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Tristezza senza un perchè: che fare?

Se la tristezza arriva quando tutto sembra andare bene, è il segnale che la nostra vita si gioca solo nella superficie e che stiamo perdendo l'autenticità: come ritrovarla

Ci scrive Valeria:

«Ultimamente sono sempre triste e insoddisfatta, ma un motivo vero non c’è: ho un buon lavoro, una bella famiglia e molti amici. Mi ripeto che non ho il diritto di star male, non mi manca nulla! E allora che cos’è questa sensazione di fastidio? A volte è così forte che mi capita di non sopportare più nessuno: amici, colleghi e familiari. Mi va solo di stare da sola in silenzio senza far niente e questo mi preoccupa, mi fa pensare alla depressione. Dovrei reagire, cambiare qualcosa! Mi domando come ne uscirò».

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“Va tutto bene, perché allora arriva la tristezza?”. La risposta è semplice: perché sei viva. Per quanto possa sembrarci paradossale, bisogna preoccuparsi di più proprio quando le cose vanno bene “secondo noi, all'interno di uno schema del tutto prevedibile e ripetitivo. Quando tutto funziona ma solo in superficie, l’anima, ovvero il mondo interno, non produce azioni e così ci si arena nella staticità, si perde il lato avventuroso della vita, non si è più “in viaggio”. Dalle parole che usa Valeria, si evince che quello che le manca oggi è il senso profondo della sua esistenza, immersa com'è in una calma piatta dalla quale non nasce niente. E allora bisogna guardare i disagi che ci assillano, come tentativi dell’anima di rinnovarci, di farci cambiare mentalità, per cominciare una nuova esistenza o imparare a vivere anche la quotidianità in modo differente. Per superare la tristezza, per sconfiggerla davvero, occorre partire da qui.

L’importanza di arrendersi a quel che si prova

Non si sta male a caso, o perché si è sfortunati. I brutti pensieri o la tristezza non arrivano perché si è sbagliati, ma per costringerci a mettere in discussione chi pensiamo di essere, per mettere in dubbio una mentalità superficiale, che il più delle volte è antitetica alla nostra natura più profonda. Arriva quindi per rompere l'idea che ci siamo fatti di noi stessi: un'idea sbagliata che impedisce ai nostri veri talenti di esprimersi. Portandoci via dai riflettori, costringendoci a momenti di "buio", la tristezza spazza via tutte le nostre certezze e ci mette in contatto con il vuoto interiore. Ed è in questo vuoto che la nostra originalità può rinascere. Quando arriva perciò, non bisogna lottare e resisterle, ma piuttosto crollare. Crollare vuol dire lasciar vivere e non ostacolare quella voce interiore che dice: “Non ci posso fare nulla, non ho soluzioni, eppure sto qui con me stesso”.

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Capire non fa passare la tristezza

Crollare equivale anche a uscire dall’ottica del capire a tutti i costi i motivi della tristezza, spiegarli, attribuirgli una causa. Crollare significa solo arrendersi all'emozione che si prova. Qui sta il senso del fastidio che prova Valeria: qualcosa dentro di lei vuole spazzar via i soliti ragionamenti, la sua storia tutta prevedibile. Per questo non sopporta i soliti amici, i soliti discorsi, le solite abitudini e anzi, cerca istintivamente il silenzio e l'isolamento. Il silenzio è il miglior modo per entrare in contatto con ciò che “vive” in noi al di là del turbinio dei pensieri sempre uguali. Nel silenzio, il cervello emette spontaneamente quelle sostanze necessarie allo sviluppo, alla cura e alla realizzazione di cose che non possono accadere con le spiegazioni e le parole.

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