Ti senti apatica? Ecco come uscirne
L'aiuto pratico

Ti senti apatica? Ecco come uscirne

La percezione di essere apatica arriva per liberarti dei personaggi recitati e dei ruoli autoimposti: se la accogli, ti dà i suggerimenti giusti per ricominciare

Una lettrice di Riza Psicosomatica ci scrive per parlarci del difficile periodo che vive. Ecco la sua storia e i nostri suggerimenti.

"Mi chiamo Alice, ho 29 anni, lavoro alle poste. Qualche anno fa persi improvvisamente il mio amatissimo papà a causa di un incidente stradale. Rimanemmo io, mia madre e mio fratello. Cercai di sopravvivere, mi laureai e andai a lavorare dove c'era richiesta. Mi sentivo utile ed ero fiera di me perché non ero morta anch'io, anzi stavo vivendo e “servivo” agli altri. Cercavo di fare sempre di più perché ero convinta che così sarei riuscita ad aiutare mia madre e mio fratello, ma loro non si sono mai ripresi. Da qualche tempo, mi sento anche io svuotata, apatica: porto i soldi a casa limitando molto la mia vita, subisco gli sfoghi di mia madre le sue continue lamentele. Mio fratello sta nella sua stanza senza far nulla e ha più di 35 anni. Finito di lavorare cerco di fermarmi in giro fino all’ora in cui sono costretta a rientrare per andare a dormire. Non so neanche più chi sono e dove sto andando, sento solo un vuoto dentro di me che non si colma. Non voglio che gli altri sappiano cosa provo perché dare l’illusione della sopravvissuta che sta bene mi gratifica e mi fa sentire come chi in un disastro è riuscito a fare qualcosa di buono, anche se di buono non c’è proprio nulla".

Indice dell'articolo:

Nessun dolore arriva per durare

Nella vita capita che le nostre convinzioni e certi 'abiti mentali' che ci ostiniamo a indossare si trasformino in autentici nemici e facciano male ancor di più di alcune ferite, pur dolorosissime. Mi riferisco all'ultima frase che hai scritto e che spiega molto bene il senso della sofferenza che provi ora.

Tempo fa, alla tua famiglia è capitata una tragedia e l'unica che ha reagito in modo sano sei stata tu. Avrai sofferto moltissimo in quei giorni, ma poi non hai trasformato quell'evento in un alibi per rinunciare a vivere. Ti sei laureata, hai trovato un lavoro, non ti sei lasciata sprofondare com'è successo purtroppo a tua madre e a tuo fratello.

Quindi non è vero che 'di buono non c'è nulla', come affermi. C'è stata (e c'è, anche se ora non ti sembra di vederla) la tua capacità di reazione, il tuo non arrendersi, l'essere matura abbastanza da diventare per lungo tempo la guida, la roccia del tuo nucleo familiare ferito.

L'anima ti spegne per riaccenderti

Non affermo tutto questo per darti un riconoscimento, non ne hai bisogno, ma per dirti che il dolore che provi ora, quel senso di vuoto non è certo legato a un tuo attuale fallimento, e non c'entra neanche con la scomparsa di tuo padre, ma al fatto che la tua anima vuole che tu ora viva per te, desidera che tu spicchi il volo, il tuo volo e poiché non lo fai, spegne piano piano un'esistenza che non può più rappresentarti. Ecco il senso di vuoto! Per lungo tempo, ti sei dedicata al benessere della mamma e di tuo fratello e può darsi che anche in questo tu abbia trovato la forza per andare avanti. Ma ora vuoi altro, o meglio lo vuole il tuo nucleo, e non puoi permetterti di ignorare a lungo il suo richiamo o quel senso di vuoto diverrà ancora più opprimente.

Il loro atteggiamento, che hai giustificato per tanto tempo, si sta trasformando in una zavorra, di cui ti devi liberare: se ti guardi bene dentro, lo sai molto bene.

Loro sono rimasti immobili e tu, che non lo sei, ora stai fuori casa il più a lungo possibile e torni solo per dormire. Il senso è chiaro: la tua anima, lì, non vuole più stare e prova a fartelo capire 'con le buone' (trattenendoti fuori ti costringe a vivere nel mondo e non al riparo da esso) e 'con le cattive', con il disagio, che è parte del suo linguaggio.

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Non salviamo nessuno che non lo voglia

So bene che prendere atto di tutto questo possa essere difficile e doloroso, ma lo è molto di più sostare in un'esistenza insoddisfacente nell'illusione di salvare qualcun altro. Loro non si salvano e tu vai a fondo.

Fatti questa domanda: cosa vorrebbe quel padre amatissimo da te? Semplice: che tu sia felice. Onorare la sua memoria significa occuparsi della propria realizzazione, darsi una vita piena e appagante, se necessario allontanandosi da chi impedisce il tuo sviluppo. Non hai alternative e la tua sofferenza attuale ne è la prova. Se continui a vederti solo come brava figlia e sorella, non puoi evolvere e permani nella stasi tanto quanto loro. Facci caso: più ti occupi dei tuoi parenti prossimi in modo accudente, più loro si ritirano nel limbo esistenziale nel quale si sono auto confinati.

Accogli il vuoto per rinascere

C'è un altro aspetto di cui ti devi liberare: la maschera della sopravvissuta. Moltissimo di te è già andato oltre quel lutto ma più ti ostini a vederti così, più tieni in vita l'orfana. Un'orfana che ce l'ha fatta, ma pur sempre legata al passato, al dolore. Quel personaggio ti costringe a recitare sempre la parte di 'quella forte' anche quando, come ora, forte non ti senti affatto.

Fai spazio a quel vuoto che ora provi, cedi al non senso, all'assenza di prospettiva senza alcuna opposizione, ma fallo solo nei momenti della giornata nei quali senti profondamente quelle emozioni pervaderti. In primo luogo, ti accorgerai che non arrivano sempre, che ci sono periodi anche lunghi nei quali non compaiono affatto. Poi, comprenderai che quei disagi non vengono a caso, ma servono a fare pulizia, a sgombrare il campo da tutto quel devi eliminare per aprirtinuovi orizzonti, nuove possibilità. Tempo fa, il destino ti ha messo davanti a una prova terribile che hai saputo superare.

Questo significa che dentro di te ci sono tutte le risorse che occorrono per evolvere: la scelta se iniziare a utilizzarle spetta solo a te.

andrea nervetti
Psicologo e psicoterapeuta, collabora dal 2001 con l’Istituto Riza di Medicina psicosomatica di Milano dove esercita la libera professione. Vice Direttore e Docente presso la Scuola di specializzazione in Psicoterapia a indirizzo psicosomatico dell’Istituto Riza. Membro del Consiglio direttivo della SIMP (Società italiana di medicina psicosomatica), scrive per le riviste Riza Psicosomatica, Antiage ed è responsabile del sito www.riza.it. Svolge anche attività libero professionale presso l'Istituto stesso e a distanza via internet. La scheda completa dell'autore
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