Paura di amare, come superarla

Ci scrive una nostra lettrice: “Sono Sabrina, ho 38 anni, separata con 2 figli preadolescenti. Tre mesi fa ho scoperto che il compagno con cui convivevo da qualche tempo mi aveva raccontato un sacco di bugie: droghe, prostituzione, gioco, le aveva tutte. L’ho buttato fuori di casa senza indugi, ma ora mi sento tanto giù e spaventata; so di aver fatto la cosa giusta ma io ho sempre desiderato avere accanto una persona che si prendesse cura di me per la vita. L’ho amato molto e mi capita ogni tanto di pensarlo, ma resisto e non gli aprirò mai più la porta, cascasse il mondo!

Mi chiedo però se, visti i precedenti (anche con il mio ex marito le cose sono finite malissimo), riuscirò finalmente a trovarla e a sentirmi soddisfatta. Ho anche un altro problema: non appena un uomo mi si avvicina o cerca di approcciarmi in qualche modo, vado nel panico, mi viene la tachicardia, lo caccio in malo modo, salvo poi chiedermi se ho fatto la cosa giusta. Razionalmente so che gli uomini non sono tutti uguali e che se ho avuto esperienze negative questo non significa che debbano ripetersi, ma è come se dopo la tragica esperienza con l’ultimo, io avessi sviluppato una sorta di paura di amare, proprio io che per amore ho sempre fatto mille sacrifici. Se è davvero così, come faccio a superarla?”

Il coraggio di scelte dolorose ma necessarie

La vita a volte ci mette alla prova e quando di mezzo ci sono i sentimenti, la delusione e la paura possono diventare compagni di viaggio coi quali è necessario fare i conti. Sabrina è stata colpita duramente ma ha reagito nel modo giusto: se una persona si rivela tanto falsa e problematica come il suo ultimo compagno, la sola cosa da fare è rompere la relazione senza guardarsi indietro. Sembra ovvio, ma l’esperienza psicoterapeutica ci dimostra che in realtà spesso non è così; molte persone, specialmente donne, per paura della solitudine sopportano e perdonano cose che in cuor loro non vorrebbero mai tollerare. Sabrina è stata quindi molto coraggiosa; basterà un po’ di attesa e quell’uomo uscirà definitivamente dai suoi pensieri, oltre che dalla sua vita.

Quando la paura di amare ci protegge

Detto questo, oggi la nostra lettrice si chiede se, alla luce delle esperienze deludenti, riuscirà a trovare un partner degno di questo nome, qualcuno in grado di amarla come lei vorrebbe. Ma sente anche una forte repulsione verso gli uomini che tentano di avvicinarla: panico e tachicardia le impediscono di dare seguito a ogni tentativo di approccio. Così si chiede: avrò paura di amare? Riuscirò a fidarmi ancora? La risposta è semplice: non è ancora pronta e il corpo glielo sta comunicando in modo netto e inequivocabile. Non nel senso che debba per forza passare del tempo, non c’è una regola universale in tal senso, ma che per lei ADESSO non è ancora il momento, deve prima fare altro. Che cosa? Occuparsi di sé, guardarsi dentro, fare pulizia. Ricordando che tutto quello che è successo ormai appartiene al passato, non esiste più!

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Quando non ne hai più “bisogno”, l’amore arriva

Quel che Sabrina deve fare ora è andare oltre quel personaggio che “per amore ha fatto mille sacrifici”, quella donna convinta di non poter vivere senza un uomo al suo fianco. Non è così e lo dimostra la forza con la quale ha saputo liberarsi di quell’uomo pericoloso, che pure amava moltissimo. Questo significa che dentro di lei esiste qualcosa che le fa prendere le decisioni giuste, anche quando sono penose, anche se la costringono ad affrontare il fantasma della solitudine. La tachicardia e il panico le stanno dicendo: “Sabrina, puoi farcela da sola, stai crescendo due figli da separata, non hai bisogno di un uomo.”

Deve arrendersi a quello che le capita, senza pensare che la paura di amare la condannerà certamente a una vita di isolamento. Non è così: questo timore cesserà nel momento stesso in cui lei avrà abbandonato il personaggio della donna bisognosa, che non è affatto. Allora sarà pronta a vivere nuove avventure, nuove relazioni, nuovi amori. Non solo: forte di questa evoluzione non cadrà più nelle grinfie di uomini sbagliati, che spesso arrivano quando vogliamo “un compagno a tutti i costi” e non prestiamo orecchio a quelle sensazioni e intuizioni che arrivano sempre in questi casi ma alle quali troppo spesso non si presta la dovuta attenzione.

Hikikomori: la sindrome del ritiro dal mondo

Da qualche tempo si assiste con sempre più frequenza a un fenomeno piuttosto inquietante: è la cosiddetta sindrome Hikikomori. Questo termine è di origine giapponese e sta per “ritiro” o “isolamento”; fu coniato intorno alla metà degli anni ’80 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito quando si accorse che un numero crescente di giovani si presentava da lui manifestando lo stesso quadro sintomatologico: apatia scolastica, ritiro sociale, letargia e incomunicabilità. Con il tempo il fenomeno si è diffuso a macchia d’olio arrivando oggi a toccare tra le 500 mila e il milione di persone in Giappone. Anche nel resto del mondo è in rapido aumento: in Italia si stimano 100000 casi, ma non esistono ancora dati ufficiali. Pur non essendo diagnosticata come tale, è possibile parlare dell’hikikomori come di una forma di depressione esistenziale.

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Chi sono gli Hikikomori?

Gli hikikomori sono per lo più adolescenti e giovani adulti che progressivamente si autoescludono dal mondo e si rifugiano nella propria stanza, dalla quale possono, nei casi più gravi, non uscire anche per anni. Questo li porta a perdere qualunque tipo di relazione sociale, a interrompere gli studi e a non poter avere un’occupazione, dipendendo così per il loro sostentamento totalmente dai genitori, con i quali il rapporto è spesso conflittuale. L’avvento di Internet ha da una parte facilitato la diffusione del fenomeno, dall’altra ne ha favorito la cronicizzazione: la virtualità consente di costruirsi e vivere una propria realtà protetta senza che vi sia più la necessità di avventurarsi nel mondo reale. I ragazzi trascorrono così la maggior parte delle ore, soprattutto quelle notturne, tra smartphone, computer, videogames e chat, chiudendosi in un guscio sempre più impenetrabile.

Perché avviene?

Il fenomeno è ancora oggetto di studio ed è quindi difficile stabilire con certezza da cosa sia causato. Fra i fattori facilitanti, molti esperti segnalano la forte competitività della società contemporanea, in particolare di quella giapponese, che riversa sui più giovani forti aspettative di realizzazione e successo personale. Il ritiro estremo dell’hikikomori dalla solcietà stessa potrebbe rappresentare quindi simbolicamente una sorta di ribellione, di rifiuto nei confronti di questo modello sociale, sentito come ostile all’individuo e avverso dunque alla piena espressione di sé: non è un caso che molto spesso gli Hikikomori siano persone intelligenti e dalla spiccata creatività.

Il fatto che poi il disturbo sorga prevalentemente in adolescenza rimanda alla complessità di questa fase della vita, soggetta a profondi cambiamenti fisici e psicologici. In questa fase della vita, anche l’esperienza del bullismo all’interno del gruppo dei pari, possono spingere alcuni giovanissimi a fuggire da un “branco” pericoloso, verso le mura protettive della propria stanza. Non deve essere poi trascurata la predisposizione psicologica: i potenziali Hikikomori sono, con ogni evidenza, ragazzi portati naturalmente all’introversione e all’introspezione.

La casa, simbolo del sè

Qualunque sia la combinazione di fattori personali e ambientali, un’ulteriore riflessione va fatta anche sul significato simbolico che può rappresentare il ritiro dell’Hikikomori. Una chiusura temporanea di fronte alle difficoltà non sarebbe di per sé solo un fatto negativo. Spostare lo sguardo dal mondo esteriore a quello interiore, concentrarsi sulle proprie emozioni e i propri vissuti, può diventare uno strumento utile per attingere alle risorse innate presenti in ognuno, risolvere le difficoltà in modo profondo e quindi evolvere. Il ritiro nella casa, o più propriamente nella stanza, rappresenta il ritiro del Sé negli strati profondi dell’inconscio, al fine di attivare le dinamiche trasformative ed evolutive.

Per questo il fenomeno Hikikomori compare soprattutto nell’adolescenza: l’età della transizione tra due mondi, da quello infantile a quello adulto e il ritiro sociale dell’adolescente è un fenomeno che c’è sempre stato, seppur in misura meno preoccupante. Il problema sorge proprio nel momento in cui il processo sembra interrompersi: alla contrazione non segue la distensione e anzi si alimenta un circolo vizioso, favorito dalla tecnologia odierna la quale, mimando la realtà, cronicizza il ritiro e lo perpetua. Il mondo virtuale si sostituisce progressivamente a quello reale.

Più di tutto serve prevenzione

Poichè l’hikomori tende a cronicizzarsi, è importantissimo cercare di intercettarla già nelle fasi precoci, cioè quando si cominciano a intravedere con frequenza sintomi quali l’isolamento del ragazzo, il disinteresse verso la scuola e verso le attività extrascolastiche, l’assenza di relazioni con i coetanei. Fin dai primi sintomi è utile rivolgersi a uno psicoterapeuta che possa valutare con competenza la situazione e, se necessario, intervenire.

La diffusione sempre più crescente del fenomeno è stata causata proprio dalla sua sottovalutazione: in Giappone i genitori tendevano a non parlarne (il tema della vergogna e del disonore è fortemente radicato in questa cultura), aspettando che potesse risolversi autonomamente. Anche oggi il rischio può essere quello di minimizzare la questione attribuendola alla pervasività ormai totale delle nuove tecnologie, che portano sempre più il mondo a casa tua. Campagne di sensibilizzazione e informazione sarebbero quanto mai necessarie per cercare di prevenire l’insorgenza dell’Hikikomori.

Le immagini ti guariscono dai disagi dell’anima

I sogni, i miti, le fiabe, la magia e la fantasia: è il regno delle immagini antiche, le immagini che abitano la psiche dell’uomo da sempre, fin dall’origine. Sono il primo linguaggio del cervello, nelle immagini è contenuta l’energia che ci caratterizza. Tutti noi crediamo che per trovare la propria strada e risolvere i problemi che incontriamo sul cammino occorrano i pensieri. È un’illusione!

Solo le immagini parlano al mondo interno, lo attivano e ci ricollegano alla nostra radice. Solo le immagini ci allontanano dalle sirene della mente e ci permettono di ritrovare le azioni e le persone che ci sono affini. Quando hai un problema non ragionarci sopra: invece pensa a un animale-guida, rievoca un ricordo felice, fai emergere un’immagine spontanea come quella di un vecchio saggio o di una donna antica. Coltivala ogni giorno, affida a lei i tuoi dubbi e le tue speranze. Così contatti un lato misterioso di te, un’energia sconosciuta e naturale e attivi le sostanze capaci di far emergere i tuoi veri talenti. 

Ansia: la vinci con le immagini e la tecnica del vuoto

Horror vacui: viene così chiamato, fin dal tempo degli antichi romani, il “terrore del vuoto”, dove per vuoto s’intende non uno spazio ma un tempo e uno stato mentale nei quali non accade nulla. Ma la psiche, per natura, ha bisogno di questi momenti di vuoto, per tenere lontani disturbi come l’ansia. Nei tempi passati questo contatto con il vuoto era ricercato e mantenuto – ad esempio, con la meditazione e la preghiera – mentre la civiltà odierna fa di tutto per rimuoverlo: le giornate di molti sono ormai stracolme di ogni genere di attività. I doveri la fanno da padroni, ma c’è anche tutta una serie di bisogni indotti che arrivano ad occupare anche i più piccoli anfratti di tempo.

 

Aggressività: impara a viverla al meglio

Ci scrive Giada, “sono una vostra lettrice, ho 34 anni e vivo una fase di grossa trasformazione della mia vita: scopro di avere dentro un’aggressività che finora non era mai uscita.
 Ho sempre fatto una vita “diversa” rispetto a quanto vedo fare agli altri. Amo la solitudine, con gli altri sono socievole ma credo in pochi rapporti profondi e veri, mi bastano. Però, forse anche per queste mie caratteristiche ho passato la maggior parte dei miei anni ad aver paura di essere aggressiva o di arrabbiarmi e preferivo sopportare qualunque cosa, per stare malissimo poi io stessa. A un certo punto sono esplosa.

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Non ce la faccio più a non dire esattamente quello che penso. Però poche persone ora mi accettano cosi come sono, molte mi giudicano esagerata, altre mi preferivano spaventata o mite com’ero prima. Non va molto a genio che io abbia una mia personalità e una mia identità, posso sbagliare, esagerare, ma in quei momenti sono me stessa. So che è la cosa migliore che posso fare ma il pensiero di cosa pensa la gente mi pesa ancora tanto, mi condiziona e mi chiedo come posso gestire questa mia nuova aggressività.”

Ogni giorno possiamo scoprirci diversi

Secondo la psicosomatica, la vita umana assomiglia a una continua embriogenesi (lo sviluppo dell’embrione dall’uovo fecondato), ovvero è come una nascita eterna; non finiamo mai di conoscerci e di cambiare e questa è una fortuna, perché l’ostacolo più grosso sulla strada della felicità è la staticità, l’immobilismo. Noi cambiamo continuamente, anche se non ce ne accorgiamo: dentro di noi milioni di cellule vengono incessantemente sostituite, quindi siamo davvero nuovi ogni giorno. È difficile accorgersene, tranne quando avvengono dei mutamenti come quello descritto dalla nostra amica Giada, che di colpo, ha sentito prorompere da dentro un’aggressività che non credeva di possedere. In simili frangenti ci accorgiamo di quanto siamo diversi dall’immagine che diamo abitualmente di noi e con la quale finiamo con l’identificarci.

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Nessuno ha un solo volto

Giada si descrive solitaria, tranquilla, ma soprattutto afferma di aver sempre avuto paura della propria aggressività. Quindi a ben guardare non si tratta proprio di una caratteristica nuova, ma piuttosto di qualcosa che lei temeva come pericoloso e controproducente. La reprimeva e poi stava male, fino a che la sua anima ha detto basta e ha fatto saltare il tappo. Quindi Giada è certamente mite, ma è anche aggressiva e finalmente questa caratteristica a lungo sepolta è potuta venire alla luce.

Accogli il nuovo che senti in te e starai bene

Naturalmente, il mondo non reagisce subito a braccia aperte quando una persona si rivela diversa rispetto alle aspettative e qui si corre il pericolo più grande: quello di tornare sui propri passi, mascherarsi di nuovo o cercare delle strategie per “gestire l’aggressività”. In realtà, questa caratteristica saprà “gestirsi” benissimo da sola, baste che Giada accetti di averla e non la reprima più. E farà anche piazza pulita delle persone che la frequentavano solo come “la Giada spaventata dalla vita”. Le persone che sapranno accogliere il suo cambiamento, la sua evoluzione, saranno le sole che d’ora in poi le serviranno davvero. Con loro sarà libera di essere se stessa, mite e aggressiva allo stesso tempo.

Spendo sempre troppo: paura di crescere?

Pietro ci scrive dopo essersi reso conto di avere un problema. “Ho 26 anni e da poco sono tornato  a vivere a casa di miei genitori perché da solo non riuscivo più a fare fronte alle spese. Il problema è proprio qui, la gestione dei miei soldi, ho un lavoro e percepisco un buono stipendio che dovrebbe permettermi di arrivare a fine mese togliendomi anche qualche sfizio. Ma forse me ne tolgo qualcuno di troppo visto che per un motivo o per un altro mi trovo sempre a fine mese con l’acqua alla gola.

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Ogni mese faccio una fatica incredibile a vivere la mia situazione finanziaria in maniera rilassata e responsabile, come se mi auto sabotassi ricreando sempre le stesse situazioni. Io credo che una parte di me continui a portarmi verso la solita difficoltà economica che non dovrebbe esserci, insomma i soldi dovrebbero bastare, poi puntualmente faccio qualcosa per cui poi mi trovo in difficoltà, è più forte di me. Forse c’è davvero un inconscio che mi porta a compiere azioni di cui non ho il controllo. Perché mi accade? Certo, ora che sono dai miei posso permettermi di vivere alla grande come prima di andare a vivere da solo, ma chiaramente loro non sono contenti e nemmeno io vorrei vivere così. Cosa devo fare?”

Una vita senza responsabilità è una vita sprecata

Quando non ci sono situazioni di difficoltà oggettive, il problema della gestione dei soldi è spesso intimamente legato a quello della maturità, della responsabilità, dell’autonomia. Lo ammette lo stesso Pietro: ha uno stipendio che gli dovrebbe consentire di mantenersi senza particolari problemi e invece non ci riesce. Cosa lo sta boicottando? In apparenza nulla: semplicemente spende di più di quel che guadagna e quindi conduce una vita che non si può permettere. Un fatto è certo: specie di questi tempi, iniziare un percorso di autonomia significa apportare dei cambiamenti significativi al proprio stile di vita. Pietro è molto giovane e dalle sue parole sembra che sia sempre stato abituato a vivere senza particolari preoccupazioni economiche, godendo una vita piuttosto agita. Ora le cose sono cambiate ma qualcosa dentro di lui non lo sta accettando e rivorrebbe la spensieratezza di quando, mantenuto dai genitori, poteva non occuparsi di tutte le incombenze che caratterizzano una vita davvero autonoma.

I sacrifici necessari per una vera autonomia

Il suo è un problema che caratterizza oggi tanti giovani dell’età di Pietro: una volta si sarebbe detto che “vogliono la botte piena e la moglie ubriaca”. Così Pietro ha optato per la scelta apparentemente più semplice: tornare dai genitori. Così facendo però, si sta tarpando le ali da solo e per fortuna se ne sta accorgendo. Il suo inconscio non lo stava boicottando perché tornasse indietro, ma perché aprisse gli occhi sul fatto che la vita spensierata da tardo adolescente per fortuna a un certo punto deve volgere al termine, e che se vuole davvero crescere ed evolvere, deve smettere di rimpiangere una vita priva di responsabilità e chiedersi: quanto vale la mia libertà? Quanto vale per la mia autostima sapermi gestire da solo? Saranno davvero così mortificanti alcune rinunce o lo è molto di più tornare nel nido e vivere inevitabilmente questo ritorno come una sconfitta?

Potrai fare e avere meno cose, ma saranno TUE

Non esiste alcun sabotatore interno in Pietro; a noi pare che in lui ci sia solo un ultimo tentativo di “controffensiva” da parte di una fase della sua vita che deve tramontare. Il giovanilismo esasperato che caratterizza la contemporaneità in questo senso è un nemico insidioso: certo ora Pietro può vivere – parole sue -, alla grande, ma il prezzo è di perpetuare illusoriamente un periodo divertente e spensierato ma che alla lunga rischia di diventare grottesco. Nessuna pianta rimane sempre giovane, ogni essere vivente evolve verso la sua piena maturità per poter dare frutti. Il boicottaggio dell’inconscio va letto in tal senso: è tempo di crescere, uscire dall’adolescenza prolungata per entrare nella piena giovinezza, l’età delle grandi scelte della vita, quelle che davvero caratterizzano quello che una persona è destinata a diventare. Così facendo, si accorgerà di poter avere le soddisfazioni esistenziali dell’età matura, che certamente non sta ancora assaporando.

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