Sogni stressanti: qual è il loro significato?
Michelle scrive alla redazione di Riza Psicosomatica:
“Mi sono innamorata di un uomo che frequento ma che non vuole una relazione con me. Non faccio altro che aspettare tutto il giorno che lui mi scriva per vederci. Lo penso continuamente, la mia felicità dipende da lui. Del resto sono da sempre alla ricerca di un minimo affetto da parte di chiunque e, poiché lui un po’ mene dà, io mi accontento ma sento che non è la cosa giusta da fare. Come devo comportarmi?”
La storia che racconta Michelle è comune a molte persone; capita di innamorarsi di qualcuno senza esserne ricambiati. Nel suo caso c’è di più: è lei stessa a raccontare di essere “da sempre” alla ricerca dell’amore e dell’affetto degli altri. Le parole di Michelle lasciano dunque trasparire un problema di autostima e di mancanza di fiducia in se stessa. Il bisogno di affetto, che afferma di ricercare in chiunque possa darglielo, la porta a vivere una sorta di dipendenza dall’uomo di cui parla nella mail e ad accettare una situazione che in realtà non le piace. La sua felicità dipende dalle sue azioni e l’unico modo per uscirne sembrerebbe essere quello di eliminare quell’uomo dalla sua vita. Per spiegare e risolvere il problema, un approccio convenzionale cercherebbe l’origine del suo comportamento nel passato, arrivando, per esempio, a ipotizzare delle carenze affettive durante gli anni dell’infanzia. Esiste però un altro punto di vista…
Miriam scrive alla redazione di Riza psicosomatica: “Ultimamente stanno riaffiorando alla memoria eventi dolorosi del mio passato. Ricordo quando sono stata licenziata di punto in bianco, il momento in cui una ex “amica” mi ha detto cose che mi hanno ferita o quando il mio primo ragazzo mi ha lasciata. Non riesco a perdonare gli altri e soprattutto me stessa, per essermi scoperta con persone che non meritavano il mio impegno, la mia fiducia o il mio amore. Immagino di rivivere quei momenti e di rispondere a quelle persone come avrei voluto e dovuto fare, ma non serve. Quelle esperienze mi avranno anche aiutato a crescere, ma non è facile accettarle; ho 22 anni, la mia vita deve andare avanti, ma sono bloccata da quel passato.”
Un luogo comune duro a morire afferma che la nostra vita dipenda da quel che ci è accaduto. Per comprendere i problemi di una persona servirebbe riflettere sulle sue cicatrici, sulle delusioni patite, sui traumi. Lo pensa anche Miriam che, pur giovanissima, si sente prigioniera di alcuni eventi negativi che le sono capitati e che “tornano” come ricordi dolorosi. Del resto, una parte della psicologia ha sempre affermato che, per guarire da una sofferenza mentale, si debbano far riemergere e rielaborare i dolori, le incomprensioni, i lutti di ieri. Ma le cose stanno davvero così? Come hanno scritto James Hillman e Michael Ventura nell’opera “100 anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio”, le cose non stanno così: la memoria e i ricordi non hanno questa funzione, non servono a tornare con la mente a un tempo che non esiste più ed è illusorio pensare che, percorrendo questa strada, ci si possa finalmente liberare dei fantasmi del passato.
Se questo è vero, perché esistono i ricordi? Nel caso considerato, che cosa vuol suggerire l’anima di Miriam attraverso questi flashback? Semplice: che deve liberarsi al più presto da quel passato ingombrante che riempie di rabbia e rancore la sua vita. Le immagini dell’amica, del datore di lavoro, del fidanzato sono infatti diventate alibi, la giustificazione al blocco esistenziale che vive. Miriam pensa: “Sono bloccata perché ho subito questo e quello, ci penso sempre, il ricordo mi imprigiona.” La sua anima dice: “Sei tu che trasformi quei ricordi, quelle immagini in demoni paralizzanti. Dovresti osservarli, guardarli bene, prendere atto: arrenderti al fatto che quelle cose siano accadute. Così potresti liberartene, mentre continui ad aggrapparti a loro e li tieni in vita.”
I ricordi emergono per essere guardati e sgretolati, non per essere trattenuti e analizzati. Più ci intestardiamo a interpretarli, più li rendiamo perenni. Quel che è accaduto è accaduto: continuare a pensarci ci trasforma in personaggi che recitano un copione, in questo caso la parte della persona ferita, bisognosa di compassione. Tuttavia, mettere in campo uno sguardo capace di osservare bene i ricordi per farli sfumare all’orizzonte, non basta. C’è un’altra operazione da fare: liberarsi delle convinzioni, in primo luogo quelle su di sé. Miriam crede che il suo problema sia non essere capace di perdonare gli altri per quel che le hanno fatto e se stessa per averlo permesso. Ma fantastica anche di tornare indietro nel tempo e di cantarle per le rime alle persone che le hanno fatto del male: una fantasia compensatoria che, pur non efficace, ha ben poco a che vedere col perdono, svelando invece un lato aggressivo che Miriam deve iniziare a conoscere, per uscire dalla palude nella quale l’hanno confinata le false convinzioni su di sé. Nessuno è buono, nessuno è cattivo: l’autentico perdono la capacità di voltare pagina, di andare oltre quel passato e quelle esperienze, che, come direbbero i saggi taoisti, sono solo ombre, senza alcuna importanza per la vita attuale.