Voglia di libertà: ti manca davvero?
Fai questo semplice esercizio che in poco tempo ti regalerà la quiete che desideri. In un luogo tranquillo della tua casa mettiti in una posizione comoda, respira in silenzio, con calma, poi quando tela senti, pensa a un momento della tua vita in cui qualcosa è andato storto: un grosso litigio, un amore finito, un esame non superato. C’è una voce che viene in superficie e può somigliare a una di queste:
“Lo sapevo che non ce l’avrei fatta… nessuno mi amerà per quel che sono… capitano tutte a me… Sono nata sfortunata…”.
Porta l’attenzione sul monologo interno, sulla voce che dentro di te è pronta a giudicare e commentare ciò che fai e ciò che ti capita.
Ora prendi un foglio bianco e scrivi la frase o le frasi emerse, poi leggile dicendo a te stessa:
“Questo è ciò che c’è dentro di me, questa è la voce che continua a presentarsi”.
Ora in fianco a ognuna, scrivi la frase opposta. Ad esempio:
“Sapevo che sarebbe andato tutto bene… molte persone mi amano… mi sento baciata dalla dea bendata… “
Osserva assieme le due frasi. Non si tratta di preferirne una all’altra o di trasformare quella negativa in positiva, ma di percepirle assieme. “Non valgo niente… valgo qualche cosa… Sono amato…posso anche non essere amato”. Gli opposti possono stare insieme come unità dei vari aspetti della tua vita. La voce che pronuncia le due frasi è la stessa: ma osservandole assieme puoi lentamente vederle allontanarsi da te. Ecco, ora non c’è più quella voce, non ci sono più i suoi giudizi, né negativi né positivi.
Adesso gira il foglio e scrivi:
“Non conta se valgo o non valgo, ma che io viva nell’istante le cose per come sono, che viva di volta in volta ciò che accade guardandolo come se fosse la prima volta”.
Osserva il foglio per un po’, poi con calma torna alle tue occupazioni, portandolo con te. Ogni tanto riprendilo in mano e osservalo.
Nel buio della stanza della casa in cui ti senti più protetta, ora chiudi gli occhi e immagina di essere su una barca in mezzo all’oceano. Una barca che va da sola, come se ci fosse un timoniere invisibile che la guida. All’inizio provi un po’ di ansia perché non sei tu a timonare, ma ti affidi, lasci fare al timoniere invisibile. Navighi nel mare aperto, poi scorgi un’isola, la barca si avvicina e approda: è l’isola della tristezza.
Scendi dalla barca e cammini sull’isola…Cammini, e vorresti trovare un posto dove lasciar scorrere la tristezza che senti dentro di te. Ma è una tristezza dolce, senza motivo. La accogli, è qui con te. E mentre la contempli dentro di te, la tristezza si trasforma in un’energia che ha le sembianze di una donna amica al tuo fianco. Stai bene con lei: senti il benessere dentro la tristezza, la tristezza dentro il benessere…
Ora dolcemente puoi risalire sulla nave. E con te sale questa amica, la Donna della tristezza. Il timoniere invisibile conduce, la barca naviga. Adesso si ferma in un’altra isola: è l’isola della paura. Scendi sull’isola, ti fermi e la senti, la paura. La accogli. Senti di non avere certezze. Anche la paura è un’energia. E si trasforma in amica, anche lei. È diversa dalla tristezza, ha un aspetto differente. Ma è una compagna di viaggio e tu la accogli come fosse una sorella…
Insieme risalite sulla barca e il viaggio continua. Finché approdate su un’altra isola. È un’isola ricolma di fiori colorati e con alcuni senti una grande affinità. Il loro profumo ti inebria e una grande eccitazione pervade il tuo corpo. È l’isola dell’energia primaverile. Anche questa energia si trasforma in un’amica, un’amica floreale. E ora sulla barca hai una terza sorella, una terza compagna. Tristezza, paura, eccitazione. Adesso la barca arriva nella vita di tutti i giorni. Vedi una scena di tutti i giorni e tu chiami per soccorrerti la Donna dei fiori, la Donna della tristezza, la Donna della paura. Le cerchi come compagne di viaggio. La tua vita con queste tre sorelle è diversa. Le cose non hanno la stessa importanza, i disagi non hanno la stessa importanza. Ora lo sai. E puoi riaprire gli occhi….
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L’emergenza coronavirus è un fatto senza precedenti che sta creando difficoltà e ansie a tutta la popolazione del nostro paese, trovastasi in pochi giorni a fronteggiare una situazione inedita e angosciante. Se il personale dei presidi ospedalieri è in prima linea anche sul fronte dello stress, ma una comprensibile agitazione può colpire chiunque. E questo è un problema nel problema, perché la continua tensione emotiva caratteristica dello stress induce il corpo a produrre una sostanza chiamata cortisolo, che abbassa l’efficienza degli anticorpi e crea uno stato di infiammazione che rende l’organismo più fragile e quindi più esposto.
Quando dobbiamo far fronte a una situazione di forte stress automaticamente si attiva un particolare distretto cerebrale, chiamato “asse ipotalamo-ipofisi- surrene” che stimola le ghiandole surrenali a produrre ormoni in grado di attivare rapidamente la circolazione sanguigna, aumentare la pressione arteriosa e generare un allarme globale nel corpo. Il messaggio è chiaro: c’è un pericolo incombente, occorre stare all’erta. Se nell’immediato questo comporta un aumento della potenza fisica e della lucidità mentale, alla lunga, in assenza di pause, fa sì che il corpo modelli la sua attività come se fosse sotto costante pericolo e per farlo elimina le proteine di “signaling”, quelle che servono proprio per l’attivazione delle difese del sistema immunitario. Tutto questo chiarisce perché abbiamo bisogno di tecniche psicologiche efficaci per ridurre il carico di stress. Eccone due molto efficaci.
Le tecniche derivate dalla meditazione sono fra le migliori per combattere lo stress. La prima cosa da sapere è che tutte si avvalgono di un particolare tipo di respirazione, detta diaframmatica. L’uso del diaframma, il muscolo che separa la cavità toracica da quella addominale, si esercita appoggiando un cuscino all’altezza dell’ombelico e cercando di sollevarlo il più possibile attraverso una respirazione lenta e profonda. Una respirazione rapida, superficiale e frequente innesca la produzione del cortisolo, che come abbiamo visto è in grado di innescare stati infiammatori. Al contrario, grazie alla respirazione diaframmatica, inviamo al cervello un segnale di “pericolo scampato” che interrompe il cortocircuito di allarme continuo. Bastano 20 minuti di questa attività al giorno per potenziare in modo significativo le difese immunitarie.
Quella che ti proponiamo qui è una tecnica mutuata dallo yoga e che si esegue seduti, con la spina dorsale ben dritta, il mento rivolto verso il petto che deve essere spostato leggermente in avanti. Quando si è in questa posizione, si procede tirando fuori la lingua e respirando profondamente con la bocca. Il tempo da dedicare a questo esercizio è fra i 3 e i 5 minuti, terminato il quale bisogna inspirare trattenendo il respiro per 15 secondi circa, mentre si preme la lingua sul palato superiore. Si ripeta l’esercizio per un massimo di tre volte al giorno. Tutto il corpo trarrà grande beneficio e senso di pace da questa tecnica così particolare. A qualcuno capita di provare un leggero senso di formicolio del tutto normale durante l’esercizio; in questi casi ci si può fermare un attimo, rilassarsi, e poi riprendere allo svanire dell’effetto.
La paura è un’emozione comune a tutti gli uomini, strettamente legata all’istinto di sopravvivenza: anche gli animali la provano ed è quindi una caratteristica fondamentale del comportamento di ogni essere. La paura scatta quando si avverte un pericolo o una minaccia incombente: quando si vede ad esempio un serpente strisciare a una distanza ravvicinata, è normale fare un balzo indietro, del tutto automaticamente.
Tuttavia, nella nostra specie avviene che un essere umano provi paura per un oggetto o un essere animale in realtà non pericolosi (fobie) o addirittura per qualcosa presente solamente nella mente (paura dei fantasmi). La paura fa aumentare l’adrenalina nel sangue, quindi aumentano i battiti cardiaci, il sangue affluisce nei muscoli, aumenta l’attenzione e la sudorazione: il corpo si prepara alla fuga o se indispensabile, alla lotta. La paura esercita dunque una funzione naturale nei casi di reale pericolo, per sé o per i propri cari, mentre se è causata da altri motivi diventa espressione di uno stato mentale (ad esempio la paura degli spazi aperti, agorafobia) che, alla lunga, debilita psiche e corpo.
Purtroppo, la paura può anche essere insegnata. Un genitore può trasmettere ovvero insegnare la propria paura per i ragni o gli insetti ai figli, sia a parole sia con il comportamento, così come un cane impara a temere non solo ciò che fa paura a lui ma anche ciò che fa paura al suo padrone e a reagire di conseguenza, ringhiando o attaccando. Attenzione: un animale che prova paura attacca sempre, a scopo difensivo o per proteggere i suoi piccoli. Può accadere lo stesso nell’uomo che cerca di neutralizzare una minaccia, vera o presunta tale: l’aggressività è in questi casi un diretto “prodotto” della paura.
Per fortuna, è vero anche che una reazione eccessiva e non motivata di paura, così come è stata appresa, può anche essere “disimparata”. Per farlo può essere utile un percorso di psicoterapia che aiuti a portare alla luce quei “nodi” che causano reazioni sproporzionate e che molto spesso conducono al disagio psichico e abbassano la qualità della vita. In questi casi la paura funziona come un segnale di allarme e, benché spiacevole, si rivela un’alleata che spinge a ritrovare un equilibrio compromesso. Si direbbe che la paura sia assimilabile alla febbre la quale segnala che il corpo si sta difendendo da un’infezione…
Chi soffre di paure eccessive – e ricordiamoci che paura e ansia vanno sempre a braccetto, non deve deprimersi: posto che provare paura è normale e persino salutare, si può imparare guardare questa emozione e a prendere atto della sua “invadenza”. Questo è il primo passo per restituirla al suo sano ruolo di sentinella imprescindibile della sopravvivenza. Insomma il ruolo della paura è salvarci da ciò che, oggettivamente o solo soggettivamente, troviamo pericoloso: non solo un nemico ma persino un amico a volte assillante ma fedele. In questo senso è particolarmente sbagliato dare del vigliacco (“uno che ha paura perfino della propria ombra”) a una persona che prova una paura per noi immotivata.
Ognuno ha un suo “regno interno” dove albergano paure e terrori e spesso non lo vuole esplorare: è un reame del tutto personale che non si deve mai affrontare con la forza. Sfidare una paura può rivelarsi deleterio e pericoloso anche fisicamente. Al contrario, può essere utile parlarne: quanti disagi aspettano solo che si dia loro la parola! La paura che ci salva da una brutta caduta è benvenuta, se produce timore o sospetto sta dicendoci di vigilare con attenzione, ma anche se ci impedisce di vivere pienamente la vita lo fa comunque per il nostro bene: c’è qualcosa in sospeso che va assolutamente chiarito e compreso. Dentro di noi prima che fuori…
In superficie, l’invidia è un sentimento “negativo” che si prova rispetto a qualità, proprietà e fortune godute da un’altra persona. Tutti, chi più e chi meno, nel corso della vita hanno provato invidia, anche se non tutti lo ammettono. C’è chi la sente per la ricchezza o la salute altrui, chi invidia il fascino, l’intelligenza, la bellezza, il carisma o ancora le capacità che ritiene di vedere negli altri; da ciò si evince che non si prova mai invidia per una cosa ma sempre per una persona che possiede quella determinata cosa.
Una moderata dose d’invidia è normale e comprensibile, e può anche essere utile. Tuttavia quando l’invidia diventa qualcosa di simile a un tarlo che rode quotidianamente dall’interno, allora si è in presenza di un problema rilevante sotto l’aspetto psicologico e che a volte richiede l’intervento di un psicoterapeuta, pena patire ogni giorno sentimenti negativi di rabbia e di frustrazione che eliminano in partenza qualunque tentativo di godere quel che abbiamo, avvelenando anche la vita di chi convive con noi. Chi invidia molto, infatti, anzitutto disprezza ciò che ha, il che si traduce in sofferenza quotidiana. Invece chi è moderatamente invidioso deve avere chiaro che questo sentimento è come un cicalino che suona a intermittenza: avverte che la propria anima non è contenta e ha bisogno di essere presa in considerazione. Infatti la felicità è data non dall’avere quello che non abbiamo ma dall’essere coscienti e sazi di quello che già si ha…
Magari nel nostro passato un’ispirazione non ha trovato seguito, non abbiamo dato retta a un’intuizione, abbiamo deciso di non coltivare un affetto, un amore.Tutto ciò produce un vuoto, una mancanza che si riverbera nella vita quotidiana: ecco che l’invidia ci ricorda che, in futuro, sarà meglio non commettere simili errori…. L’Anima (intesa in senso laico e junghiano) fa dunque il possibile per portarci là dove le nostre caratteristiche innate ci porterebbero e qualunque interruzione o deviazione da questo percorso individuale provoca una sua reazione, a volte molto intensa. Se si cerca l’amore e si invidia chi ce l’ha vuol dire che abbiamo trascurato dentro di noi un aspetto che, se coltivato, ci avrebbe senz’altro consentito di trovarlo. Se invidiamo la ricchezza e il potere di qualcuno vorrà dire che abbiamo dimenticato quanto di prezioso c’è in noi e che, non trovandolo adeguato, l’abbiamo erroneamente represso. Al di là di questo, gli altri non esistono e la loro apparenza inganna sempre: dietro la bellezza si può nascondere la solitudine o l’incapacità ad amare, dietro la ricchezza a volte si celano infelicità, rabbia e avidità…
Per non invidiare ciò che è solo illusione c’è un’unica strada: scegliere di non voler diventare nient’altro che quel che si è, ammettere e perdonare i nostri difetti, guardando con un po’ di ironia i nostri desideri che, non di rado, non sono veramente nostri ma piuttosto imposti dai miti superficiali della società e del tempo che ci capita di vivere. Se siamo persone sensibili faremmo un torto a noi stessi invidiando persone superficiali, prepotenti o ciniche: quello che si è, si è. Tentando di mostrarci come non siamo faremo allontanare chi è disposto ad avvicinarci e a stringere un legame affettivo.
Se ci piacciono la terra e le piante è inutile e controproducente voler essere un dentista o un geometra; piuttosto, serve seguire questo nostro aspetto “bucolico”. L’invidia ci racconta dunque le nostre mancanze e le nostre assenze: per avere una vita psicologicamente soddisfacente occorre guardarsi dentro e, dalle immagini che si presentano alla nostra mente, imparare a dare voce e ascolto alle nostre istanze trascurate. Mai inseguire direttamente quello che ci detta l’invidia, perché non esistono vere ragioni per invidiare qualcuno: ognuno ha le sue specificità e a ognuno spetta l’obbligo si svilupparle e di valorizzarle.