Via dal conformismo… degli anticonformisti!

“Evita gli abiti trasandati, i capelli lunghi e la barba incolta, il disprezzo manifesto per i preziosi, il letto sistemato a terra e in generale tutto ciò che per vie traverse corre dietro al desiderio di distinguersi per forza”. Sapete quando sono state scritte queste parole? Circa duemila anni fa, da uno dei massimi pensatori del mondo antico, Lucio Anneo Seneca. Parole pungenti, rivolte a quanti cercano l’originalità a tutti i costi, agli anticonformisti “per forza”, che si aggrappano risolutamente a uno stile di vita che dovrebbe condurre lontano dalla palude delle mediocrità quotidiane. L’attraversamento di quella palude tuttavia, diventa poco alla volta qualcosa di ossessivo, obbligatorio, una missione. L’anticonformista è convinto che, se smette di remare anche per un attimo contro corrente, verrà sospinto indietro e diverrà inevitabilmente quel che teme, una persona anonima, uguale a tutti gli altri. Teme insomma di venir rigettato nel lago paludoso dell’anonimato le cui acque appiccicaticce, secondo lui, gli impediscono di emergere. Purtroppo dimentica che, la nostra vita quotidiana è immersa nella banalità, né potrebbe avvenire altrimenti. Anche l’uomo più intelligente, originale e ricco di personalità ha i suoi momenti banali, i suoi abbandoni, le sue rilassatezze, le sue pause. Ciò significa che la banalità, il normale e quotidiano svolgersi delle cose costituisce una dimensione costante e necessaria della vita di ogni uomo.

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Il vero rischio è perdere le spontaneità

Non di rado l’anticonformista mette in atto una lotta ostinata contro lo svolgersi spontaneo delle cose. In questo caso la sua scelta esageratamente snob segnala una profonda paura di accettare se stesso e ciò che la vita gli ha assegnato. Marco Aurelio, il grande filosofo e imperatore romano lo lascia intendere con alcune belle metafore: “Nulla può accadere all’uomo che non sia vicenda umana, né al bue qualcosa che non sia proprio del bue, né alla vite qualcosa che non sia proprio della vite, né al sasso qualcosa che non sia proprio del sasso. Se quindi a ciascun essere accade ciò che è abituale e naturale, perché dovresti irritarti? La natura universale nulla di insopportabile ti può portare”. L’anticonformista, quindi, a furia di uniformarsi a una falsa immagine di sé, rischia di fare come il serpente che si morde la coda: trasforma il suo anticonformismo in un’altra specie di conformismo.

L’anticonformismo obbligatorio soffoca l’autenticità

Epitteto, un altro grande protagonista del pensiero antico lo dice chiaramente: “Chi è scontento di quello che ha e che gli è stato dato dalla sorte è un estraneo alla vita”. Un’estraneità che sconfina nel narcisismo perché scaturisce dall’adozione di uno schema di esistenza ideale in cui crede di rispecchiarsi totalmente. Tutto ciò non significa che dobbiamo risplendere di una luce presa a prestito da altri, inseguendo in maniera passiva mode che si dissolvono a ogni primo cantare del gallo. Ovvero facendo della ricerca del successo il nostro respiro di vita, sarebbe un errore altrettanto grave. La cura di noi stessi passa invece attraverso le porte che apriamo dentro l’anima. Come direbbe John Stuart Mill: “Non è stemperando nell’uniformità tutte le caratteristiche individuali, ma coltivandole e facendo appello a esse che gli uomini diventano nobili e magnifici esempi di vita”.

Ritrova la calma fra ansia e stress

Si dice che, al centro di un tornado, ci sia una calma assoluta. Che sia vero oppure no, è un’immagine che ci conduce a un tema importante. È possibile sentirsi in pace, senza ansia, pur nel pieno dello stress quotidiano, o è necessario aspettare che non accada niente di negativo? Secondo la cultura dominante, basata sulla razionalità, bisogna aspettare che intorno a noi le acque si calmino, ma il rischio, in questo modo, è vivere nell’attesa di piccole tregue, ovviamente incapaci di darci una vera tranquillità. Al contempo va detto che la somma di doveri e di imprevisti a cui si va incontro in certi periodi è davvero soverchiante e tende a farci uscire dal centro di noi stessi per trascinarci nel vortice delle cose e quindi dell’ansia.

Le strategie sbagliate aumentano l’ansia

Il problema è complesso: come poter “stare” mentre si deve “agire”, laddove questo agire è un correre continuo in uno slalom di impegni non eliminabili e in una rete di affetti irrinunciabili? Le due principali strategie con cui la maggior parte di noi affronta questo dilemma sono fallimentari. La prima prevede il resistere a denti stretti, incastonando a forza, tra i mille impegni, dei momenti “per se stessi” (massaggi, palestra, yoga, danza ecc.): un’impresa titanica, che non fa che aumentare lo stress e l’ansia, perché quei momenti finiscono subito nell’elenco delle cose da fare. La seconda prevede la creazione, nella propria mente, di un altrove, di un sogno impossibile ma ritenuto (per disperazione) possibile: ritirarsi in una casetta in campagna, aprire un agriturismo, andare a vivere in Australia, e così via. Tutta roba idealistica che, quasi sempre, nessuno arriva a fare.

Rinunciare alla fretta è possibile

Ma allora come si può fare? È possibile affrontare la questione parlando, per tutti, di “postura mentale”. Postura è un termine di solito usato per il corpo e indica come esso “sta” nello spazio e, quando si muove, anche nel tempo. Possiamo usarlo anche per la mente: come si pone di fronte al tornado quotidiano? Tutto si gioca qui: sulla posizione della mente di fronte al “casino” che vuole tirarci dentro. La prima, fondamentale cosa da fare è che la mente mantenga il baricentro in se stessa e che non insegua le cose, che non si perda in esse. Per farlo è necessario rinunciare alla fretta. Non agli impegni da affrontare, badate, ma alla fretta, alla smania, alla corsa col tempo.

La saggezza è già dentro di noi

“Ma le cose da fare sono tante”, si potrebbe replicare. È vero, lo sono, ma non sarà la fretta ad aiutarci. Anzi, lo stress aumenterà e ne faremo meno e male. Eliminare la fretta significa dire a se stessi: “Io farò quel che c’è da fare, ma alla velocità che dico io”. Diventare padroni del tempo anche se il tempo è poco; anzi, proprio perché è poco va gestito con calma e abilità. Questo è il passo determinante. Non serve togliere uno o due impegni se la fretta rimane. È la fretta che va abolita, imponendo alle azioni il proprio ritmo. Per facilitarci in questo, dobbiamo far leva su una parte “saggia” della nostra mente: mentre cioè facciamo quel che dobbiamo fare, immaginiamo di essere effettivamente dei saggi che “sanno già” quali sono i tempi e modi giusti (e sono tempi e modi più lenti). Estraiamo il “Vecchio Saggio” o la “Vecchia Saggia” presente in noi, che ci dà equilibrio e non ci fa smaniare. Questa mossa, che può sembrare artificiosa, è in realtà assai concreta perché permette alla mente di attivare funzioni altrimenti non attingibili.

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Le azioni, senza drammi

L’attivazione volontaria di questa “saggezza” – esperimento che, fin dall’inizio, produrrà stupore per la sua piacevolezza – conduce a un altro passo sostanziale: l’eliminazione del senso del drammatico. Molti di noi sono abituati a vivere nel tornado con l’idea che, se non staranno dietro a tutto, accadrà l’irreparabile. Vi è un’attribuzione abnorme di significato al non riuscire a far tutto, e ciò ammanta ogni istante di dramma, di imminenza, di inadeguatezza. Ebbene, stabilire una propria velocità consapevole, in cui essere presenti a se stessi e non rapiti dalle cose, annulla tutto ciò, relativizza le cose e le riporta al loro semplice significato di doveri quotidiani, e non a quello di “prove della vita”. Il risultato sarà sorprendente perché, vivendo ogni singolo dovere per ciò che è, e non come parte di una montagna d’ansia, tutto verrà fatto meglio, in modo più fluido, e – incredibile – potrà pure avanzare del tempo!

Che bello chiamarsi fuori!

All’inizio imporsi di fare le stesse cose ma a una velocità mentale più personale rispetto al solito può creare sensi di colpa ma in breve si può provare il gusto di uscire dall’automatismo collettivo e seguire la propria andatura. Cerchiamo questo piacere – pur nel dovere – e, in breve, la nostra fatica si ridurrà e le cose fatte aumenteranno.

L’importanza del respiro

Il “come respiriamo” mentre facciamo le cose è una delle cose più trascurate in Occidente. Invece è importantissimo. Mentre siamo calati nella routine, cerchiamo il più possibile di ricordarci del nostro respiro e di riequilibrarlo. Non servono tecniche particolari: si tratta solo di dare anche a esso un ritmo più calmo, rilassando la muscolatura del torace.

Taglia i rami inutili

Sicuramente, tra tutte le cose che ci imponiamo giornalmente di fare, ce ne sono alcune non così necessarie, mentre altre possono aspettare almeno un po’. Mentre cerchiamo un ritmo diverso, valutiamo se il programma della giornata è logico e realistico, oppure se ci stiamo chiedendo davvero troppo, come se fossimo delle pure macchine.

Con l’ansia non devi ragionare, ma arrenderti

Bisognerebbe vivere la propria vita con lo spirito del viaggiatore: costantemente alla ricerca dell’imprevisto, in modo da percepire le cose come fossero sempre nuove. Non sempre però è possibile. Talora questo viaggio di esplorazione è sbarrato da un intrico di rovi che procurano dolorose ferite con le spine dell’ansia. Rovi di cui in molti casi non conosciamo la natura. Alcuni filosofi tuttavia ritengono che esista una radice comune ben individuabile dell’ansia. Pensano che rappresenti il terreno in cui affonda un cattivo stile di vita: un modo d’essere fossilizzato che, secondo Epitteto, ci allontana dalla nostra interiorità. Che cosa ammiriamo? Le cose esterne. Di che cosa ci preoccupiamo? Delle cose esterne. E poi non riusciamo a comprendere com’è che siamo in timore, com’è che siamo in ansia? Che cosa succede quando riteniamo mali gli avvenimenti che ci sovrastano? Non possiamo non essere nel timore, non essere in ansia”.

Ansia, il prezzo del successo a ogni costo

Nietzsche, in particolare, intravede nell’ansia uno stagno emotivo intorbidito dai depositi del desiderio ossessivo di afferrare ogni possibilità di successo: “Si pensa con l’orologio alla mano, come si mangia a mezzogiorno, con lo sguardo rivolto al bollettino della Borsa – si vive come uno a cui continuamente potrebbe mancare un’occasione”. Ma c’è di più: ad avviso di Cioran, l’ansia impedisce all’anima di sentire dentro di sé il respiro dell’universo: “L’ansia è coscienza della paura… È fatta dell’impossibilità di comunicare con il tutto, di assimilarsi e perdersi nel tutto; arresta la corrente che passa dal mondo a noi, da noi al mondo». Come evitare dunque che l’ansia invada come gramigna i giardini della nostra anima?

Due errori comuni, una soluzione: la resa

Una pessima risposta consiste nell’affrontare l’ansia lancia in resta a cavallo della nostra razionalità: verremmo disarcionati. Alain è molto esplicito su questo: “Nei momenti d’ansia, non cercate di ragionare; ogni ragionamento vi si rivolterà contro”. Altrettanto deleteria è la soluzione di sottoporsi a processo attribuendosi chissà quale colpa. Ovvero di vergognarsi del temporaneo senso di smarrimento, quasi fossimo in torto. La via migliore da imboccare è quella di deporre le armi, di arrenderci. Di metterci in silenzioso rapporto con noi stessi. Inciamperemmo nella nostra ombra se volessimo cercare delle cause, esprimere giudizi. Insomma, cerchiamo di non reagire e affidiamo il compito di farci star bene a quella parte dell’anima che è il centro della nostra vita creativa.

Solo la via del silenzio allontana l’ansia

“Il centro più intimo è immerso nel silenzio. Inizia da lì” esorta a questo riguardo Osho. “L’azione sorge solo dal silenzio. Se non sai stare in silenzio, se non sai stare seduto in silenzio o se non sai stare in meditazione profonda, qualsiasi cosa tu faccia è una reazione, non un’azione. Tu reagisci sempre”. La nostra anima saprà indicarci come gettare la zavorra. Sperimenteremo così il piacere di lasciarci sollevare dolcemente dal vento della nostra energia profonda verso il cielo del rinnovamento interiore.

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