L’ansia del tempo che fugge mina il piacere di vivere

La psichiatria non le dà un nome preciso perché, giustamente, non considera quest’ansia una patologia vera e propria e in effetti anche chi ne soffre fa fatica ad accorgersi di esserne vittima. È una forma d’ansia insidiosa, che entra silenziosamente a far parte della vita quotidiana e finisce per condizionarla pesantemente: sentiamo il tempo come un nemico che ci insegue in ogni cosa che facciamo, come se non ce ne fosse mai abbastanza. È più di una semplice fretta sporadica: è una modalità costante di affrontare ogni giornata, sia lavorativa che di festa.

Perché quest’ansia è pericolosa

Chi vive questo tipo di ansia guarda l’orologio decine di volte al giorno, in modo compulsivo, e ha come “obiettivo automatico” quello di fare tante cose in un tempo chiaramente insufficiente. Ma perché il tempo diventa un nemico? Spesso tutto nasce da un periodo di grande impegno, che viene però affrontato male: si distribuisce in modo sbilanciato l’attenzione alle singole attività, si organizza male la giornata, si vuole fare tutto e subito, si fa fatica a delegare o a chiedere un aiuto. E anche quando non si rinuncia a piccole “concessioni” di piacere, queste vengono relegate in un tempo misero e vissute con senso di colpa e ulteriore aumento della frenesia. Un problema più “tecnico” che psicologico, dunque, ma che agisce fortemente sulla psiche e sul corpo, defraudandoli di tante energie e peggiorando la vita di relazione.                  

I sintomi psichici

  • Senso di inadeguatezza e di frustrazione cronico.
  • Momenti depressivi, tendenza al pianto, pessimismo.
  • Rabbia, nervosismo e irritabilità.
  • Pigrizia marcata quando c’è molto tempo libero.
  • Difficoltà a concentrarsi quando non c’è fretta.
  • Crisi d’ansia nei momenti di pausa.

Possibili sintomi fisici

  • Palpitazioni e tensione muscolare.
  • Cali energetici improvvisi.
  • Dolori gastrici, difficoltà digestive.
  • Bruxismo (digrignare i denti di notte).
  • Cefalea, disturbi del sonno.
  • Onicofagia (mangiarsi le unghie).
  • Disturbi cutanei da stress.

Come uscire dall’ansia del tempo

  • Percepire il problema
    Visto che guardi sempre l’orologio, sfrutta il sintomo e cronometrati nelle cose che fai, scrivendo i tempi. Osserva quanto ti è difficile organizzarti: tanto tempo per una piccola cosa, poco tempo per una importante. Ti possono aiutare, ad esempio, alcuni servizi che si stanno diffondendo nelle nostre città.
     
  • Ri-bilanciare le priorità
    Le azioni non sono tutte uguali: richiedono approcci e tempi qualitativamente diversi. Ora che hai visto, puoi ridare il giusto peso e tempo ai vari impegni. Per un po’ magari con l’aiuto di un’agenda.
     
  • Concedersi svaghi sufficienti
    Il tempo per se stessi è fondamentale ma deve essere preso nel modo giusto: quando c’è davvero tempo per farlo, e godendoselo tutto senza pensare a nient’altro.
     
  • Saper chiedere aiuto
    Basta con la presunzione di essere indispensabili: se ti ammali quelle cose le farà qualcun altro. Chiedere una mano quando si ha bisogno è segno di vera autonomia mentale, non di dipendenza.

Se accogli l’inquietudine ritrovi la tua strada

Una lettrice di Riza Psicosomatica, il cui nuovo numero è ora in edicola, mi scrive una e-mail per raccontarmi di un’inquietudine che viene a trovarla diverse volte al giorno. Mi chiede cosa fare per eliminare questa sensazione. Risposta: non si può e non si deve. L’inquietudine nasce al nostro interno, perché mandarla via? I grandi saggi affermano che se non sei inquieto più volte al giorno, ti dovresti preoccupare. Sant’Agostino affermava, per paradosso, che se sei inquieto, allora sei tranquillo

Vivi l’inquietudine senza il giudizio

Ci sono molti modi di affrontare l’inquietudine: uno di questi consiste nel percepirla come un vento, un’energia che va accolta quando compare, senza alcun commento. Così l’inquietudine diventa una sorta di avviso proveniente dal mondo interno, che non usa le parole ma le emozioni, i sentimenti, i disagi, i disturbi. Non si devono mandar via i brutti pensieri, non si devono cambiare le cose che non ci piacciono: bisogna guardare, guardare e basta. Che cosa capita di nuovo ogni giorno? Questa è la domanda più importante da farsi. Quotidianamente accade qualcosa di significativo, ma spesso non ce ne accorgiamo. Se c’è qualcosa che fa male all’anima è cercare di mettere subito a posto le cose, dover per forza risolvere i problemi, ricucire immediatamente gli strappi. Le cose hanno i loro tempi, forzare spesso conduce a un peggioramento….

Siamo sempre nuovi

L’insegnamento che viene dagli abbandoni, dai problemi, è ricordarci che dentro di noi non esiste solo il personaggio che usualmente recitiamo sul palcoscenico della vita, ma che ci abitano tanti volti, tante sfaccettature della nostra personalità, che siamo ben altro rispetto a quel che sembriamo essere. I disagi, le inquietudini arrivano proprio per farci scoprire questi altri volti. Dobbiamo imparare a smettere di vedere in noi una trama perenne e immutabile, ma percepirci “di volta in volta”: dinamici, mutevoli, imprevedibili. Le neuroscienze ci insegnano che dentro di noi si svolgono contemporaneamente migliaia di operazione differenti, tutte in sincrono. Siamo un’orchestra con tantissimi strumenti: perché guardiamo solo il primo violino? Di questo e di tanti altri argomenti parliamo sul nuovo numero di Riza Psicosomatica. Buona lettura!

Gelosia: male incurabile o difesa dall’angoscia?

Il dizionario riporta che la gelosia è un “sentimento di dubbio ansioso di chi ha paura che ciò che ama gli venga sottratto”; provoca avversione verso chi è (o ci sembra) preferito a noi e il suo nome deriva dal termine greco “zelos” e significa “spirito di emulazione”. La gelosia patologica è dunque competizione spinta all’eccesso.

Gelosia: che cos’è veramente

Ciò che il dizionario non dice è che la gelosia eccessiva spesso distrugge i rapporti, può indurre comportamenti violenti sia fisici che mentali e fa soffrire tremendamente chi la prova. In altre parole non è in sé una malattia psichica ma un segnale importante di una psiche sofferente che andrebbe aiutata. Si può paragonare la gelosia a quel che prova un animale affamato cui si cerca di sottrarre il cibo o che teme di poterlo perdere: lo difende con aggressività, lo nasconde, cerca di allontanare chiunque potrebbe impadronirsene.

L’uomo è, a livello istintuale, un animale e perciò conserva in buona parte il retaggio per cui il paragone tra cibo e gelosia è calzante: in effetti l’animale-uomo si ciba della persona di cui è geloso, almeno psicologicamente, in una sorta di vampirismo affettivo. Gli serve per occultare l’inadeguatezza, spesso inconscia, che nasconde a sé stesso. Mantenere il possesso ed essere per questo considerato potente e socialmente accettabile cela aggressività e una rabbia profonda e ingombrante verso la propria inadeguatezza, originata da molte circostanze culturali o personali, che hanno segnato direttamente la percezione di sé stesso e della realtà.

La gelosia ha molti volti

Per questo l’uomo (o la donna) che vuol mantenere sotto controllo il partner cerca perennemente di allontanare o eliminare ogni rivale reale o immaginario e ciò comprende anche il voler controllare il carattere e le relazioni del soggetto per il quale si prova gelosia, a volte fino al punto di volerne indirizzare gusti e fantasie: così chi è geloso divora il partner per alimentare un malinteso senso di potenza e di sazietà psichica. Occorre ricordare che si può essere gelosi anche di un oggetto che, se risiede nella zona di dominio affettivo, non si tollera possa essere usato o possa entrare in possesso di altri… Ma si è gelosi anche di un figlio o persino di un animale domestico: un cane cui si è affezionati e che fa troppe feste ad estranei, alimenta rabbia e gelosia, indispettisce perché sembra sia uscito dall’area di possesso personale ed abbia quindi in un certo senso tradito il suo padrone. In effetti assomiglia tanto al “non avrai altro Dio all’infuori di me”.

La gelosia non parla dell’altro, ma di te

Il geloso proietta una parte di sé stesso sulla persona amata (oppure sull’oggetto posseduto) e non può tollerare che gli venga alienata o sottratta anche solo temporaneamente o persino mentalmente. Da qui tanti processi alle intenzioni, ai desideri dell’altro. Detto questo, è importante sapere che:

  • Un certo grado di gelosia è presente in tutti e ciò rientra nella normalità;
  • la persona patologicamente gelosa soffre molto ma fa anche soffrire molto il partner;
  • chi è geloso tendenzialmente non modifica il proprio comportamento, neanche se questo può fargli perdere la persona amata; non si cessa di essere gelosi con la volontà.
  • chi è geloso patologicamente non vuole la felicità dell’altro ma cerca di instaurare un’unione in cui l’altro viene ‘cannibalizzato’ e privato di autonomia e libertà;
  • la persona iper gelosa è capace – e purtroppo lo vediamo dalle cronache – di violenza fisica (“se non ti posso avere io non ti deve avere più nessuno”) e deve quindi venire indirizzata a un percorso psicoterapeutico in grado di restituirle libertà emotiva e un migliore equilibrio.
  • Se la gelosia è sessuale – e in gran parte dei casi di questo si tratta – è opportuno che si valuti bene la personalità del partner prima di arrivare all’intimità poiché dopo è pericoloso tirarsi indietro; la personalità patologicamente gelosa non conosce la rassegnazione, anche a rapporto finito può arrivare a perseguitare l’ex ma anche rivolgere contro la propria persona tutta la frustrazione che prova.

La gelosia patologica, pur esprimendosi, in comportamenti dolorosi e psicologicamente disturbanti, può essere curata e guarita. Chi ne soffre ed è consapevole di questa limitazione, dovrebbe recarsi da uno psicoterapeuta per chiarire il senso dei propri comportamenti ed essere restituito a una vita più piena e più soddisfacente: che senso ha soffrire e far soffrire se la causa è dentro noi stessi e può essere modificata? Basta essere consapevoli che non servono enormi sforzi mentali né occorre impiegare la volontà ma occorre accettare di farsi aiutare.

Buonumore, il segreto di una salute di ferro

Cos’è il buonumore? Uno stato d’animo sereno e contento. Con quattro parole il dizionario della lingua italiana liquida questo sentimento; se ci riflettiamo, anche noi stessi non gli diamo grande importanza. Quando c’è, “tanto meglio”, altrimenti pazienza, la vita continua ugualmente e ciò che accade non dipende di sicuro dal nostro umore. Siamo convinti che al massimo il buonumore possa renderci allegri, disponibili, ottimisti ma nulla più. Al limite si pensa che la sua mancanza sia correlata con alcuni disagi psichici (in primis la depressione), certamente non con le malattie “organiche”. Ma è davvero tutto qui? No: le nuove frontiere della ricerca scientifica ci dicono che il buonumore è terapeutico, tiene lontane numerose malattie, aiuta a superare meglio e più rapidamente quelle che ci hanno colpito. Proprio così: negli ultimi anni diversi studi stanno dimostrando che il buonumore è uno stato naturale del cervello (come insegna del resto un’osservazione attenta del comportamento dei bambini piccoli…) e che è direttamente coinvolto in numerosi processi di guarigione e nel rafforzamento delle difese naturali. La sua importanza per le nostre vite va dunque ben al di là di ciò che pensiamo abitualmente. Ecco i suoi principali benefici.

Il buonumore protegge il cuore

Una ricerca presentata qualche anno fa presso l’American College of Cardiology (il più importante convegno mondiale di cardiologia) ha ricevuto negli anni successivi numerose conferme da ricercatori di tutto il mondo: il buonumore protegge il cuore. Come? Migliorando la circolazione sanguigna ed abbassandone la pressione, prevenendo l’aterosclerosi e riducendo il rischio di contrarre patologie cardiovascolari, in primis infarto e ictus. In particolare i ricercatori hanno scoperto che il buonumore e i suoi comportamenti correlati (basso livello di stress, propensione al riso…) stimolano l’espansione dell’endotelio, il rivestimento interno ai vasi sanguigni, che favorisce un rapido passaggio di sangue da un vaso all’altro, esattamente come succede con l’esercizio fisico. Il buonumore fa bene quanto una bella corsa.

Il buonumore fa vivere a lungo

Uno studio finanziato dal Sistema Sanitario Nazionale finlandese e pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health ha dimostrato per la prima volta la connessione esistente fra un pensiero favorevolmente orientato – caratteristico di chi ha l’umore “buono” – e durata della vita. La ricerca ha messo a confronto per qualche anno diversi gruppi di persone caratterizzate da approcci antitetici all’esistenza: indipendentemente da altri fattori esterni, le persone con livelli maggiori di buon umore avevano anche maggiori possibilità di vivere più a lungo degli altri.

Stimola le difese immunitarie

Esistono alcuni parametri in base ai quali è possibile verificare il buon funzionamento delle difese naturali dell’organismo. Così, un gruppo di ricercatori del Center of Neuro Immunology di Loma Linda, in California ha condotto uno studio per verificare se esistessero dei comportamenti in grado di influenzare questi parametri e migliorare l’efficienza del sistema immunitario, la barriera naturale che protegge dalle malattie. Il lavoro ha evidenziato come la somministrazione di un film umoristico, che induce il buonumore, abbia contribuito a incrementare sensibilmente i livelli di immunoglobine, dei leucociti e delle citochine, sostanze che il corpo utilizza per resistere alle infezioni e proteggerci dagli agenti tumorali.

Difende dall’artrosi

Quanti di primo acchito penserebbero che esista una correlazione fra l’artrite reumatoide e il tono dell’umore? Eppure è così. Uno studio presentato presso il College of Rheumatology di Boston ha evidenziato come uno stress cronico derivato da anni di insoddisfazioni, preoccupazioni, malumori continui sia  responsabile di un indebolimento della capacità di risposta alle infiammazioni, che possono così degenerare nelle forme artritiche. Gli eventi negativi fanno reagire al massimo tutto l’organismo, che combatte per non essere travolto; uno stillicidio continuo alla lunga esaurisce le nostre capacità di reazione. Al contrario il buonumore, mantenendo bassi i livelli di stress, tiene sotto controllo le infiammazioni riducendo le probabilità che queste si trasformino in artrosi.

Come superare i momenti difficili

Il nuovo numero di Riza Psicosomatica è dedicato alle cose che si devono fare per superare i momenti difficili. Chiarisco a scanso di equivoci che se nella vita non ci capitano difficoltà e ostacoli, dovremmo preoccuparci. Una vita stagnante, chiusa in un recinto di certezze, sbarra le porte all’evoluzione. Per capirlo vi porto l’esempio di un paziente, Alex, la cui vita era tutta cadenzata: il suo lavoro, il successo, tutte cose che funzionano. Un giorno, mentre corre velocissimo verso l’ennesimo appuntamento di lavoro, ha un bruttissimo incidente d’auto, dal quale esce fortunatamente illeso. La paura di morire lo tormenterà per parecchio tempo, fino a che fa un sogno. Senza scendere nei dettagli, nel sogno di Alex compare una figura che gli mostra come nella vita ci sia altro rispetto a ciò a cui lui attribuiva valore assoluto.

Solo nelle difficoltà puoi conoscere i volti sconosciuti di te

Una buona domanda da farsi è dunque se esistano davvero i momenti difficili o se questi non siano che la “materializzazione” di voci interiori che stanno mettendo in discussione il nostro stile di vita, i nostri modelli mentali. Riza Psicosomatica di questo mese è dedicata esattamente a questo: occorre smetterla di credere che i nostri problemi derivino dal fatto che abbiamo un rapporto sbagliato con il partner, i figli o il lavoro. Queste difficoltà sorgono perché dentro ognuno di noi devono trovare spazio altri volti, nuovi modi di essere, inconsueti, sconosciuti.

Non stai male perché sei in crisi, ma perché non fiorisci

Le crisi (la parola significa letteralmente “trasformazione”) arrivano per metterci alla prova: “Lei se ne è andata e mi è crollato il mondo addosso”. No: mi sembra che il mondo mi stia crollando addosso perché non sto utilizzando le energie interiori che mi abitano e che stagnando dentro di me impediscono la mia fioritura. Pertanto, nelle riunioni di preparazione al numero, io e i colleghi dell’istituto Riza abbiamo discusso a lungo su come veicolare il seguente messaggio: non stiamo male perché ci è accaduto qualcosa ma perché non ci stiamo esperimento quanto la nostra anima vorrebbe.

Asseconda la tua natura e ritroverai il benessere

Una signora, raccontandomi la sua storia, affermava: “Ho un brutto carattere, che mi mette in difficoltà soprattutto con il partner. Ho provato a essere più dolce, remissiva come sono molte mie amiche, ma non ci riesco”. Le ho risposto: “Perché dovrebbe essere sbagliata la tigre e giusta la gattina?” I momenti difficili arrivano per scuoterci, per estrarre finalmente dall’interno lati di noi che stanno sepolti per anni e che prima o poi devono uscire allo scoperto. Dentro di noi qualcosa sa dove andare, sempre e occorre solo imparare a seguirla: buona lettura!

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