Credere in se stessi è sempre possibile!

Credere o non credere in se stessi, ecco il dilemma: per farlo, quanto conta il nostro passato? Si potrebbe pensare che qualcuno parta avvantaggiato: nell’infanzia è stato amato e valorizzato in modo equilibrato, e questo l’ha portato ad avere quella che la psicologia chiama “fiducia di base”, cioè una prima, importante sensazione di essere e di valere qualcosa. In altri la fiducia di base non si è creata: c’è chi ha percepito di “essere intrinsecamente sbagliato” poiché è stato guardato solo nelle sue mancanze e amato in modo carente, ma c’è chi è stato esaltato ben oltre il suo reale “valore” e ha poi avvertito di “non essere il campione che tutti si aspettano”. Ma poi la realtà sovverte i pronostici: trovatelli che diventano adulti e fondano imperi economici, bravi ragazzi che crescono bloccati da inspiegabili insicurezze.

Il confronto con noi stessi può sfiancarci

Nel mondo di oggi siamo soggetti a un continuo e spesso logorante confronto con noi stessi. C’è chi proclama di avere molta fiducia in sé, ma poi si sente un fallito alla prima avversità. C’è chi è convinto di non valere niente, ma poi scopre che nella vita è deciso e tenace come pochi. E poi c’è chi fa dipendere questa fiducia in sé dai fattori più disparati: risultati professionali, successo sentimentale, innamoramento, stato ormonale, umore, critiche, apprezzamenti, discussioni e tanto altro. Insomma la questione del credere o meno nel proprio valore è, in molti casi, irrisolta. Come è possibile costruire un “senso di sé” che non cambi di continuo e al quale attingere come a un riferimento sicuro nei momenti che contano, sia positivi sia negativi?

Accettazione attiva: più fiducia in sé anche grazie agli insuccessi

Il segreto per raggiungere e mantenere la fiducia in se stessi è in fondo molto semplice: occorre rinnovarla insieme agli eventi. L’autostima non è data una volta per sempre, immutabile e granitica. Il senso di sé cambia con la vita, sia con gli eventi esterni sia con lo sviluppo della personalità. La percezione del proprio valore globale va quindi ascoltata, aiutata e integrata in noi con il passare del tempo. Ciò si può comprendere bene usando l’espressione latina “amor fati”, che letteralmente significa “amore per il destino”, ma, tradotta meglio, indica “l’accettazione attiva verso ciò che accade”. L’accettazione attiva è un modo di affrontare le cose che consiste nel fare il possibile per vivere bene e far andare bene le cose, ma accettare comunque il risultato o gli eventi, positivi o negativi che siano. Ciò non implica essere passivi ma trarre attivamente fiducia in sé sia di fronte ai successi, riconoscendo i propri meriti e acquisendo così più valore, sia di fronte agli insuccessi, non distruggendosi di sensi di colpa e facendo tesoro degli errori commessi acquisendo così più valore e la possibilità di fare meglio in futuro.

La fiducia è come un frutto…

Da sempre, perlopiù senza saperlo, usiamo orgoglio, senso di colpa, autocompiacimento, lamentazione, giustificazioni, scarico di responsabilità, ricerca di cause storiche, cultura del trauma, per ammortizzare la nostra paura di non valere e di essere sbagliati. Anche se non è facile dobbiamo, però, rinunciare a tutta questa chincaglieria psicologica. Se si vuole una fiducia stabile in se stessi, bisogna uscire dalla dualità “sono adeguato / sono inadeguato”: se l’atteggiamento verso gli eventi è stabile, a prescindere da come ci si sente, allora si stabilizzerà anche la fiducia.

Hai fiducia in te solo se…

– Accetti i naturali momenti di fragilità e di scoramento che possono capitare

– Sei disposto a ridiscutere il tuo punto di vista e sai chiedere scusa se sbagli

– Riesci a esprimere idee e contrarietà nonostante la paura del giudizio

– Sei disponibile ad aiutare gli altri senza aspettarti nulla in cambio

– Guardi al futuro con fiducia anche se la situazione economica è precaria.

Attento alle frasi e ai modi con cui ti svaluti da solo

“Sicuramente non ce la faccio”; “Mi è solo andata bene”; “Chi mai mi noterà?”; “Farò la solita fine”. Queste frasi vanno abbandonate al volo: pronunciarle, anche solo per scaramanzia sottrae autostima. Non devi per forza dire che ce la farai: il silenzio, seguito dall’azione, è la cosa migliore per sentirti più forte, più “tu”.

Non metterti inutilmente alla prova

Non combattere contro te stesso, ma scegli di stare dalla tua parte. Tutto quel che ti accade o che ottieni, qualunque cosa sia, è tuo e lo trasformerai in qualcosa di vantaggioso. Non aspettare perciò di avere autostima, per agire: verrà dopo.

Evita gli sguardi malsani

Se hai troppi contatti con persone che ti sviliscono, o al contrario ti esaltano in modo acritico, evitale, perché ti intossicano. Avere invece accanto degli sguardi valorizzanti e corretti ti stimola. Del resto, scegliersi una giusta rete di relazioni è un modo per riconoscere a se stessi un valore. Capire chi ci può apprezzare indica, in fondo, che ci apprezziamo.

 

I cereali integrali aiutano lo sviluppo dei bambini

I cereali integrali sono una risorsa per la salute fin dalla più tenera età, grazie alle loro importanti proprietà nutrizionali: contengono una buona quantità di fibre, hanno un indice glicemico più basso rispetto ai prodotti non integrali e non sono sottoposti a processi di raffinazione. Sono quindi più genuini e rappresentano una possibilità concreta per prevenire le malattie cerebrali e cardiovascolari, l’obesità e le patologie su base infiammatoria. Non solo: i cereali integrali proteggono il cervello dalla stanchezza e dall’affaticamento che possono derivare da una cattiva digestione e dai picchi glicemici. Un eccesso di prodotti raffinati e zuccherini nella dieta, infatti, come pasta, pane, focacce, zucchero bianco e bibite dolci, che tanto piacciono ai bimbi, altera la produzione di insulina e promuove i processi infiammatori e l’aumento di peso. In più, i piccoli sono molto sensibili al sapore dolce: più si abituano a gustarlo più tenderanno a richiederlo, limitando, però, tutti gli altri sapori. Ecco perché è importante proporgli nuovi alimenti da sperimentare: solo così imparerà ad apprezzarli e a spaziare tra le alternative, senza essere dipendente dallo zucchero.

Più sostanze nutritive, minerali e antiossidanti nei cereali integrali

Nei cereali integrali sono presenti vitamine del gruppo B e la E, sali minerali (ferro, magnesio, zinco, potassio, selenio), acidi grassi essenziali, inulina, lignani, fitosteroli, acido fitico, tannini, lipidi e antiossidanti come gli acidi fenolici e i flavonoidi che sostengono la salute delle cellule dell’organismo, in primis di quelle cerebrali, e dei loro processi. Le fibre alimentari sono fondamentali nella dieta, in particolare per i loro effetti positivi sul transito intestinale. Eliminarele scorie rende l’organismo più reattivo e il cervello pronto e attivo. i cereali integrali, insieme ai legumi, alla frutta e alla verdura, rappresentano una delle fonti principali di fibra nel cibo. Ecco un motivo in più per inserirli nell’alimentazione quotidiana dei più piccoli, a partire dal primo anno di età!

Colazione ai cereali: energia al cervello per tutto il giorno

I fiocchi di cereali, specie se integrali, sono un’ottima proposta per la colazione dei bambini. Sono semplici da preparare, nutrienti, ricchi di fibre e fonte ideale di carboidrati complessi da abbinare a latte, yogurt o anche ricotta. Assicurare un buon apporto di cereali integrali al mattino, consente al cervello di avere a disposizione energia di lunga durata. Tra i cereali disponibili in commercio, i più semplici sono anche abbastanza poveri di grassi, quelli specifici per bambini possono essere ricchi di zuccheri. per questo motivo è sempre meglio controllare la tabella nutrizionale dei cereali preferiti dai vostri piccoli per evitare quelli troppo sofisticati con un contenuto eccessivo di zuccheri, grassi o sale. È buona abitudine alternarli, variando così la fonte di carboidrati mattutini. preferire quelli ricchi di fibra è un modo per assicurarne un apporto ben distribuito nell’arco della giornata! La quantità di fibra necessaria dipende, infatti, da molti fattori e dal fabbisogno calorico specifico. indicativamente, un bambino di 6 anni e di 20 kg di peso dovrebbe assumere una dose di fibra pari a circa 14 g al dì. Una porzione di 30 g di cereali integrali per la colazione può apportare tra 1.5 e 2.5 g di fibre… davvero un ottimo inizio!

Come distribuirli nell’arco della giornata

– Due cucchiai di cereali integrali in fiocchi a colazione.

– 40-45 g a pranzo – La ricetta base per prepararli come primi appetitosi è bollirli, scolarli e condire, abbinandoli a verdure. Oppure come secondi possono essere fatti saltare in padella direttamente con le verdure. I cereali più adatti sono miglio, farro o anche riso integrale e le varianti possono essere le più fantasiose.

– L’equivalente di una barretta ai cereali per lo spuntino.

– 30-40 g a cena da preparare come zuppe e minestre. I più adatti sono orzo e avena.

Quando la rabbia trattenuta diventa… gastrite!

La storia che state per leggere è emblematica di come molti disturbi comuni abbiano un’origine psicosomatica. Paolo, un uomo di quarant’anni decide di intraprendere un percorso di psicoterapia ad indirizzo psicosomatico per curare un disturbo piuttosto comune: la gastrite. Paolo è un uomo alto e robusto, sembra un ragazzone un po’ impacciato. Da un anno soffre di una fastidiosa difficoltà digestiva, accompagnata da bruciori di stomaco:

Prima digerivo anche le pietre, ora non riesco a mandar giù neanche una nocciolina senza star male… Forse è lo stress…

La sua vita, però, scorre senza grandi scossoni né situazioni stressanti: si barcamena con un lavoretto part-time come commesso d’abbigliamento e il fine settimana dà ripetizioni di inglese. Riduce all’osso le spese e, quando è “in bolletta”, lo aiuta suo padre.

Una vita di serie B difficile da mandare giù

Nel tempo libero Paolo si dedica alla sua grande passione: leggere riviste e testi di fisica. Racconta in terapia:

“Da bambino mi piacevano le scienze e sognavo di diventare un ricercatore, ma non sono riuscito a trasformare questo sogno in un vero lavoro. In realtà non ci ho mai neanche provato. Mio padre mi chiamava “bamboccione”, ma che ci posso fare? Non sono un tipo ambizioso. La mia è una vita senza infamia e senza lode… e tutto sommato a me va bene così”.

Davvero gli va bene così? Più che una scelta di vita, la sua sembra una resa. Racconta di aver sofferto per la prima volta di gastrite un anno prima, dopo aver ricevuto una lettera del padre che lo informava che i due terzi dell’eredità di famiglia sarebbero stati “riscossi” dalla sorella, incinta del secondo figlio. Paolo ci rimane malissimo, è amareggiato e deluso. Si è sempre sentito un figlio “di serie B” rispetto alla sorella, donna di successo e ben presto madre di famiglia, e la lettera dimostrava ancora una volta che lui non valeva nulla. Ma a suo padre non dice niente…

La rabbia inespressa “si sfoga”come può…

Nell’arco di qualche giorno da quella lettera Paolo comincia a non digerire più. La lettera “avvelenata” non gli era andata giù e non vuole andargli giù! L’ha chiusa in un cassetto senza rispondere né chiedere spiegazioni, fingendo che la cosa non lo riguardi. “Ma quell’episodio è accaduto un anno fa!” riflette stupito. “Ormai è superato… Non vedo come possa aver scatenato un mal di pancia così lungo!”. Paolo non sa che il corpo non vive nel tempo e parla il linguaggio dei simboli. Il cibo che ingeriamo si riempie di significati legati all’atmosfera in cui viene consumato.Con la digestione assimiliamo ciò che mangiamo e lo portiamo dentro. La digestione da un punto di vista psicosomatico è metafora della trasformazione dentro di noi di ciò che è esterno a noi.

Ogni disturbo è una fiaba, un mito, un simbolo…

Durante il percorso di psicoterapia Paolo viene incoraggiato a immaginare il suo disturbo aiutandosi con delle metafore, affinché si accosti al linguaggio simbolico dei miti e delle favole. Così, si rende conto che in una fiaba quella lettera sarebbe come la mela avvelenata, ma anziché farlo cadere in un sonno profondo, l’ha risvegliato rinnovando un antico dolore. Come l’eroe di una fiaba Paolo si mette alla ricerca di un antidoto frugando tra i ricordi, nei bauli e nei cassetti. Ritrova così la lettera dell’anno prima, i disegni delle elementari, le foto delle vacanze e un trofeo degli scout di quando aveva quattordici anni. “Avevo graffiato via la scritta “secondo posto” per non farla vedere a mio padre. A lui un secondo posto non andava mai bene”. Il padre di Paolo è un uomo dal temperamento forte e autoritario che lo ha sempre fatto sentire un rammollito.

Il veleno è anche l’antidoto!

Grazie a questo viaggio interiore Paolo si rende conto che, mentre credeva di vivere la vita che aveva scelto, pur di scampare al confronto col padre, era diventato proprio l’uomo senza qualità, mediocre in tutto, che lui lo accusava di essere. Ha evitato di provarci sul serio in qualsiasi campo della vita e ha così finito per rinunciare al sogno di diventare un ricercatore. La gastrite era il segnale “bruciante” che qualcosa si ribellava alla depressione che lo aveva spento per più di venti anni. Ma come in ogni fiaba che si rispetti, a ciascun veleno corrisponde un antidoto, e la formula spesso ha…gli stessi ingredienti! Qualcosa andava ripescato dal passato, un’immagine in grado di innescare un cambiamento: “In un baule ho trovato un microscopio che mi aveva regalato mia madre… Lei era come me, ci somigliavamo, le piaceva rifugiarsi nel suo mondo, nei suoi libri…”. La madre di Paolo, morta quando lui aveva dieci anni, gli aveva lasciato in eredità una frase preziosa che gli diceva ogni volta che lui si lamentava di essere meno bravo degli altri: tu sei tu! Gliel’ha anche scritto in un biglietto che Paolo ha ritrovato in un cassetto. Dopo una settimana di ricerche all’improvviso Paolo smette, richiude scatoloni e cassetti portandosi con sé solamente tre oggetti come fossero amuleti: la foto della madre, il microscopio e il biglietto con la scritta “tu sei tu”.

“Ho messo i miei talismani sul tavolo e ho immaginato che mia madre fosse lì con me dicendomi “Tu sei tu” e mi sono messo a piangere… mi sentivo come Pinocchio di fronte alla fata turchina: ero pieno di bugie su me stesso e piangevo perché volevo essere un uomo vero, realizzare i miei sogni… Lo volevo ancora”.

La rabbia si trasforma in nuova energia

Grazie a quella frase magica e all’alchimia delle lacrime un nodo si è sciolto: “Sentivo che potevo ancora fare qualcosa e mi dispiaceva essermi nascosto così a lungo”. Da quel giorno la sua rabbia è stata rimessa in gioco sotto forma di nuova energia e i mal di pancia sono gradualmente svaniti. Adesso Paolo mantiene rapporti cordiali con i familiari, le frasi ad effetto del padre non lo toccano più di tanto e sta aprendo un’attività in società con un suo vecchio compagno di liceo: una libreria di settore che tratta testi e riviste scientifiche. E porta sempre in tasca il biglietto con la scritta: “tu sei tu.”…

Quando il malessere arriva come un intruso

Va tutto bene: matrimonio, lavoro, figli… e allora perché questo disagio non mi lascia stare?”. È l’esordio di tante richieste d’aiuto. Il disagio, questo “intruso misterioso” può essere la depressione, l’ansia, l’insoddisfazione, la fame emotiva… arriva e rischia di mandare all’aria tutto. Come mai accade? Perché il quadretto iniziale era non era del tutto vero…

Il disagio smaschera una vita apparentemente perfetta

C’è uno spazio segreto dentro ognuno di noi e la sua funzione è proprio quella di sorprenderci: è il luogo dell’avventura, della libertà, della passione, la riserva energetica capace di darti la scossa e farti “bruciare di vita”. A volte, però, capita di allontanarsene e dimenticarlo. Ma può il bruco accontentarsi del bozzolo rinunciando a divenire farfalla? Sembra incredibile, ma è quello che troppo spesso facciamo con noi stessi. Un po’ alla volta si arriva alla conclusione che “la vita è tutta qui”: il lavoro, i soliti amici, la famiglia, i pochi obiettivi che restano. Ti dici che la smania di vita, il senso di avventura e le passioni che una volta ti scuotevano sono superate, hai altro a cui pensare adesso. È proprio cosìche iniziano i problemi. Perché tu non lo sai, ma lo spazio segreto della passione e dell’avventura governa il tuo percorso: le decisioni che contano sono guidate da desideri imprevisti, sogni, fantasie che non controlli, emozioni sorprendenti, nuovi interessi, deviazioni che non avevi calcolato dal percorso segnato della tua vita. Questi “saperi” interni svolgono la loro funzione quanto più tu non interferisci. Devi quindi rispettarli, se vuoi stare bene e trasformare il bozzolo in farfalla, perché il bozzolo può apparire sicuro, ma solo la farfalla sa volare!

Riaccendi la tua mentalità e la tua vita

O apri la porta alla tua essenza segreta, o saranno i disagi a bussare. Se la rifiuti, se vuoi che tutto sia tranquillo e perfetto, se ti preoccupi solo di cosa pensano gli altri di te, se reciti “Tutto va bene”, allora non vivi davvero. Se c’è il modello di perfezione, non puoi esserci tu. Perciò l’inconscio si ribella e arrivano i disagi: per costringerti a rompere gli schemi di una vita “troppo perfetta”. C’è chi di nascosto si abbuffa davanti al frigorifero perché si sente inspiegabilmente triste, chi ha inconfessabili moti di rabbia verso persone che, secondo gli schemi, dovrebbe invece amare, chi cova passioni segrete verso sconosciuti “purché restino sconosciuti”, chi è travolto dalla paura di perdere tutto…Più cerchi di fermare la vita, e più evochi questi movimenti oscuri. Fanno paura e creano sofferenza, ma non sono malattie o intoppi. Sono la tua parte viva che vuole distruggere il modello mentale che ti ha spento e tornare in campo! Non devi scacciarli ma metterti al loro servizio: i disagi non sono il problema, ma l’inizio di una soluzione che l’anima ti sta offrendo. È tempo di uscire dal castello della tua vita perfetta, che temi possa crollare ma che è ormai diventato una gabbia, e andare all’avventura!

I segnali da osservare con attenzione

Ecco i disturbi che ti fanno visita quando chiudi la tua vita dentro schemi troppo fissi e rigidi:

  • Tristezza, depressione
    Quando hai speso una parte significativa della tua vita per realizzare un obiettivo, ti può capitare di trovarti senza più stimoli. Tutti quegli sforzi per cosa? Ti sembra di stringere un pugno di mosche. Allora arrivano amarezza, tristezza, senso di ineluttabilità e magari ci si sente “finiti” a 50 anni.
     
  • Ansia, panico e paure
    Si affacciano quando hai trasformato la tua quotidianità in un palcoscenico in cui reciti costantemente la parte del “va tutto bene”: sei la persona a posto, efficiente, controllata, affidabile, razionale, anche a prezzo di far tacere i tuoi veri desideri. E così reciti… Finché un giorno bussa alla porta l’ansia, cioè il volto rovesciato dei tuoi desideri
     
  • Rabbia, brutti pensieri, ossessioni
    L’ira è una reazione naturale, fisica: sopraggiunge quando ci sentiamo compressi da obblighi e comandi che non ci rispettano, come un corpo che deve infilarsi in un vestito troppo attillato. Se per pudore o per senso di colpa non possiamo nemmeno ammettere di provarla, allora sono guai, dato che si trasforma in pensieri crudeli, spesso violenti, che ci fanno sentire persone malvagie
     
  • Fame emotiva e dipendenze
    Quando la vita è vuota, il corpo si riempie. C’è, ad esempio, cerca nel cibo il gusto e la passione che non ritrova nelle sue giornate. Non c’è niente di male nell’avere una passione famelica per la vita; l’errore è non indirizzarla dalla parte giusta, quella della propria realizzazione

Il carattere è il tuo vero volto

“Un ruscello che scorre è sempre lo stesso ruscello, gli stessi fili d’erba si piegano al fondo sotto la corrente. Eppure quel ruscello ha la sua bellezza, il suo significato, la sua poesia. Anch’esso muta e si rinnova ma, per così dire, muta ripetendo la nota dominante del suo essere”. Questa metafora di Cantoni è illuminante per comprendere la natura del carattere. Gli uomini sono sospinti da un’incessante energia naturale che infonde in ciascuno un’impronta dominante: il carattere. Un’impronta che, quale sintesi delle nostre più intime inclinazioni, ha il valore di un destino personale, come ribadisce Eraclito: “Il carattere è il destino”. Un destino che si apre all’orizzonte della vita fin dalla nascita, come sottolinea Hazlitt: “Nessuno cambia mai carattere, da quando ha compiuto due anni: anzi, oserei dire, dalle prime due ore di vita. Possiamo, in virtù di cultura e opportunità, correggere i nostri modi o al contrario peggiorarli… Ma il carattere, l’interna, originaria inclinazione, resta sempre uguale, fedele a se stesso fino alla morte”. Insomma, il carattere configura – ad avviso di Schopenhauer – il nucleo profondo di attitudini che ci rende unici: “Ciò che uno è per se stesso, ciò che lo accompagna nella solitudine e ciò che nessuno gli può dare e nessuno gli può togliere è per lui più importante di quello che egli possa possedere e di tutto ciò che egli può essere agli occhi degli altri”.

Il carattere svela la nostra anima

Talora l’energia naturale che dona slancio al carattere ha una potenza simile all’impeto dell’alta marea. Talvolta invece assomiglia alla voce tenera di un flauto che suona dolci melodie. Ma è comunque una forza: la nostra più intima forza, che ci fa partecipi del gioco che si svolge sulla scena dell’universo. Permette di sentirci parte di un Tutto. Eppure qualche volta manifestiamo insofferenza per il nostro carattere, come fa presente Emerson: «Carattere: tutti si fanno un’idea sbagliata di lui e lo odiano e lo perseguitano in base a quell’idea». Vorremmo infatti cambiarlo, correggerlo, migliorarlo. Ecco un atteggiamento irragionevole, afferma giustamente Lichtenberg: “Nel carattere di ogni uomo c’è qualcosa che non si lascia spezzare: l’ossatura del carattere. Volerlo cambiare sarebbe come voler insegnare a una pecora a fare il riporto”. Atteggiamento assurdo, perché significa soffocare la propria luce interiore in cambio di un riverbero opaco preso a prestito dall’educazione e dai modelli che vengono propinati quotidianamente. A maggior ragione insensato, perché spinge dolorosamente a giudicarci, o ancor peggio: ad accettarci solo a condizione di piacere agli altri. Si tratta di una linea di vita che trasforma il tranquillo paesaggio della nostra anima in un’aspra catena montuosa innevata dall’ansia. È un errore che De Chamfort ci invita implicitamente a evitare con questa pungente metafora: «Coloro che tutto riferiscono all’opinione somigliano a quei commedianti che recitano male per strappare l’applauso, quando appunto il gusto del pubblico non vale nulla…”

Via i bocconi amari e il mal di stomaco se ne va

Se è vero che molti sintomi “parlano”, cioè esprimono qualcosa della persona che ne soffre, è vero anche che alcuni parlano molto più di altri: sono più immediati e, soprattutto, più frequenti, tanto da diventare qualcosa di molto diffuso nella popolazione. Mal di stomaco, mal di testa, mal di pancia, mal di schiena: spesso dietro questi “mali” non c’è una patologia organica vera e propria o una lesione tissutale significativa – anche se questi aspetti vanno sempre esclusi attraverso controlli medici – ma un’alterazione funzionale provvisoria, che può durare qualche minuto, qualche ora o qualche giorno, e poi sparire senza lasciare traccia. Si può dire che uno di questi disturbi fa parte della vita di almeno quattro persone su cinque. Non c’è di continuo, ma si presenta con una certa frequenza quando si è stressati, preoccupati, in conflitto. È il modo con cui il soggetto, inconsciamente, esprime disagi, bisogni e contrarietà che, a livello cosciente, non riesce a manifestare o a percepire.

La pancia “parla” di continuo…

Tra questi disturbi il mal di stomaco è quello maggiormente implicato nelle problematiche della vita relazionale. Non parliamo di quello dovuto a un’ulcera o una gastrite da farmaci o da infezioni – che pure sono collegati alle relazioni, ma in modo più complesso – ma di quello caratterizzato da una alternanza di bruciore, dolore, pesantezza, crampi, nausea, lentezza digestiva, eruttazioni. Quando il medico ci dice che “è una gastrite da stress” non dovremmo accontentarci di questa definizione e di ammutolire i sintomi con grandi quantità di farmaci. È fondamentale ascoltare che cosa ha da dirci. E il mal di stomaco ricorrente ha da dirci cose ben precise e molto utili per la nostra vita.

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…Trattiene l’utile, scarta l’inutile…

Lo stomaco è una parte di noi che entra in intimo contatto con il mondo esterno: accogliendo il cibo accoglie “pezzi di realtà” e, dopo averli accolti, è chiamato a digerirli, cioè a trasformarli e a dividerli in una parte che verrà eliminata e in una parte che verrà assorbita e diventerà parte di noi. In contatto con le aree del cervello deputate alle emozioni e agli stati d’animo, lo stomaco costituisce il contenitore di tutto quel che viene dall’esterno e, nello stesso tempo, il “Grande Selezionatore” di questo esterno con cui entriamo in contatto. È in grado di capire se un cibo è adatto a noi (buona digestione), se lo è solo in parte (digestione laboriosa e senso di peso) o se proprio non lo è (nausea, crampi ecc).

…E quindi ti segnala i conflitti in corso

Ma la sua funzione non riguarda solo il cibo: lo stomaco si fa carico di esprimere anche lo stato attuale delle nostre relazioni. Se sono complessivamente buone, difficilmente presenterà sintomi, ma sarà proprio lo stomaco a soffrire se c’è, nei nostri rapporti con gli altri, qualcosa che “non riusciamo a digerire”. Qualcosa verso il quale proviamo un intimo rifiuto: una persona, un’atmosfera, un modo di lavorare… Ecco che il mal di stomaco, uno dei sintomi più fastidiosi, può diventare un grande alleato nel riconoscere quel che noi non vediamo o che tendiamo ad ignorare, pensando di poter resistere a oltranza.

Di chi ti sta parlando adesso?

Le domande che dobbiamo farci sono dunque queste: “C’è una situazione quotidiana (lavoro, amicizie, coppia, famiglia) nella quale mi trovo male ma a cui mi sottopongo ugualmente? Riesco a dire di no quando mi vengono fatte richieste eccessive oppure mi obbligo a “mandar giù tutto”? Nelle relazioni che contano sono rilassato oppure teso e in ansia da prestazione? Lo stile di vita che faccio contiene una quantità sufficiente di cose che “fanno per me””». Ecco, riflettere su questi aspetti è fondamentale. La cura non deve essere solo focalizzata sul sintomo corporeo: cogliere davvero il senso del mal di stomaco significa rimettere a posto la qualità del proprio quotidiano e prevenire in futuro un’altra ondata di malessere.

Conosci i tuoi gusti

Chi somatizza a livello dello stomaco spesso ha scordato cosa gli piace e cosa no. È fondamentale riscoprire propri veri gusti, desideri e bisogni, spesso mascherati dagli influssi provenienti sia dal passato personale sia dal presente collettivo. troppe volte inseguiamo obiettivi non davvero nostri.

Stai con chi ti piace

Se vuoi che il tuo stomaco stia bene, fai anche tu, nelle relazioni, quello che esso fa con il cibo: seleziona, separa quel che ti è affine da quel che non lo è, individua quel che può nutrire la tua anima, il tuo cuore, il tuo senso della vita, ed evita quel che li intossica. Certo diversi obblighi sono ineludibili, ma non dobbiamo certo sottoporci a qualsiasi cosa arrivi.

Rispetta te stesso

Tanti mal di stomaco si potrebbero evitare con un maggiore rispetto di se stessi, in particolare prendendosi solo le responsabilità che si è in grado di sostenere con le proprie forze, e non di più. Un calcolo che, beninteso, deve tener conto anche del tempo necessario per il piacere e lo svago. Non dobbiamo accogliere tutto. Sicuramente qualche peso possiamo toglierlo.

La paura di parlare in pubblico si supera così

Francesco scrive alla redazione di Riza psicosomatica: “Perché ho sempre il terrore che gli altri parlino male di me? Quando siamo nel gruppo di amici mi basta stare al centro dell’attenzione per un attimo per diventare paonazzo. Non parliamo degli “a tu per tu”: cerco sempre un terzo, una sponda perché altrimenti non so cosa dire e sto male. Ho sempre paura di quello che gli altri pensano e se vedo due amici che si dicono qualcosa, immagino che stiano parlando di me, che ridano alle mie spalle. Cosa posso fare per sentirmi meno vulnerabile e parlare in pubblico senza tutti questi problemi?”. Le librerie sono piene di manuali che insegnano a rinforzare il carattere e a superare gli stati d’ansia, rivolti a persone che si giudicano “troppo timide”. Tutti condividono un presupposto: occorre rinforzarsi perché la fragilità, la timidezza, la paura degli altri sono “errori”, sono difetti del carattere. La sofferenza dipenderebbe insomma da una tara originaria della persona, che i vari consigli psicologici portano a correggere.

Ribaltiamo il modo di vedere il problema

Sembra logico, vero? Eppure le cose stanno proprio al contrario. La sofferenza legata alla cosiddetta “fobia sociale” (la difficoltà ad avere normali relazioni di scambio con gli altri) non dipende dalla timidezza o dal carattere, ma dal giudizio negativo che la persona dà della propria timidezza e del proprio carattere. Ognuno è quello che è, perché dovrebbe soffrirne? Soffre la pecora per essere pecora, l’aquila per esser aquila, il calabrone per essere calabrone? Soffrirebbero se non fossero quello che sono! Se la pecora non è una buona pecora ma si mette in testa di essere un lupo, allora sì che sono guai! Passa la vita a dirsi: “Devo ululare ma non ci riesco, devo digrignare i denti ma sbaglio a farlo ogni volta, oddio perché sbaglio? Perché gli altri lupi sono così bravi? Devo sforzarmi, così non vado bene!”.

Non sei tu quello malato, ma le tue convinzioni

Sono il giudizio che dai di te stesso e il tentativo di somigliare a ciò che non sei a farti soffrire, a provocare la tensione, l’ansia, lo stress e infine il senso di fallimento e la disistima. La prova è che tutti i timidi, tutti, conoscono almeno una persona con cui stanno benissimo. Può essere un amico, un conoscente che vedono ogni tanto, un professore di scuola: quando stanno col lui magicamente tutti i sintomi scompaiono, conversano tranquillamente, scherzano, esprimono le proprie convinzioni senza problemi. Per motivi misteriosi da quella persona non si sentono giudicate e tutto il meccanismo non scatta. Segno che il giudice interiore e quello esterno sono due facce dello stesso processo. E del resto è semplice da capire: come può darti più forza una psicologia che parte dal presupposto che sei sbagliato in partenza? Quell’idea è la causa, non può essere la soluzione! È quell’idea a essere malata, non tu.

Due mosse per stare subito meglio

Come se ne esce? Servono due mosse. La prima è smorzare il giudice interiore. Si può fare dicendosi, per una volta, parole diverse da quelle che ci ronzano in testa di solito, ad esempio non “devo essere più interessante”, ma “ho già tutto ciò che mi serve per essere felice”. La seconda mossa è altrettanto semplice: invece di pensare continuamente a ciò che non riesci a fare, porta l’attenzione su ciò che riesci a fare e che ti piace. Attività, passioni, interessi che ti accendono ogni volta: dai loro più spazio, più tempo, più importanza nella tua vita. Faranno da apripista e ti porteranno nuove occasioni e, stanne certo, nuove amicizie e nuovi rapporti in cui potrai essere quello che sei, semplicemente, senza pensare continuamente a chi dovresti essere.

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