia di Alzheimer.

La presenza di fattori di rischio non modificabili non indica necessariamente che la malattia si manifesterà: si tratta solo di maggiori probabilità di rischio rispetto a chi non è caratterizzato da tali fattori.

Togliti dalle spalle il peso delle parole inutili

Le parole che dici a te stesso sono come semi che possono far germinare la pianta dell’autostima o quella della disistima. Se continui a dirti come dovresti essere, a chi devi somigliare, se fai paragoni tra te e altri e insegui modelli di perfezione, tutto diventa pesante e difficile: non ti sentirai mai all’altezza, ciò che semplicemente sei non andrà mai bene. Smetti di darti ordini: il benessere nasce prima di tutto dal silenzio interiore. Quando sei silenzioso con te stesso, quando ti osservi senza interferire con tutto ciò che si affaccia in te, allora la tua pianta può iniziare a fare i suoi frutti e tu puoi realizzare il tuo destino

Non temere il vuoto: ti sta portando a casa

Sabrina scrive alla redazione di Riza Psicosomatica per avere un aiuto su come riuscire a lasciarsi andare nella vita. “Sono una ragazza come tante, mi divido tra famiglia, lavoro, piscina e amici; non ho mai un momento libero perché vivo a mille ogni attimo della giornata! Mi è capitato, però, di dover restare a casa qualche settimana a causa di un piccolo intervento chirurgico. Da quel momento è iniziata a prendermi una strana sensazione di vuoto. Ho iniziato a riflettere sull’ansia di voler tenere tutto sotto controllo che mi caratterizza da sempre e mi sono accorta che questa mania non riguarda solo gli oggetti ma anche le relazioni personali. La verità è che cerco di tenere sempre tutto sotto controllo per evitare ogni sorta di imprevisto. Ad esempio, da poco più di un anno vado in piscina e nelle sere sola a casa mi sono chiesta più di una volta come mai non riesco a superare la paura di staccare i piedi dal fondo e galleggiare liberamente nell’acqua. Ho davvero il terrore del vuoto: come posso lasciarmi andare in acqua e nella vita?

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Dai il benvenuto al vuoto

La nostra amica lettrice inizia il suo racconto narrando di come la sua vita sia rigidamente scandita da impegni e orari: famiglia, amici, lavoro e piscina… Ogni momento è riempito da qualcosa; sembra una vita perfetta, ma in realtà lo è solo in superficie. Appena ha dovuto restare ferma a casa arriva una sensazione che la terrorizza: il vuoto. Questa nuova esperienza la fa riflettere sulla sua mania di controllo rispetto a ogni aspetto della vita. Vuole organizzare ogni momento e avere tutto sotto controllo perché ha paura degli imprevisti. Ma gli imprevisti sono il sale della vita: senza di essi vivremmo ogni giorno come uguale all’altro, in maniera quasi automatica, e l’anima di Sabrina glielo fa notare appena lei si ferma. Solo attraverso l’insicurezza che il vuoto le fa provare, Sabrina può cominciare ad andare più in profondità “dentro di sé” e a capire che ha un solo, grande bisogno: lasciarsi andare…

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Se non temi il vuoto scopri chi sei

Avendo incontrato il vuoto, Sabrina si è potuta soffermare sulla sua costante preoccupazione per ciò che gli altri fanno e pensano. Questo timore, manifestato attraverso le manie di controllo, nasconde in realtà un profondo senso di inadeguatezza: Sabrina, prima che degli altri, non si fida di sé stessa! Cosa lo dimostra sopra ogni cosa? Il fatto di non essere in grado di galleggiare in acqua, di aver sempre bisogno di un appoggio. Lasciarsi andare nell’acqua calma è un gesto assolutamente naturale, proprio come fa il feto nel ventre materno. Sabrina non deve cambiare, ma solo accettare sé stessa, con tutte le proprie caratteristiche e i propri limiti. Solo in questo modo, abbandonando gli schemi rigidi in cui ingabbia la sua anima, scoprirà che può galleggiare anche da sola, in acqua e nella vita, senza paure.

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