Segui il tuo fiuto per dire addio all’ansia

Esiste un’ansia che rimane sotterranea e per la quale solo di rado vengono presi “provvedimenti.” Parliamo dell’apprensione, anzi, per dirla in modo completo, dell’atteggiamento apprensivo. L’apprensione è qualcosa cui ognuno di noi può andare incontro in momenti di preoccupata attesa (l’esito di un esame, un familiare che ritarda, una decisione del datore di lavoro). L’atteggiamento apprensivo invece è uno stato di costante preoccupazione che non cessa mai. L’ansia qui non è la risposta consona a certe situazioni, ma diventa una sorta di stile di vita, il modo principale, e in alcuni casi l’unico, con cui la persona affronta la realtà, sia quando è problematica, sia quando non lo è, al punto che anche le situazioni piacevoli diventano incredibilmente motivo di attivazione dello stato d’allerta.

Esercizio anti ansia: trova il punto inviolabile

Indagare le cause non fa passare l’ansia

Quasi sempre apprensivi non si nasce: lo si diventa, ma una via d’uscita c’è. Non si deve pensare di far sparire totalmente la tendenza ansiosa, ma di compiere un riassetto della personalità. Per farlo non bisogna capire le cause, ma occorre riportare il baricentro dentro se stessi, visto che, da troppo tempo, si trova fuori dai propri confini. Chi soffre di questa forma di ansia vive come “proteso”: non assapora il tempo presente perché è sempre proteso nel futuro, in quel che potrebbe accadere di brutto da un momento all’altro. E non vive il proprio corpo né la situazione concreta in cui si trova perché è proteso nella prevenzione del male e dell’imprevisto. Il suo corpo, la mente, la psiche, il sistema nervoso sono tutti orientati a gestire, a controllare, a scongiurare. Egli vive fuori da sé e ha un gran bisogno di rientrare.

Ansia senza motivo? Ecco cosa puoi fare subito

Quando l’ansia obbliga a una vita scaramantica

Il problema principale sulla via della guarigione risiede proprio in questo punto: l’apprensivo avrebbe tanta voglia di rientrare in sé, di abitare se stesso e la realtà in modo più comodo, meno stressato, ma è convinto che mollare la presa potrebbe far accadere qualcosa di terribile. L’apprensivo attua quindi una sorta di scaramanzia. Come lo scaramantico compie dei gesti rituali per evitare malocchi e rovina, così l’apprensivo mantiene uno stato di allerta costante pensando così di evitare che il futuro irrompa con la sua dose di cattiva sorte. Arriviamo al cuore del problema e alla sua soluzione: l’apprensione è come una forma immatura di preveggenza, quella che gli antichi greci chiamavano appunto mantica. 

Ritrovare la “vera preveggenza”: l’intuito

Non stiamo dicendo che l’apprensivo “prevede il futuro”: di rado accade proprio quello che temeva e più che altro avviene perché, vagliando decine di ipotesi infauste, una ogni tanto “la azzecca”. Spesso inoltre il peggio accade perché è lui stesso a favorirlo con il suo atteggiamento. In generale, però, l’apprensivo ha dentro di sé un’attitudine intuitiva che deriva proprio da una spiccata passione per la “conoscenza del futuro” e per le infinite possibilità che contiene, di cui non è ben consapevole e che gli eventi della vita hanno cristallizzato in questa sgradevole forma ansiosa. Recuperare questa capacità di “visione strategica” e farla vivere in modo sano costituisce la vera soluzione al problema di quest’ansia. Non ha nessun senso dire a una persona che vive nella paura: “Non aver paura, tanto non accadrà nulla”. Quel che occorre dire è: “Cerca di conoscere meglio la realtà, i pericoli, le risorse, le possibilità. Fidati della tua intuizione se vuoi evitare cose sgradevoli, perché l’intuizione ti dà padronanza, il terrore te la fa perdere”. L’apprensivo non è un indovino, ma un intuitivo che deve riprendere in mano, in modo consapevole, il proprio talento anticipatorio.

Come uscire dal circolo vizioso dell’ansia

Chi è apprensivo vive due tensioni assieme: teme il futuro, ma lotta spasmodicamente con se stesso per spegnere questo timore. Continuare a pensare a quel che potrebbe accadere, vagliare all’infinito le possibilità, rifare mille volte la lista delle cose da fare nella giusta sequenza sono tentativi di far tacere la paura, di tranquillizzarsi. Tentativi inutili, perché il vero timore non viene dal futuro, ma da dentro e nessuna agenda, per quanto ben organizzata, può far niente per fermare qualcosa che viene da dentro.

Primo passo: senti bene la tua ansia

Il primo passo è quindi molto semplice: la paura viene da dentro? Accetta la paura! Sei tu a produrla, non il mondo. Prova a ripetere a te stesso: “Sì, arriva la paura, non so cosa può accadere, sono davanti al mistero e ne sono terrorizzato”. Non provare a gettare luce in quel buio, accetta invece che c’è. Ancora: “Ho paura di quel che accadrà e non posso farci niente”. Smetti di formulare ipotesi a ripetizione, stop, ferma tutto: “Ho paura, ho paura e resto qui, con la mia paura”.

Secondo passo: trasformala in gioia

La paura può essere sentita direttamente nel corpo. Focalizzati sul punto in cui è più presente: la pancia, la testa, il petto. Lascia che quella sensazione si allarghi. Mentre la percepisci, mentre la senti, evoca tutti i pensieri che solitamente metti in campo proprio per non sentirla: ti accorgerai di quanto ora ti sembrano lontani, nebulosi, inefficaci. In una parola: inutili. Inizierai a sentire un senso di liberazione che piano piano crescerà trasformandosi alla fine in sollievo, leggerezza e… sì, in gioia!

Terzo passo: aspetta l’inaspettato

Non serve che tu faccia altro: se l’ansia viene da dentro – e alla base non è altro che energia psichica sotto forma di un particolare stato neurochimico – quando tu le permetti di fare il suo corso lei stessa trova il modo di trasformarsi, di diventare altro. Tutte le energie prima convogliate nel fantasticare sistemi di difesa verso i pericoli, si troveranno libere e disponibili. Senza sforzi si affacceranno idee, intuizioni, immagini, associazioni di idee, ricordi, qualunque cosa il cervello riterrà opportuno inviarti per utilizzare le tue qualità nel modo giusto: essere pronto a ciò che ti aspetta, qualsiasi cosa sia.

Non diventare le maschere che indossi

In uno dei suoi film più famosi, Zelig, Woody Allen racconta, in forma di finto documentario la storia di un uomo, chiamato Leonard Zelig, che possiede una stranissima, incontrollabile capacità: quella di diventare simile, nell’aspetto e nella personalità, alle persone con cui si trova. Con i medici parla di medicina come se fosse un medico, con i cinesi assume un volto con occhi a mandorla e parla cinese corrente, con persone in sovrappeso ingrassa proprio come loro. Una psichiatra, incaricata di curarlo, capisce, attraverso l’ipnosi, che tale camaleontismo è il modo con cui quest’uomo, che non sa nulla di se stesso ed è dunque molto insicuro, cerca di essere accettato da chiunque gli si presenti davanti.

Il prezzo di vivere dietro le maschere: leggi qui

L’identificazione completa è un vero pericolo

Il film, pur paradossale racconta qualcosa di non così lontano da quel che accade a molte persone. C’è chi passa di partner in partner diventando, di volta in volta, quel che quel partner desidera (o crede che desideri): nello stile di vita, nel modo di pensare, negli hobby, nelle idee politiche… C’è chi frequenta un certo gruppo di amici grezzi e incolti, e si comporta nello stesso modo, per passare in seguito a frequentazioni snob, orientando in “modalità snob” tutto il suo agire e il suo pensare. In pratica “diventano chi frequentano”, specie se gli altri sono psicologicamente o affettivamente significativi. Si tratta di un automatismo psichico inconscio chiamato identificazione: la persona si identifica pienamente nel ruolo o nel personaggio e crede con tutta se stessa di essere quel ruolo o quel personaggio.

 Test: e tu che maschera porti?

Mascherarsi per difendersi: un’arma a doppio taglio

La vita sociale impone, in molti casi, di mettere delle “maschere” per adattarsi ai vari contesti. Ma devono essere usate in modo consapevole e non devono sopprimere la nostra natura. Al contrario, devono aiutarci a esprimerla, nei limiti del possibile, nel modo migliore in quel contesto, in quella situazione. Oppure a trattenerla (quando è il caso), ma senza svilirla e solo per il tempo richiesto. È ciò che non avviene, appunto, nell’identificazione: la persona non sa ciò che gli sta accadendo e non sa di impedire alla propria natura di manifestarsi. Tanto che, quando una relazione (sentimentale o amicale) finisce, per coprire il vuoto di senso, deve subito trovare un’altra fonte di identificazione, che lo sottragga dall’ansia dell’incontro con la propria identità. Non perché sia un’identità inquietante, ma perché è sostanzialmente ignota. E l’ignoto, finché lo si incontra in modo inconscio, inquieta sempre.

L’evoluzione permanente è l’unica via da percorrere

Ci sono condizioni come una grande delusione, o semplicemente la noia esistenziale, che ci mettono di fronte alla verità: se andiamo avanti così, vivendo per essere accettati, sprecheremo anni senza mai sentirci davvero accettati. L’inconscio sa che ogni mascheramento è una finzione e che l’accettazione che otteniamo usandolo è falsa ed effimera. Bisogna trovare il coraggio di ripercorrere la propria storia per riconoscere quanto si è stati come “Zelig” trascurando se stessi. Solo così possiamo portare alla luce il nostro automatismo psichico: se questo avviene, le cose possono cambiare. Conoscere la propria identità, infatti, non significa guardarsi dentro e dire “Io sono questo, punto e basta”. ma dirsi: “Sì, ora in me c’è questo; tra poco ci sarà altro. Io sono quello che osserva il proprio evolversi”. Allora la danza dei personaggi finirà e la persona potrà finalmente vivere. 

Cosa accade se “diventi la maschera”

Cosa fai quando indossi una maschera? È semplice: cerchi di capire quali sono le aspettative di chi hai di fronte, e quando le hai capite ti comporti secondo quelle aspettative. Puoi farlo per farti capire meglio, o per farti accettare, per uniformarti. Nel primo caso conservi la tua essenza, anzi la rafforzi nel confronto con gli altri. Nel secondo caso rischi grosso. I problemi possibili sono tre.

Diventi finto: il meccanismo può agire senza che tu te ne accorga, imponendoti recite che, a mente fredda, non faresti.

– Crei equivoci: capire l’aspettativa dell’altro vuol dire agire in base a quello che tu pensi… che l’altro pensi! Un modo di agire tortuoso e raramente efficace, che anzi causa spesso incomprensioni ed equivoci.

– Non sai più cosa ti piace: se la “recita” funziona in automatico, puoi rischiare di crederci tu stesso. Addirittura di crederci fermamente. “Quando mi comporto in quel modo mi sento accettato da tutti, questo significa che sono davvero fatto così e che mi devono piacere le cose che piacciono alle persone fatte così”. È un tentativo inconscio di approdare a un’identità stabile. Ma proprio perché inconscio, non può funzionare e scava una distanza sempre maggiore tra noi e ciò che fa davvero al caso nostro.

L’inconscio non mente mai: ascoltalo!

Sentite questa storia. Luisa da qualche tempo si è messa in testa un obiettivo: sistemarsi e mettere su famiglia con Ivan, un quarantenne separato che ha conosciuto più di un anno fa. Lui la rincorre fin dall’inizio, ma lei è stata restia per un bel po’. “Non so, è una cosa stupida a ripensarci: il suo odore m’infastidiva, proprio non mi andava giù. Che sciocca. Lui era così carino, mi riempiva di regali, di fiori e poi… E poi è così colto. Una persona autorevole, quel tipo di uomo che ho sempre ammirato. Così alla fine ho ceduto“, racconta Luisa. Eppure, la notte, quando dormono assieme, dopo l’amore, qualcosa più forte di lei la spinge a farsi subito una doccia e poi riprendere sonno è un incubo. C’è qualcosa in Ivan che non la convince, come se le nascondesse qualcosa. “Ma no, cosa vado a pensare? Basta con questi sciocchi dubbi!”.

 

Che fare se in amore manca il piacere?

Ci scrive Donatella, una nostra lettrice: “Ho una relazione che dura da circa tre anni. È la mia prima relazione importante dopo tanto tempo. Andrebbe tutto bene se non fosse che a letto non provo piacere. Perché succede, cosa devo fare?». Usare le parole giuste è importante perché attraverso di loro si esprime il nostro atteggiamento mentale, che è alla base di quasi tutti i nostri disagi. Donatella dice: “Perché non provo piacere?”. L’anima di fronte a queste parole resta muta, non le sono utili. Se dovessimo esprimerle meglio, dovremmo dire: “Perché non provo piacere con lui?”. Poi occorre togliere la parola “perché”: interessa solo alla razionalità, fa malissimo all’anima. E infine affermare con sincerità: “Non provo piacere con lui”. Questa è un’affermazione che l’anima adora. L’anima vuole solo che noi gli presentiamo le cose come sono. Attenzione: dire “non provo piacere con lui” non vuol dire fare altri ragionamenti tipo “Lo lascio, me ne trovo un altro, cosa sto sbagliando… ».Vuol dire solo prendere atto di quel che sta accadendo ADESSO.

Coppia in tuta? Addio all’eros!

Primo: prendi atto dei tuoi stati d’animo

Quando una persona non prova piacere ciò che deve fare è prendere atto di questo stato, prendere atto del piacere che non prova. Siccome l’anima, nella sua parte più profonda, è prima di tutto un’anima erotica perché Eros è l’energia stessa della vita, una volta che noi le diciamo: “Guarda che io non provo piacere con lui”, l’anima comincerà da sola a provvedere. Più pensi di intervenire tu, in base alle tue idee, per sistemare le cose, più ti rovini. Più ti togli di mezzo, ti limiti a constatare e ti affidi, più le cose migliorano.

Quando lui e lei mandano segnali di resa…

Secondo: ricorda che l’anima provvede, sempre

In che modo l’anima provvede? In tanti modi diversi: per esempio può provvedere facendoti chiedere al tuo partner più attenzioni (e prima ancora facendoti scoprire meglio il tuo corpo e le sue esigenze), oppure con una fantasia diversa da quelle che hai solitamente, oppure facendoti magari vestire in un altro modo, facendoti recitare un personaggio che non hai mai recitato, ricordandoti che in ogni donna non c’è soltanto la moglie o la compagna per bene ma c’è anche la selvaggia, fondamentale nella relazione sessuale. Per provare piacere occorre che l’anima sia pronta alla trasgressione. A patto che noi non le diciamo come dobbiamo essere, non continuiamo a ripeterci che dobbiamo comportarci bene, che dobbiamo essere fedeli, che non dobbiamo tradire, che l’amore va fatto in un certo modo… Insomma, più paletti mettiamo e meno l’anima prova piacere e noi di conseguenza…

Terzo: lascia entrare l’eros naturale

Se il profondo dell’anima è erotico, l’anima sa godere spontaneamente, sa trovare il piacere spontaneamente. Che cosa le impedisce di trovare il piacere? I nostri ragionamenti, i nostri pensieri, il fatto che noi tutto il tempo ci diciamo come dobbiamo essere. Insomma, per provare piacere a letto non puoi portarti dietro l’idea che “però sei una brava mamma, però sei una brava moglie, però sei una brava persona e sei quella che porta i bambini a scuola”. Per provare piacere a letto devi portare con te la fantasia di essere la donna di tutte le donne, una dea, Iside, una donna pronta a tutto. Se una donna è pronta a tutto, automaticamente è pronta anche a realizzare la sua natura e il piacere arriverà spontaneamente.

La tua meta è la strada che stai già percorrendo

Un paziente racconta al suo psicoterapeuta: ” Dottore, il mio problema è che non so qual è la mia direzione. Vorrei sentirmi realizzato, invece sono sempre frustrato e scontento. E non sono pigro, mi impegno! Faccio corsi, stage, lavori. Ho fatto un sacco di provini per la televisione, ma dopo un po’ non ne usciva niente e ho smesso. Ho seguito tanti miraggi ma poi alla fine mi ritrovo a non sapere chi sono e cosa voglio fare».

Questa è davvero la mia strada? Lo scopri così

Cambia domanda, arriva la soluzione

Molte persone sono alla perenne ricerca di un sogno da realizzare, e lo cercano tra quelli disponibili “sul mercato”. Ma se tra quelli il tuo non c’è? Ecco spiegato il continuo girare a vuoto. “Qual è la mia strada, la mia meta?». È una domanda “assoluta” che genera solo dubbi e distoglie dall’azione. Sostituiscila con una più semplice: “Cosa so fare davvero bene, cosa mi viene naturale, in cosa sono bravo senza quasi averlo imparato?”. Alla fine la tua strada è quella che hai sotto i piedi: quale altra potrebbe essere? Molto spesso proprio chi crede di non avere particolari talenti, chi si sente sempre irrisolto, chi si dà un gran daffare senza cavare un ragno dal buco, non si accorge che ci sono azioni che proprio lui sa fare come nessuno. C’è chi è bravo a far andare d’accordo una squadra di lavoro mettendo ognuno al posto giusto; chi sa concentrarsi su ogni particolare astraendosi da tutto il resto; chi al contrario ha una visione generale, e così via… Sarebbe sciocco disperdere questi talenti. Concentrarti su “ciò che sai fare” aiuta a far emergere la vera forza di volontà, quella “nascosta”, originale e creativa, che corrisponde alla tua natura. Impara nel quotidiano a concentrarti sulle cose per cui sei portato e che ti piacciono, anche se non danno un risultato immediato. Per arrivare al frutto è “dall’inutile” fiore che bisogna passare! Quel che conta davvero è il piacere di essere sulla tua strada, non l’idea della meta.

I progetti creano solo ansia

Che sia dimagrire, cambiare lavoro o realizzare un sogno, tenere gli occhi fissi sulla meta non è il modo migliore per raggiungerla: ti distoglie da ciò che fai, crea ansia e senso di competizione con gli altri, riduce la tua creatività, ti fa scegliere soluzioni “standard” e più sicure allontanandoti però da quelle veramente originali, e ti impegola in continui bilanci e confronti con gli altri, che ti fanno sentire sempre più debole o più forte di quello che sei in realtà.

La gioia inizia dall’azione

Invece di guardare in avanti, al futuro, porta l’attenzione sul presente: cosa fai? Cosa ti piace fare? Cosa sai fare bene? Cerca di farlo sempre meglio: questo solo conta. Un grande saggio indiano diceva: la felicità non sta nelle cose lontane o impossibili, la incontri invece ogni giorno, quando sbucci le patate. A patto che, mentre le sbucci, tu sia lì, presente: che siano “le tue” patate! In quel momento – poiché tutto esiste solo nell’adesso – il cosmo intero diventa presente e l’azione è perfetta.

Affida il tuo desiderio al buio: nascerà alla sua ora

Chi vuole sul serio esprime una sola volta il suo desiderio, e poi lo sotterra. È lo stesso di quando si pianta un seme: la semina ha luogo un’unica volta e poi il miracolo accade autonomamente, nel buio. Trasformare il desiderio in un pensiero dominante è come smuovere senza requie la terra: si danneggia la germinazione. Soltanto “senza la nostra attenzione” le forze creative dell’inconscio sono libere di operare. Per comprenderlo prova con un piccolo rito. Pensa a ciò che desideri una volta sola, scrivilo su un pezzo di carta, chiudilo in uno scrigno e mettilo nel fondo di un armadio. Poi non pensarci e non parlarne più. La coscienza profonda, così fecondata, sarà libera di agire attraverso le sue vie misteriose, che il tuo intervento può solo rovinare.

Scappa dalle prigioni emotive

Hai presente quell’amica che ti chiama solo quando deve chiederti un favore ma quando tu hai bisogno di lei ti dice: “Ma certo, come no?”, e poi non si fa sentire? E quel tizio che ti invita a cena una volta al mese salvo poi sparire “il mattino dopo”? E il collega che ti manipola senza che tu riesca mai a rifiutarti di eseguire i suoi ordini, seppure non sia il tuo capo? E quel parente che ti fa la morale ogni volta che vi incontrate? Tutti noi siamo quotidianamente vittime di rapporti “malati”. Ma siamo davvero vittime o piuttosto complici più o meno inconsapevoli?

Attenti ai rapporti servo-padrone

Quello che è certo è che queste relazioni ci avvelenano l’anima e il corpo: a lungo andare sono causa di disagi psicologici e a volte persino di malattie organiche. Per fortuna esiste una medicina per curare i rapporti malati. Si tratta di una parola magica, una parola minuscola ma dotata di un enorme potere: no. Imparare a dire di no è fondamentale, perché con queste due semplici lettere affermiamo la nostra indipendenza, e a guadagnarci non siamo solo noi, ma anche l’altra persona, perché nessuno può trarre un vero beneficio da un rapporto giudice imputato o padrone-servo. Soltanto le relazioni autentiche ci aiutano a trarre il meglio da noi stessi. Lo ha imparato sulla propria pelle Virginia, che per anni è stata vittima di uno stalker affettivo. Manuel piomba nella sua vita con la foga del principe azzurro: fascinoso e carico di spregiudicatezza. La rapisce, letteralmente. Ma pochi giorni dopo si volatilizza, senza una parola. Salvo poi ricomparire di tanto in tanto, facendo il brillante, portandola ad esempio a visitare lussuosi appartamenti promettendole che presto quello sarà il loro nido d’amore, ma questo “presto” non arriva mai. Spesso le manda messaggi malevoli: “Attenta, ti controllo, ti ho visto in quel locale”. L’unica costante sono le sparizioni: settimane senza farsi vedere né rispondere al telefono. Poi si ripresenta sulla sua nuova auto sportiva e ricomincia a spargere il suo charme, sempre macchiato, però, da una buona dose di meschinità. Virginia dipende da lui: vorrebbe lasciarlo, smetterla di farsi umiliare, ma ogni volta che lui torna non riesce a non aprirgli la porta. Eppure sa che gli succhia via la vita, proprio come un vampiro.

Test: sai difenderti da chi ti vuol manipolare?

Quando ti perdi, arrivano i disturbi

Con questo principe più nero che azzurro sono anche arrivate una serie di fobie nella vita di Virginia. È terrorizzata all’idea di rimanere sola in casa: non riesce a sopportare l’angoscia e il profondo senso di vuoto che prova. Fuori casa non va meglio, se è vero che non riesce a guidare per lunghi tratti e figurarsi imboccare una galleria. Si è imbottigliata in una situazione dalla quale non riesce a uscire. Anche il suo corpo sembra aver raggiunto il livello massimo di saturazione: spesso si ricopre di macchie rosse che le prudono e le bruciano. Una notte, poi, sogna di trovarsi in una macchina colma di viscidi scarafaggi che zampettano per tutto il suo corpo: prova con disperazione a uscire, ma la portiera non si apre. Si sveglia in preda al terrore e capisce di non poter continuare così e perciò si rivolge a uno psicoterapeuta, che le spiega che per lei è arrivato il momento di contattare le sue “parti in ombra” e affrontare le sue paure. Quali lati di sé sta mettendo il gioco con il principe nero? Durante le sedute si rende conto che anche lei usa Manuel: lo usa come un argine contro le sue paure. Peccato che abbia finito per procurargliene ancora di più. Facendo amicizia con i suoi lati “oscuri”, Virginia acquisisce maggiore consapevolezza e il giorno che Manuel suona nuovamente alla sua porta può dirgli finalmente addio…

La zavorra dei rapporti obbligati

Ci sono altre persone a cui non si può dire addio, ma un “no” è più che sufficiente. Lo ha capito Silvia che per anni è stata costretta da sua madre a pranzare insieme ogni giorno. Silvia avrebbe preferito trascorrere la pausa pranzo con i colleghi, il fidanzato o gli amici, ma la mamma la costringeva a quell’appuntamento fisso con il ricatto che lei soffriva di depressione e aveva bisogno del conforto della figlia. Passavano gli anni, ma se da un lato la depressione della mamma non diminuiva, dall’altro aumentava il fastidio di Silvia. Pranzi tesi e per nulla piacevoli, fino al giorno in cui Silvia ha detto stop. Hanno litigato, urlato, non si sono viste per un po’, ma poi si sono riappacificate. Adesso pranzano insieme di tanto in tanto, ma con grande piacere. Silvia ha finalmente la sua libertà, mentre sua mamma ha conosciuto altre persone e sta molto meglio. Il segreto è non trascinarci giù a vicenda, con la zavorra dei rapporti obbligati, ma affidarsi alla libertà di seguire la propria strada, che come un aquilone ci porta verso l’alto.

Scaccia dubbi e pensieri: il dolore svanirà

Un antico racconto narra di un Rabbino a cui toccò di valutare una contesa tra due avversari. Inizia a parlare il primo, e quando ha finito il Rabbino sentenzia: “Hai ragione “. Poi parla il secondo, che esprime ragioni opposte, e il Rabbino alla fine dice: “Hai ragione”. Uno dei presenti, stupito accusa il Rabbino di essersi contraddetto. Questi lo ascolta e alla fine dice: “Hai ragione anche tu”. Confucio, riprendendo l’antica sapienza taoista sosteneva: il saggio non ha idee. Significa che solo quando la mente è libera da convinzioni su ciò che è bene o male, giusto o sbagliato, quando è aperta, solo allora smette di fare da filtro nei confronti del mondo interiore e dell’energia vitale, che lasciati liberi sanno sempre cosa è bene e cosa no. I nostri modelli mentali chiudono la mente in percorsi troppo stretti. Devo essere una brava mamma, devo avere successo, devo diventare migliore. In che modo? Adeguandomi al “modello standard”, restando dentro i binari. Qualsiasi novità e imprevisto scatena dubbi e ansie. Questo non solo distrugge la forza di volontà, che vuole portarci dove vuole lei, non dove vogliamo noi, ma ci assoggetta al giudizio altrui e riempie la mente di sensi di colpa.

Solo così capisci qual è la tua strada

Non chiederti più se hai fatto bene

I pareri che chiediamo agli altri o che costruiamo noi stessi su ciò che abbiamo fatto sono l’altra faccia del senso di colpa e affiorano quando ci sentiamo in difetto rispetto a un modello dominante. “Avrò fatto bene? Sono stato abbastanza bravo? Era proprio quella la cosa da fare o ce n’erano di migliori? Cosa devo scegliere per non sbagliare: quello che dice mia mamma o quello che consiglia la mia amica? Oddio, e se avessi sbagliato tutto?”. Questi non sono dubbi utili: la testa si affolla di pensieri, prefigura ciò che può accadere, escogita scappatoie… Tutto questo lavorio ci allontana dalla naturalezza, bloccandoci.

Vuoi star bene? Stai lontano dai conformismi

Osserva le cose senza commenti

Impariamo dai grandi saggi: il tuo parere, la tua convinzione, il tuo ideale, cui magari ti attacchi pensando che sia una parte irrinunciabile della tua identità, è solo una scorza superficiale. Il “tuo parere” è sempre un riverbero del passato, un riflesso di pareri altrui, l’effetto di un modello collettivo in cui sei immerso. Considerarlo va bene, farsene dominare è pericoloso. Dai sempre meno importanza alle opinioni e ai giudizi, persino ai tuoi! Osserva le cose senza giudicarle, senza fare commenti: diventi più libero di fare spazio alla tua vera volontà.

Impara a contraddirti: troverai il tuo baricentro

“Non so cosa fare. Prima mi dico: lo odio, devo lasciarlo. Passa un’ora e mi convinco che lo amo. Più ci penso e meno ne vengo a capo”. Giusy è andata nel pallone: la tengono in scacco i dubbi sul fidanzato, che le piace ma che non è come lei vorrebbe. Quando ti contraddici e arriva il caos, se resisti e cerchi di decidere è peggio. Il caos sopraggiunge proprio per spazzare via le tue convinzioni, la contraddizione è un regalo dell’anima. Nel momento in cui accetti il contrasto e la presenza di entrambi i lati, puoi fare un grande passo in avanti sulla tua strada. L’equilibrio presuppone proprio gli opposti. Se non stai da una parte o dall’altra, come fanno tutti, incominci a trovare il tuo baricentro. A occhi chiusi visualizza una delle due alternative come se l’avessi in una mano, poi fai lo stesso con l’altra. Non decidere, osservale. Sono entrambe parte di te. Così apri la porta a una consapevolezza diversa e più profonda che ti indicherà la vera soluzione.

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