Filofobia: la paura di amare esiste?
Quando ci laviamo, quando beviamo un bicchiere d’acqua o quando ci troviamo nei pressi di un fiume, di un lago o del mare risvegliamo in noi l’energia materna archetipica e attiviamo nei centri cerebrali profondi uno stato autogestativo che rigenera e rinnova la psiche e il corpo. Questa energia archetipica, acquatica, può essere risvegliata grazie a questo esercizio immaginativo, guidato dalla voce di Raffaele Morelli. Per svolgerlo, trova un posto tranquillo e silenzioso, possibilmente con luci soffuse, mettiti in una posizione comoda, chiudi gli occhi e fai alcuni respiri lenti e profondi. Rendilo il tuo rituale antistress: puoi ripeterlo ogni volta che hai bisogno.
Riza Relax è la nuova rivista antistress pensata per te che vuoi liberarti di ansia e tensioni, per te che vuoi ritrovare la tua calma interiore, il tuo equilibrio naturale. Lo stress è infatti il nemico principale della nostra salute e provoca cicatrici nel nostro cervello. Riza Relax ti insegna gli esercizi pratici e facili per rilassarti da solo a casa tua o dovunque tu ti trovi, in pochi minuti. Per superare anche i momenti difficili. In ogni numero di Riza Relax troverai un esercizio immaginativo condotto da Raffaele Morelli. Sul nuovo numero, che trovate in edicola, potrai farti guidare dalla voce del dottor Morelli per sviluppare le tue capacità di osservare attraverso il buio. Inoltre, troverai tanti altri contenuti su misura per il tuo rilassamento:
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“Dottore, sono stressato. Mi dia qualcosa”. Se un medico di base dovesse rispondere a un questionario sulla frequenza delle richieste che gli vengono poste dai pazienti, non abbiamo dubbi che questa sarebbe tra le prime. Del resto, siamo tutti convinti di vivere in un’epoca caratterizzata dallo stress, ma le cose non sono così semplici come sembrano.
In termini clinici, un certo grado di stress è una risposta fisiologica, quindi normale, messa in atto da un organismo di fronte a qualunque richiesta proveniente dall’ambiente. In quest’ottica si tratta di un meccanismo di adattamento che consente al soggetto di adeguare le proprie reazioni in funzione del variare delle situazioni esistenziali ed è quindi funzionale alla sua sopravvivenza. Hans Selye, medico austriaco noto per i suoi pionieristici studi sullo stress, definì questa attivazione dell’organismo “sindrome generale di adattamento” e identificò tre fasi fondamentali che si succedono durante ogni reazione da stress: allarme, resistenza o adattamento, esaurimento. Lo stress in tal senso si configura come un meccanismo difensivo, con cui l’organismo cerca di superare le difficoltà per poi tornare a uno stato di equilibrio (omeostasi). Lo stress non avrebbe dunque una connotazione negativa ma appunto un valore adattivo. Molto importante nella definizione dello stress è il ruolo e l’importanza degli stressor, gli agenti stressanti e il senso che ciascuno di noi vi attribuisce. Quando sono sfavorevoli e influenzano negativamente l’organismo, si parla di distress. Quando sono positivi, cioè stimolano costruttivamente l’organismo si parla di eustress (dal greco “eu” bene, quindi “stress buono”).
Detto tutto questo, siamo sicuri di vivere nell’epoca più stressante della storia? O che lo stile di vita occidentale, i ritmi frenetici delle metropoli, i mille impegni quotidiani siano alla base di quel modo di vivere perennemente in affanno al quale tutti attribuiamo la nostra dose stress? Un fatto è certo: l’uomo non è mai stato completamente libero da questo meccanismo. Condizioni di stress sono state sempre presenti nella storia umana; la differenza sostanziale rispetto agli uomini del passato riguarda il fatto che quello di cui soffriamo oggi è uno stress molto mentale che tende facilmente a diventare cronico. Non è la modernità ad aver inventato lo stress, ma è la razionalità imperante ad averne fatto una caratteristica peculiare del vivere contemporaneo, fino a trasformarlo quasi in una moda, un obbligo sociale che porta tutti a correre dietro ai miti moderni dell’efficienza e del successo a ogni costo.
I sintomi dello stress possono investire la dimensione fisica, la sfera emotiva, la sfera cognitiva, o si possono osservare sul piano comportamentale. Naturalmente non è necessario averli tutti per essere stressati e occorre anche sapere che lo stress in sé non è una vera e propria patologia psichica, come ansia, panico o depressione. Conoscere la sintomatologia e valutarla nel tempo (comprendendo cioè se questi sintomi compaiano episodicamente o siano cronici) è però fondamentale per comprendere quando è necessario adottare cambiamenti significativi nel nostro stile di vita.
| Sintomi emotivi dello stress |
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| Sintomi fisici dello stress |
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| Sintomi cognitivi dello stress |
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| Sintomi comportamentali |
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Per affrontare in modo efficace lo stress e i suoi effetti nocivi é fondamentale arrivare alla consapevolezza che, quasi sempre, noi non possiamo agire sulle cause esterne che determinano uno stato di stress, ma solo sul modo con cui le affrontiamo. Se cambiamo dunque atteggiamento mentale e spostiamo lo sguardo, riduciamo automaticamente lo stress. Cerchiamo di comprendere come farlo per superare la condizione di tensione continua.
| Rivedi la tua organizzazione | Lo stress cronico spegne la nostra lucidità e ci impedisce di cambiare le cose, peggiorando ulteriormente lo stress. Spezza questo circolo vizioso, rivalutando l’organizzazione del tuo tempo. Tieni presente, in questa revisione, che deve esserci spazio per un tempo completamente libero, non finalizzato a niente, non occupato da niente, dedicato all’improvvisazione. |
| Riattiva il senso del piacere | Tra i circoli viziosi indotti dallo stress cronico c’è quello che riguarda il senso del piacere, che viene progressivamente eliminato per mancanza di energie. Con fermezza fai il possibile per riprenderti le cose che ti piacciono. Attenzione però: non devono essere “incastonate” tra mille impegni, ma avere un loro spazio legittimo e, per l’appunto, non stressato. |
| Annota i tuoi sogni | Se la mente e il corpo sono sovraccarichi e non se ne accorgono, l’inconscio lo sente benissimo e manifesta attraverso i sogni non solo il suo disappunto, ma anche i pericoli che stai correndo e le indicazioni per sottrarti da questa schiavitù. Prendine nota, osservali e, eventualmente con l’aiuto di uno psicologo del profondo, segui le loro indicazioni. |
| Accetta le tue contraddizioni | Non dare agli eventi una sola lettura: tutto ciò che accade ha un significato più ampio di quello che gli attribuiamo. Un insuccesso non è solo fallimento: è anche una tappa evolutiva che in qualche modo si doveva percorrere. |
| Affidati all’immaginazione | Nel corso della giornata, ritagliati un piccolo spazio per te stesso, chiudi gli occhi e lasciati andare alle fantasie, accogliendo le immagini che si formano senza commento. L’immaginazione, quando è svincolata dai sogni preconfezionati (tipo il principe azzurro, o diventare ricchi e famosi), ti darà suggerimenti preziosi, provenienti da una prospettiva inedita. |
| Non lottare con gli eventi | Ogni tanto lascia che le cose seguano il loro corso senza cercare di controllarle. Lascia fare al caso, o attendi e stai a vedere cosa accade. |
| Non importi di capire | Non ostinarti a trovare un senso logico o una causa materiale a ogni cosa: la vita non è razionale. Se non la costringi nei tuoi schemi, ti svelerà risvolti inattesi. |
| Scaccia i preconcetti | Prova a osservare le tue convinzioni come fossi un’altra persona: ti sorprenderai di scoprire quante idee, ben radicate in te, siano in realtà prive di fondamento o non più valide nel momento che stai vivendo. Ricordiamo che le nostre convinzioni sono sempre frutto di apprendimento: non sono mai del tutto “nostre”. |
| Pratica tecniche di meditazione e di respirazione | Tali tecniche aiutano a prendersi del tempo per ritrovare se stessi, sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio Io, con il proposito di recuperare la propria forza e la propria energia vitale che una condizione di stress perenne altera. |
Lo stress in genere provoca mancanza di energia, stanchezza eccessiva e continua, difficoltà nella capacità di attenzione e concentrazione, apatia e difficoltà a recuperare le forze. In una condizione di forte stress, andranno esclusi i cibi ricchi di zuccheri e dolcificanti, bevande zuccherate, alcol, caffeina. L’alimentazione dovrà essere naturale e alcalinizzante. Sono consigliati cibi ricchi di elementi antiossidanti (vitamine del gruppo B, Omega 3 e acido Folico): cereali integrali, legumi, pesce, semi oleosi, olio extravergine di oliva, verdura e frutta di stagione di produzione biologica, in modo da fornire all’organismo tutti i nutrienti, le vitamine e i sali minerali che gli sono necessari per recuperare le energie. Importante è il magnesio, un minerale essenziale per il rilassamento mentale e muscolare; la vitamina D, che regola il nostro umore.
La dipendenza affettiva non rientra nei disturbi psichici classificati dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), ma compare tra le nuove dipendenze, assieme a quella da internet, dal gioco, dal lavoro o dallo shopping.
La dipendenza affettiva si verifica in presenza di un attaccamento eccessivo e patologico nelle relazioni interpersonali. La persona che ne soffre letteralmente dipende da un’altra (di solito il partner, ma anche un genitore o in casi più rari un figlio) per mantenere il proprio equilibrio emotivo e psicologico. L’utilizzo del termine dipendenza non è una semplice analogia con la dipendenza chimica da una sostanza: esistono precise correlazioni cerebrali fra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza. Il tossicodipendente emotivo entra in un vero stato di collasso emotivo di fronte alla possibilità di perdere la persona amata. Si percepisce molto fragile, e bisognoso di costanti appoggi esterni. La persona ha una percezione di sé così negativa che la obbliga a credere che senza l’altro non sia possibile vivere. La frase: “Non posso vivere senza di te”, rappresenta abbastanza fedelmente lo stato d’animo di un dipendente affettivo.
Generalmente si ritiene che la causa della dipendenza affettiva affondi le sue radici nei rapporti primari. La persona che ne soffre non sarebbe riuscita a sviluppare una struttura psichica adeguata a causa di esperienze affettive negative con i genitori e in generale i caregivers. Madri e padri iperprotettivi e limitanti possono frustrare i naturali bisogni di indipendenza e autonomia del bambino, ma anche genitori eccessivamente libertari possono indurre i figli a costruirsi un sistema rigido di regole che poi in età adulta può degenerare nella dipendenza affettiva. In generale si può affermare che questo disturbo abbia effettivamente a che vedere con lo stile di attaccamento sviluppato dal bambino in tenera età.
La persona con dipendenza affettiva presenta i seguenti sintomi:
Secondo un cliché culturale duro a morire, lo stereotipo della persona sofferente di dipendenza affettiva è certamente donna. Le evidenze cliniche lo confermano in parte: è vero che le donne risultano più colpite, ma è anche vero che, complice il progressivo processo di emancipazione femminile, la distanza fra i sessi, anche in relazione alle sofferenze psichiche, tende a diminuire. In parte, il fenomeno è dovuto al tramonto di un modello educativo che già dall’infanzia stimolava la donna alla ricerca di un compagno cui affidare almeno in parte le sorti della propria vita. Per lo stesso stereotipo, gli uomini venivano invece educati fin dall’infanzia a focalizzare la loro energia sul successo professionale, oppure nello sport o negli hobby e secondariamente alla ricerca di una compagna. Si tratta di un modello arcaico che, pur ancora presente nella nostra società, è stato ampiamente messo in discussione negli ultimi decenni e che con ogni probabilità è destinato al tramonto.
Come si cura la dipendenza affettiva? Come uscirne? E se guardassimo questa fragilità da un altro punto di vista? Innanzitutto, è necessario riflettere su un fatto paradossale: le persone che soffrono di dipendenza affettiva spesso si dimostrano inaspettatamente forti e indipendenti nei momenti più difficili. Ad esempio: nel dover prestare soccorso, nel restare lucidi quando qualcuno ha seriamente bisogno, nell’offrire aiuto in condizioni anche molto impervie. Situazioni che hanno solitamente due caratteristiche significative:
Ciò premesso, ecco un piccolo elenco di azioni che possiamo mettere in campo subito se ci rendiamo conto di soffrire di dipendenza affettiva.
| Fai qualcosa da solo | Ricavati momenti e spazi in cui non è presente la persona a cui di solito ti appoggi. |
| Non “spostare” la dipendenza affettiva | Nel creare ambiti solo tuoi stai attento a non riproporre il solito schema: tu che ti appoggi a un’altra figura che ritieni forte e carismatica. |
| Riscopri i tuoi interessi | Ci sono cose che appartengono al tuo talento, vecchie passioni da ritrovare oppure nuove da scoprire. Sii disponibile e curioso. |
| Fa ciò che ti piace | Nello sperimentarti come persona singola, senza stampelle, fai cose che ti appassionano. Il tuo cervello attingerà a un’energia capace di ampliare i suoi limiti. |
| Via i sensi di colpa | Se per anni ti sei appoggiato a qualcuno – che dunque era disponibile – potresti sentire di tradirlo se non ti appoggi più. Non importa: scoprirai se ti vuole bene o se il tuo bisogno di lui serviva alla sua autostima. |
| Fatti aiutare da un professionista | La psicoterapia è a volte la strada giusta, a patto che non diventi… una nuova dipendenza! |
Esistono dunque situazioni reali nelle quali il cervello dell’insicuro produce una “chimica” della sicurezza, della forza e dell’autonomia. Non è un segreto che chi soffre d’ansia o di panico non ha mai una crisi davanti a una persona che a sua volta ha un attacco di panico: anzi, lucidamente la aiuta a superare quel momento, diventando per lei un forte punto di riferimento. Ciò dimostra che la dipendenza affettiva e l’attaccamento che ne consegue sono solo un’idea, un modo in cui nel tempo abbiamo imparato a guardarci, uno sguardo deviato prodotto in altri tempi da un’altra coscienza, più fragile.
Purtroppo le esperienze di forza e autonomia che la persona fa in condizioni estreme non sedimentano, non creano un’autostima stabile: non bastano a cambiare un modo di essere. Anche perché in questo come in ogni disagio c’è comunque una sorta di comodità e di compiacimento. Ognuno si sceglie i suoi riferimenti: c’è chi sviluppa dipendenza affettiva dai genitori, dalla madre, dal padre, dai figli, chi dai fratelli maggiori, dal partner, dagli amici, dai maestri, dal guru di turno o dal terapeuta, che diventano così, volenti o nolenti, àncore, appoggi, appigli, guide o stelle polari per vite che non hanno imparato a esistere sulle proprie gambe. Occorre perciò un lavoro attivo su se stessi che cambi le cose, perché il cervello – che sceglie sempre la cosa che trova più comoda, o la meno dispendiosa – lasciato a se stesso continuerà al solito modo.
Se decidiamo di cambiar rotta dobbiamo essere consapevoli che all’inizio occorrerà una certa volontà e costanza. Sembrerà certamente difficile pensarsi più forti, ma in realtà non si tratta che di provare: non è vero che ci vogliono anni per liberarsi da questa idea di se stessi. Possono bastare pochi momenti di autonomia vissuti consapevolmente per fissare in noi la percezione della nostra naturale capacità di stare al mondo e della nostra forza innata.
Elisa scrive alla redazione di Riza Psicosomatica: “Un giorno della scorsa estate il mio cuore si è come fermato. L’ho sentito, in modo chiaro. Eppure pensavo che a 34 anni, dopo averne passate tante, non avrei più sentito il silenzio assordante di un cuore che si riempie di dolore. La mia migliore amica, proprio lei, mi tradisce. E lo fa nella maniera più vecchia del mondo, la più scontata e banale. Si fidanza col mio ex, s’innamora di un uomo che io ho tanto amato. La cosa paradossale è che lei stessa fu la prima testimone della mia storia, la mia confidente, a volte la spalla su cui piangere. Dopo che me lo confessa, non cerca di spiegarmi, di farmi capire: sparisce e non si fa più sentire, come se oramai fosse consapevole che quello fosse un punto di non ritorno, e che ci saremmo perse per sempre. Da allora non l’ho più vista né sentita e di fronte a tutto ciò mi sto chiedendo spesso il significato delle parole perdonare e dimenticare. Ho forse dimenticato, ma non ho perdonato? O viceversa? O, in realtà, non ho fatto nessuna delle due cose? Il fatto è che ci penso di continuo.”
La storia che Elisa ci racconta è più ricorrente di quando non si pensi: può accadere che fra amori e amicizie, si creino ambigui triangoli relazionali. In quello descritto, Elisa sembra la perfetta vittima sacrificale: ha perso l’amore e ha subito il tradimento dell’amica più cara. Comprensibilmente, la confessione del “misfatto” perpetrato ai suoi danni la colpisce nel profondo, al punto da farle sentire qualcosa di simile a un tuffo al cuore, un “assordante silenzio interiore”. Nonostante siano passate settimane da quella rivelazione, il suo pensiero sembra immobilizzato sull’evento e sulla “sparizione” dell’amica. Ma siamo proprio sicuri che quello che le è capitata sia solo una grande sfortuna? O forse, seguendo un’altra chiave di lettura, l’evento accaduto, pur traumatico, potrebbe essere letto come il segnale che qualcosa nella sua vita doveva evolvere, cambiare, trasformarsi?
Quel dolore così intenso è certo una ferita, a una lacerazione, uno strappo. Ma da cosa? Elisa, a 34 anni, sembra prigioniera di una visione rigida e idealizzata dell’amicizia e forse anche dell’amore; se dunque questo dolore avesse la funzione di traghettarla con forza verso un altro modo di guardare le relazioni, più maturo e consapevole? Se queste sensazioni dolorose tanto intense avessero un senso “evolutivo”, indurla ad abbandonare un personaggio che viveva l’amicizia in modo assoluto, simbiotico, quasi adolescenziale? Se è vero che ognuno di noi cambia continuamente, allo stesso modo anche le relazioni evolvono. Finiscono le amicizie come le storie d’amore, alcune tramontano, ne nascono di nuove. Forse quell’amicizia tanto intensa era giunta alla fine del suo ciclo, aveva svolto la sua funzione e doveva terminare. Alcuni legami sono necessari in certe fasi della vita ma sono poi destinati a ad eclissarsi. Ed è forse questo il senso profondo di quanto è accaduto.
Ciò premesso, nella e mail di Elisa c’è altro. Se il fatto che l’amica frequentasse il suo ex era un problema tanto grande, significa che per lei quella storia non era ancora del tutto conclusa, mentre ora molto probabilmente lo è. Per quanto possa sembrarci paradossale, i sentimenti dell’amica verso l’ex compagno hanno aiutato Elisa a superare definitivamente la fine della relazione, a metterci una pietra sopra. Non solo: quel che è successo può anche servirle da ammonimento per il futuro. Come lei stessa racconta, l’amica è stata testimone permanente di tutta la relazione, ed è stata Elisa stessa a renderla così partecipe. Le relazioni d’amore dovrebbero riguardare anzitutto chi le vive, non dovrebbero avere un pubblico e tantomeno dei consiglieri…
La cosa migliore che Elisa dovrebbe fare ora è accettare la situazione per quella che e vivere questo momento come un’opportunità di cambiamento, di evoluzione: ora ha la possibilità di lasciarsi tutto alle spalle e andare verso qualcosa di nuovo. Il dolore non arriva perché lei rimanga intrappolata nei dubbi (mi faccio sentire o no? L’ho perdonata? Dimenticata?) ma perché butti via il passato e tutte le proiezioni e identificazioni che aveva nei confronti di quell’uomo e di quell’amica. È bene che si liberi al più presto anche del personaggio di amica tradita e vittima nella quale ora è identificata ma che non le corrisponde, almeno non completamente, perché nessuno è solo vittima o solo carnefice. Solo così potrà andare avanti, ricettiva e aperta nei confronti di quel che la vita ha certamente ancora in serbo per lei.