Delusione d’amore, come reagire?

Isabella scrive alla redazione di Riza Psicosomatica, “Ho chiuso una relazione qualche mese fa, quando il mio compagno dopo 15 anni mi ha detto che si era innamorato di un’altra. All’inizio ho reagito bene, l’ho cacciato via e mi sono liberata di tutto quello che di suo avevo intorno, sembrava quasi non fosse successo niente. Poi, all’improvviso, qualcosa si è interrotto: la mia casa è piombata nel disordine, ho avuto una crisi respiratoria che forse era un attacco di panico, ho speso un sacco di soldi per alimentarmi in maniera sana ma non sono riuscita a mangiare niente e ho buttato via tutto. Sono giorni che piango ininterrottamente. Ho la sensazione di aver completamente perso il controllo, da un punto di vista fisico, emotivo, mentale. Come se stessi andando alla deriva; vorrei almeno non soffrire così tanto. Se la mia anima vuole portarmi da qualche altra parte vorrei che lo facesse velocemente perché io riesca a trovare, a ritrovare una serenità e una centratura di fondo attraverso la quale ricominciare a prendermi cura di me.”

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Delusione d’amore, l’inutilità delle maschere

Quando arriva una grande sofferenza, come una grande delusione d’amore, la cosa peggiore che possiamo fare è resistere, far finta di niente, fingerci forti mentre abbiamo il cuore spezzato. Isabella crede di aver reagito bene all’inizio, e che il suo problema sia quello che sta capitando ora. In realtà, è vero il contrario: quello che accade ora è vero, ciò che succedeva prima era una recita, che l’anima ha sgretolato con la forza che la contraddistingue.

Il dolore è la prima cura per le delusioni d’amore

Un luogo comune assai diffuso raccomanda l’importanza di mostrarsi vigorosi nei momenti difficili, se non altro per ragioni di orgoglio: mi ha mollata dopo 15 anni, non gli darò la soddisfazione delle  mie lacrime. Coerenti con questo ragionamento, molte persone che vivono una delusione d’amore nascondono il dolore, trattengono la rabbia, recitano il copione dell’indifferenza. Fino a che, d’improvviso, tutto crolla e un’atroce sofferenza ci scaraventa nella disperazione più nera. Isabella ha la sensazione di aver completamente perso il controllo; effettivamente è ciò che accade, ma è proprio quello di cui ha più bisogno per innescare un autentico processo di rinascita. Proprio così: non è possibile farlo se prima non abbiamo buttato via tutte le tossine emotive che ancora albergano nel nostro animo, e che ora stanno finalmente venendo alla luce attraverso il pianto

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La resa ti riporta a casa

Liberarsi degli oggetti e di tutte le cose appartenute all’ex è gusto, a patto di non illudersi che questo basti a fare piazza pulita del passato. Anche occuparsi di sé e della propria salute, magari con un’alimentazione più sana e consapevole aiuta, ma non può bastare. Occorre cedere al dolore e abbandonarsi a quella deriva di cui Isabella parla nella sua e mail. Che cosa significa andare alla deriva? Significa vivere un’esperienza analoga a quella di Ulisse, l’eroe omerico che dovette vagare per anni prima di tornare alla sua amata Itaca. Occorre perdersi per ritrovarsi nuovi, affrontare i marosi e le tempeste della vita così come sono, senza inutili mascheramenti. Per quanto sarà necessario: cercare di imporre i tempi della mente all’anima è inutile e allunga il dolore. La sofferenza di Isabella non finirà per un atto di volontà cosciente, ma grazie a un atteggiamento di accoglienza e di resa. Le sue lacrime la stanno “spurgando”, il dolore la riporterà presto a casa, dove senza accorgersene troverà la sua nuova centratura e tutta l’energia necessaria per ripartire.

Impara a non tormentarti più

Qualche tempo fa abbiamo fatto un sondaggio fra i lettori di Riza Psicosomatica, chiedendo come “vedono” il loro mondo interno, come stanno con se stessi. Più del 70% ha risposto che vorrebbe riuscire a non tormentarsi più. Abbiamo esteso questa indagine anche a chi non è un lettore abituale e le percentuali sono simili. Troppe persone sono sempre in lotta con se stesse: per questo, io e tutti gli psicologi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti che lavorano qui, abbiamo voluto dedicare questo numero a cosa fare per non tormentarsi più.

Non ci sentiamo realizzati

Sul giornale noi parliamo di storie, racconti che provengono dalla quotidiana esperienza clinica dell’Istituto Riza di medicina Psicosomatica. Narrano fatti, esperienze della vita che possono capitare a chiunque, in ogni momento della vita. Qual è il tormento che porta più persone in psicoterapia? I litigi, le incomprensioni, specialmente fra i partner. Una lettrice ci scrive: “Sono sposata da vent’anni con un uomo con cui non vado per nulla d’accordo. Sapeste quante volte ho pensato e ripensato a cosa fare per risolvere questo problema, e anche a come allontanarmi da lui, senza riuscirci. Lui però ha reso difficile la mia esistenza”. Gli esempi si sprecano: altri si tormentano per scelte compiute in passato: vivere in un certo posto, fare un lavoro o un altro. Altre ancora rimpiangono di non aver fatto figli da giovani per poi cercarli troppo tardi, per la bellezza che non hanno o che non hanno più….

Per prima cosa, occupati di te

Ci tormentiamo perché non ci sentiamo “riusciti”, ma possiamo fare qualcosa di molto pratico per superare questo disagio e smettere di tormentarsi.  Come? La prima regola è dirsi questo: “Al di là del mio tormento, al di là delle cose giuste o sbagliate che mi sono accadute, c’è qualcosa dentro di me di cui devo occuparmi. Se lo faccio, posso trovare la felicità anche nel dolore” . Per quanto sembri paradossale, quanta più gioia si riesce a produrre anche in una situazione difficile, tanto più i tormenti vanno da soli sullo sfondo. Il resto, sul nuovo numero di Riza Psicosomatica, in edicola. Buona lettura!

Via dal giudizio degli altri… e dal tuo!

Come sono andato? Sono andato bene? Sono stato troppo aggressivo? Ho fatto bella figura? E se sbaglio? Se mi metto questo vestito poi cosa penseranno di me? Se esco con quel tizio che figura ci faccio? Non posso andare in giro con questa vecchia auto, è da perdente. Odio il calcio ma i miei amici non parlano d’altro e così quando sono con loro fingo. Amo le telenovele ma le guardo di nascosto, se no le mie amiche mi prenderanno in giro, penseranno che io sia una stupida…

Alzi la mano chi non ha avuto pensieri simili: viviamo spesso come sorvegliati speciali, attentissimi agli sguardi e al giudizio degli altri. Per qualcuno è una vera malattia e non a caso si chiama fobia sociale, ma anche chi non è sopraffatto dall’ansia per il giudizio degli altri, può serenamente ammettere che la vita sociale lo condiziona, e non poco.

 

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