Libera l’istinto e avrai ciò che desideri
Un’amica lettrice, Clara, ci scrive: “In genere mangio bene e ho uno stile di vita sano. Ma quando litigo con il mio compagno sto malissimo, mi chiudo in me stessa e mi abbuffo. E siccome con lui va male da tempo, sono molto ingrassata. Adesso mi sono rimessa a dieta per conto mio ma, sarà che ormai ne ho fatte tante o ho più di 40 anni, e non riesco a perdere più nulla. C’è qualche strategia che mi può aiutare?»
Se sei consapevole che mangi nei momenti di crisi o di delusione sentimentale, la soluzione non è certo l’andare da un dietologo o seguire una dieta scaricata da internet, o importi di mangiare di meno. Lo dimostra già il fatto che, come Clara racconta, non riesce più a perdere peso nonostante la dieta. Il nostro organismo è estremamente saggio e segnala dove sta il problema e quindi la soluzione: nel suo caso non è tanto nella quantità di calorie da introdurre, quanto nella sfera degli affetti, delle emozioni, di cui occorre occuparsi.
C’è un fiore che placa la fame nervosa: scopri qual è
È evidente che il cibo è un rimedio inappropriato per placare le emozioni sgradevoli che accompagnano un litigio o una delusione sentimentale. In queste situazioni il ricorso al cibo ha una funzione essenzialmente palliativa: si combatte il dolore della delusione con il piacere. Non a caso si consumano soprattutto alimenti piacevoli come i fritti o i dolci. I maschi, in più, tendono invece a bere alcolici: classiche sono le sbornie dopo separazioni, tradimenti e amori non corrisposti. Praticamente il cibo viene assunto come se fosse un farmaco antidolorifico o anestetico. Ma proprio come un farmaco, anche il cibo ha un effetto solo momentaneo, non risolutivo, e possiede effetti collaterali (ingrassamento, sensi di colpa e così via, oltre ai danni fisici nel caso dell’alcol). Le questioni aperte prima o poi torneranno a farsi sentire: Se si vuol essere onesti con se stessi occorre affrontarle alla radice.
L’abbuffata dopo una litigata o una delusione può avere varie cause: temi di sviscerare la questione sentimentale, hai paura delle reazioni dell’altro, temi di essere abbandonata o ulteriormente ferita. In pratica eviti di affrontare la questione, di parlare apertamente e ti rifugi in un mondo di apparente beatitudine, come una bambina il cui pianto viene placato e consolato dal cibo, surrogato del latte materno. Quando eri piccola ci pensava la mamma a calmarti, così ora lo fai da sola. Ma adesso sei una donna adulta, matura, non più una bambina: puoi affrontare le questioni col partner in modo più costruttivo, esprimendogli per esempio in che cosa ti sei sentita ferita. In questi casi il conforto che si può trovare in un sincero dialogo di coppia – e nei casi estremi nella riconquista di una sana indipendenza sentimentale – permette di superare ogni difficoltà, ed è più efficace contro il sovrappeso di qualsiasi dieta.
Tre mosse per vincere la fame nervosa: eccole
Molto spesso il sovrappeso e l’obesità sono correlati a disturbi del comportamento alimentare, ossia a situazioni in cui, pur seguendo uno stile alimentare adeguato e bilanciato e uno stile di vita salutare, si mangia non per vera fame, ma sull’onda di particolari stati emotivi, solitamente disagevoli, come ansia, tensioni, stress e così via. I conflitti di coppia e le delusioni sentimentali fanno parte di queste condizioni. Un tempo si parlava di fame nervosa, un termine che oggi è stato sostituito più appropriatamente da “fame emotiva”. Tali condizioni portano a un’inappropriata assunzione di alimenti, talora sotto forma di abbuffate (consumo di porzioni esagerate in poco tempo), con conseguente disagio fisico e emotivo, accompagnato da tendenza al sovrappeso.
A volte capitano periodi nei quali le nostre giornate ci sembrano insipide e vuote e invece, ad uno sguardo più attento, si rivelano il contrario: troppo piene, ma di cosa? Di routine, di pensieri scontati, di azioni eseguite in automatico: non abbiamo più spazio per quei gesti spontanei e vitali che darebbero “sapore” alle nostre giornate! Sentite questa storia: Alberto è un insegnante di liceo, ha 36 anni, il lavoro gli piace, ma è convinto di essere sprecato. Il suo obiettivo è un ruolo di prestigio all’Università, ma è convinto di aver perso i treni giusti e si sente frustrato. Poi la grande occasione: un incarico in facoltà grazie a un suo vecchio professore. La sua vita cambia di colpo, finalmente i suoi sogni si realizzano, pensa. Ma, dopo l’iniziale entusiasmo, nel giro di pochi mesi arriva l’insoddisfazione: il nuovo ruolo non gli piace e, poco alla volta, la routine lo spinge nella depressione. “Ero ansioso di cambiare vita: nuovi obiettivi, nuovo lavoro, mi dicevo. Invece tutto andava storto. Un giorno, andando a lavoro, mi è venuto un attacco di panico. Ero paralizzato, mi son dovuto fermare e guardarmi dentro. Non potevo più mentire: non era la vita per me. Che sciocco ero stato, avevo tutto e l’ho buttato via per una fantasia un po’ infantile: diventare importante!”. Per fortuna la sua vecchia scuola lo contatta per affidargli il coordinamento di un nuovo progetto: una piccola grande opportunità che, stavolta, lo entusiasma. È stato il disagio a liberare Alberto dagli schemi mentali che lo avevano incastrato, consentendogli di vedere nella sua vita il senso che prima non riusciva a cogliere.
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Ma che cosa possiamo fare se tutto ci appare privo di sapore? Scrive Paola: “Da tempo, troppo tempo, le mie giornate sembrano proseguimenti di un unico, interminabile giorno…”. In molti lamentano un’esistenza in bianco e nero, incastrata tra tediose routine e abitudini cristallizzate. Si è come schiavi dei propri automatismi: in una quotidianità portata avanti per inerzia, l’entusiasmo lascia il posto alla rassegnazione. Allora l’insoddisfazione prende il sopravvento. Marco scrive una frase emblematica: “Non mi manca niente, non ho problemi, è solo che… non succede nulla! Niente di bello e niente di brutto. Mi sento così vuoto”. Senza saperlo Marco ha pronunciato la parola magica: vuoto. Ciò che per lui è il sintomo del suo malessere, è invece l’antidoto che l’anima sta escogitando per lui!
Così fai fiorire la felicità naturale
Ecco il vero problema: non abbiamo una vita vuota, semmai troppo piena, colma di pregiudizi mentali che ci impediscono di vedere nitidamente. Abbiamo bandito l’imprevisto ritenendolo pericoloso e inaffidabile, ma la sorpresa è il modo prediletto che ha la felicità per irrompere. Persi come siamo nei cliché, riteniamo anomali persino i nostri stati emotivi, quando si discostano dalla norma. Ostacoliamo l’insorgere di tutto ciò che ci turba: rabbia, euforia, passione, gelosia, eccitamento sono per noi intrusi anziché messaggeri del “nuovo” che cerca di affiorare nelle nostre vite. Come può la vita prenderci per mano se non vogliamo nemmeno cambiare strada? Bisogna svuotare la coscienza dai pensieri ridondanti che ci fanno sembrare permanenti sensazioni e situazioni passeggere. Solo allargando il nostro recinto mentale possiamo allenare lo sguardo interno e godere del suo potere trasmutativo sulle nostre giornate.
In medicina psicosomatica è consueto tracciare un parallelismo tra cervello e intestino: anatomicamente simili nel loro gioco di circonvoluzioni, entrambi assorbono l’esterno (impressioni e alimenti) e lo elaborano, trattenendo l’utile (informazioni ed emozioni; sostanze nutritive) ed eliminando l’inutile. Se l’intestino si libera dagli scarti attraverso le feci, allo stesso modo il cervello dimentica ciò che non conta. Le logoranti ripetizioni di azioni standard e schemi mentali sovraccaricano il cervello, come un’indigestione rallenta l’intestino. Sono i pensieri stagnanti: rimpiangere di continuo la forma fisica del passato, ricercare nei nuovi partner qualcosa dell’ex da cui non ci siamo mai separati del tutto, colpevolizzare un genitore per un errore di vent’anni fa… Sono “scorie” che non ci consentono di evolvere perché congestionano il cervello, proprio come gli scarti bloccano l’intestino.
“Sara mi ha lasciato e da allora sto male. Stavamo così bene assieme, era tutto tranquillo, avevamo i nostri ritmi, le nostre abitudini… Poi di colpo mi ha detto: mi sento vuota, non ti amo più. Sto facendo di tutto per riconquistarla, senza di lei mi sembra di impazzire”, racconta Daniele. Il suo è un errore diffusissimo, ma agendo così il dolore può solo aumentare. Se invece accettasse l’evento e la sofferenza, si accorgerebbe che la tranquillità per Sara rappresentava ormai una gabbia, che la separazione era inevitabile e probabilmente benefica per entrambi… Le abitudini sono la prigione della felicità! Secondo alcune ricerche di ambito neuroscientifico, condurre una vita abitudinaria, senza stimoli e passioni inibirebbe la produzione dei neurotrasmettitori della felicità tra i quali endorfine e serotonina. Pertanto quelle che noi consideriamo crisi (di coppia, di lavoro, con gli amici…), in realtà sono tentativi di spezzare le abitudini e, sebbene in modo doloroso o brusco, di favorire un riassetto benefico del processo psichico. È come se il cervello fosse dotato di una valvola provvidenziale che si apre quando il livello è colmo. La reazione più comune a questi eventi è quella di voler rimettere le cose “a posto come prima”; ma ciò ostacola il processo spontaneo, portando il cervello a un livello di saturazione che azzera l’energia vitale facendoci sentire infelici.
Come ben sapevano gli antichi greci, per trovare la felicità occorre iniziare a coglierla nei piccoli gesti quotidiani, essere totalmente presente alle tue azioni, soprattutto quelle minime di tutti i giorni. Che tu stia facendo il tuo lavoro, assaporando un caffè o rigovernando la cucina, mentre lo fai devi essere lì, anima e corpo. Il “trucco” è semplice: osserva te stesso mentre agisci, diventa osservazione pura, senza riempire i tuoi gesti di commenti, giudizi o pensieri relativi ai tuoi problemi ed obiettivi. Via via la coscienza che guarda, godendo del piacere di compiere con calma ogni gesto, prenderà il sopravvento sui pensieri e aprirà lo spazio alle capacità creative che non stai esprimendo. Imparerai, poco alla volta, ad agire a “mente libera”. È un esercizio formidabile che allena la mente a percepire i propri stati di felicità interna e ha la capacità di “resettare” il cervello, rendendolo vivo e recettivo. In questo modo ogni singola azione quotidiana smette di essere banale, come a torto crediamo, e si trasforma in uno scrigno di tesori.
Da tempo i ricercatori di area clinica indagano sulle relazioni che ci sono tra lo stress ed i disturbi emotivi come ansia cronica e panico. È noto che esista un legame che va nelle due direzioni: lo stress ci può indurre episodi di ansia, ma anche l’ansia, soprattutto quando non riconosciuta e non trattata, può indurre nel nostro corpo e nel nostro cervello uno stress che li sottopone ad un “lavoro eccessivo” e alla lunga debilitante.
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Un gruppo di ricercatori del Rotman Research Institute at Baycrest Health Sciences, in Canada ha recentemente pubblicato una revisione di studi che hanno esaminato le aree cerebrali che vengono solitamente attivate quando proviamo ansia, paura o stress. In primo luogo è emerso che le stesse aree che si attivano quando affrontiamo una di queste situazioni sono sovrapponibili a quelle che vengono coinvolte da malattie come la depressione o la demenza di Alzheimer. Esiste quindi una correlazione “geografica” fra stati acuti di stress e di ansie e la comparsa del disagio psichico se non addirittura di patologie degenerative del sistema nervoso.
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Ma quando preoccuparsi? Se certe “dosi” di ansia, paura e stress fanno parte della vita di tutti i giorni, il problema è la frequenza e l’intensità con cui si presentano nella nostra vita: quando queste reazioni emotive diventano croniche, allora non solo possono interferire significativamente con le attività quotidiane come il lavoro, la scuola e le relazioni con gli altri, ma procurare danni al corpo e al cervello.
Lo stato di “allarme” costante tipico dell’ansia cronica induce nel nostro corpo una serie di reazioni che finiscono con l’interferire con il corretto funzionamento dei sistemi immunitario, metabolico e cardiovascolare; inoltre si possono verificare nel tempo dei veri e propri fenomeni di degenerazione neuronale in zone molto importanti per la memoria e l’orientamento spaziale come l’ippocampo.
Per fortuna, altri studi hanno evidenziato come questi fenomeni degenerativi siano reversibili, cioè facendosi aiutare e cambiando lo stile di vita si osserva un ritorno pressoché completo alla normalità, anche se non è ancora chiaro ai ricercatori quale sia l’effettivo “punto di non ritorno” e per questo saranno necessari ulteriori studi.
L’amore è certamente una condizione necessaria ma, da solo, non basta a mantenere viva una coppia. È un concetto lontano dall’inguaribile romanticismo che ci piace dichiarare, ma purtroppo oltre all’amore c’è bisogno dei giusti atteggiamenti con cui ravvivarlo, consolidarlo, proteggerlo, perché non solo il tempo e la routine, ma anche la mancanza di una realistica educazione sentimentale, possono logorare anche le coppie meglio assortite.
Ad esempio molte persone sono incapaci di parlare apertamente di ciò che “non va” nel partner: comportamenti “sbagliati”, promesse non mantenute, complicità negate, frasi che feriscono e così via. In molti casi in queste piccole delusioni non ci sarebbe nulla di pericoloso, se solo riuscissimo a comunicare al partner – subito e nel modo giusto, il disagio che ci provocano, frutto per lo più della naturale e inevitabile diversità che c’è tra due esseri umani che pure si amano. Affrontate insieme sul momento, queste contrarietà hanno grandi chance di essere risolte da un sano confronto. Invece spesso o al momento si esprime male la contrarietà (con aggressività , vittimismo e musi lunghi) per poi non parlarne veramente, oppure non si dice niente, incamerando il disagio nell’archivio mentale delle “cose che non vanno”, dove si stratificano nel tempo i gesti che non abbiamo digerito e le emozioni ad essi associate.
Nella comunicazione di coppia basterebbe seguire tre semplici regole. La prima è evitare di utilizzare frecciatine sarcastiche durante le discussioni: il sarcasmo, diversamente dall’ironia che può essere giocosa, è sempre aggressivo, anche se in modo non esplicito, trattenuto e scatena reazioni difensive. La seconda è evitare di rinfacciare le cose che si stanno sopportando ma che vengono dal passato. La terza è iniziare a esprimere subito ciò che ci contraria, in modi rispettosi. Non è così facile mettere in pratica queste tre regole: il vero ostacolo è un modo sbagliato di intendere la coppia, che non è il luogo in cui riversare indistintamente tutto ciò che abbiamo dentro, compresa l’aggressività repressa e le insoddisfazioni. Il partner non è né un capro espiatorio, né un genitore cui farla pagare, e nemmeno l’eroe che deve risolverci tutto.
La soluzione non è forzarsi a stare dentro delle regole, per poi tornare in breve alla solita guerriglia, ma fare della coppia uno spazio privilegiato di evoluzione personale, partendo dal rispetto per sé e per l’altro. Ciò non significa che non si deve discutere, cantarsele o litigare. Anzi: la soluzione è discutere bene, cantarsele bene, litigare bene! Come? Urlando senza rinfacciare, manifestando rabbia senza offendere, criticando senza colpire. A molti sembra impossibile, anche se con gli estranei spesso lo sanno fare benissimo. Perché non farlo con la persona che amiamo, se l’amiamo davvero?
Non colpirlo dove fa male e ti rispetterà: non puoi pensare che il partner prenda atto di un tuo disagio nei suoi confronti se, insieme a quel che vuoi segnalargli, lo colpisci in un suo punto debole o se per chiedere che sia più attento ai tuoi bisogni utilizzi subdolamente una confidenza su una sua fragilità o su un errore commesso in passato, che ti ha fatto in un momento in cui ti ha aperto il cuore. Se non superi certe modalità immature, lui farà caso solo a queste.
Datevi assieme delle regole facili: la relazione di coppia più di ogni altra ha bisogno di un insieme di regole comuni da rispettare che, nel loro insieme, costruiscano uno “spazio sacro” in cui certe cose non si fanno e non si dicono. Naturalmente bisogna stabilirle insieme, senza spingersi troppo in là (sarebbe sciocco dire: non litigheremo mai) e poi trovare la serietà per rispettarle.
Il litigio è sacro, non si fa ogni giorno: c’è una strana convinzione, molto diffusa, secondo la quale le cose si risolvono solo quando si spinge la sofferenza e la tensione oltre il limite, facendo terra bruciata per poi ricominciare. A volte non si può evitare, ma attuarla come strategia costante danneggia la coppia in modo irreversibile. Evitate di inflazionare il conflitto, altrimenti da momento necessario a ridare energia al rapporto, diventa una palude.
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Sui giornali troviamo ciclicamente notizie preoccupanti sulla diffusione della depressione: i dati mostrano che questo malessere sia in costante aumento e rivelano un aumento significativo del consumo di antidepressivi. Sono ancora troppi purtroppo i medici che tendono a curare sintomi e stati depressivi solo attraverso gli psicofarmaci.
Quella chimica però non è l’unica via possibile. In molti casi, specialmente quando all’origine del calo dell’umore c’è una crisi di coppia, un percorso di psicoterapia può essere efficace più dei farmaci per sconfiggere la tristezza dell’anima, lasciandosi guidare dalle intuizioni che l’inconscio ci invia.
Non si tratta per forza di percorsi lunghi: quando ci affidiamo all’anima non è necessario molto tempo per cambiare vita positivamente. Le due storie che stiamo per raccontarvi lo testimoniano.
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“Quest’anno mio marito mi ha lasciata per un’altra donna e io sono caduta in una forte crisi depressiva. Poi quella storia è finita e io ho voluto salvare il mio matrimonio a tutti i costi. Ho sbagliato, non c’era più vero amore tra di noi e io sono ricaduta nella depressione. Poi la mia vita mi ha fatto incontrare un altro uomo che mi piace tantissimo. Lui vive lontano e razionalmente dovrei lasciarlo, ma non ci riesco. Che cosa devo fare?». Simona ha vacillato a lungo tra una scelta da donna razionale, tornare col marito, e la depressione che le impedisce di stare con lui. È bastato parlarne una volta, e già alla seduta successiva ha detto: «Magari questa storia finirà presto, ma la mia anima mi dice di andare avanti, di godere ciò che mi spetta, di non fermarmi. Sono un po’ confusa ma, così facendo, sono felice!».
Il femminile “avventuroso”, che la abitava prima di sposarsi, ha avuto il sopravvento, per fortuna….
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Annalisa invece, dopo aver scoperto che il marito con cui ha condiviso moltissimi anni di vita, ha una relazione con un’altra donna, di colpo si sente un essere inutile, ma fedele ai suoi principi e per non far soffrire i suoi figli, decide di continuare a stare con lui. Così racconta in terapia: “Sa, quando ci si separa, spesso molti padri dimenticano i figli e io non voglio che i miei soffrano. Però mi sento malissimo ed è come se non esistessi più”. Nelle sedute successive viene messo in primo piano il tema del capovolgimento e cioè del pensare prima a se stessi e poi agli altri. Se Annalisa tornerà a realizzare se stessa, “la sua pianta”, sarà una donna e una madre felice e questa gioia sarà trasmetterà ai figli. Deve sfuocare l’immagine del marito ogni volta che pensa alla sua famiglia e illuminare la donna che c’è in lei, che si diverte con i figli e con la propria vita. Annalisa via via ci riesce e la depressione se ne va.
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