Comunicazione efficace: le quattro regole base

Non dobbiamo farci impressionare dalla possibilità infinita di scambi comunicativi che la tecnologia ci mette a disposizione: la comunicazione efficace è ancora oggi una competenza che sfugge alla maggior parte delle persone e anzi, quello che accade nel dialogo è la prima causa di difficoltà, crisi e problemi. L’attuale overdose di comunicazione, sia verbale sia scritta, ha creato una superficialità di approccio, anche quando si parla di cose profonde e ha inquinato anche la comunicazione diretta, vis- a-vis: uno vuole dire una cosa e ne esce un’altra e l’interlocutore ne capisce un’altra ancora e così via…

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Troppe informazioni = comunicazione inefficace

Se dovessimo cercare il problema principale delle relazioni odierne, non potremmo che indicare l’eccesso di comunicazione.  Da sempre il segreto del comunicare bene risiede nel sottrarre. Si vuole dire una cosa importante? Vengono in mente tante cose a essa collegate e allora si fanno premesse, si fa un exursus e nel frattempo l’attenzione dell’altro si riduce insieme all’interesse, il nucleo del discorso si sfrangia e il messaggio non giunge a destinazione. Bisogna fare come gli scultori, che tolgono tutto il marmo che non serve e lasciano, con abilità, quello necessario nella forma desiderata. Ciò vale in coppia, nelle amicizie, nella vita sociale: per trasmettere le cose importanti dobbiamo togliere, sfoltire. E seguire poche, semplici regole: eccole

Uno: attenzione alle premesse

Spesso chi è solito non farsi capire fa un errore tipico: inizia con lunghe premesse e spiegazioni preliminari, per arrivare al punto quando ormai l’interlocutore si è distratto o spazientito. Cosa vuoi davvero dire? Fai una sintesi dell’informazione principale ed esponila all’interlocutore nei primi 20 secondi, poi fai pure un passo indietro a raccontare le premesse: a quel punto avrai agganciato la sua attenzione e la comunicazione andrà a segno.

Due: chiarezza e neutralità

Quando si racconta è bello “colorare” il linguaggio con note e giudizi personali. Quando invece discuti, ad esempio in coppia, ricorrere troppo a questi aspetti del linguaggio può provocare facilmente un blocco nella comunicazione: l’altro si concentra su un giudizio che hai dato di passaggio su un aspetto secondario della questione, considerandolo magari aggressivo, e perde di vista il messaggio principale. Bada all’essenziale, sii diretto, non usare i “fronzoli” o le note di colore per mandare messaggi obliqui.

Tre: preferisci il vis-a-vis

Se tieni davvero a comunicare un problema o un’idea, privilegia l’incontro reale. Se è impossibile, scegli il telefono ma valuta bene il momento. Non affidarti alle forme di messaggio scritto come sms e simili: in questi tipi di linguaggio è assente l’aspetto espressivo (intonazione, espressione del viso, gesti ecc.) e facilmente una battuta divertita può essere scambiata per un giudizio severo e così via. E non sempre le faccine bastano a colmare il vuoto di comunicazione

Quattro: fai pratica con una lettera

Ecco una tecnica per imparare a essere chiari e diretti: se hai la sensazione che farai fatica a spiegarti, prova a sviluppare il tuo messaggio in forma di lettera. Se è vero che lo scritto è carente sul lato espressivo, è però ottimo per sviluppare la capacità di argomentare in modo logico, evitando tutte le divagazioni che portano fuori strada. Scrivi, leggi, poi rifletti: hai detto tutto? O troppo? La sequenza è giusta? Prova a numerare i punti del tuo discorso: è meglio invertirli o il discorso fila? Non devi spedire la lettera, ma esercitarti a esser sintetico e a dare un ordine coerente a quello che dici.

Se vuoi stare bene, abbandona i falsi obiettivi

Ci scrive Annalisa: “Ho 32 anni, sono separata con un figlio con cui vivo da sola e a tratti ho l’impressione che la mia vita sia una palude in cui stia poco a poco sprofondando… Sono nata in una famiglia umile, ero una bambina, timida, ubbidiente, con troppi sensi di colpa e la sensazione di essere venuta al mondo per sbaglio; crescendo, sono diventata un’adolescente turbolenta, ribelle, aggressiva, fin troppo indipendente. Oggi sono l’amante di un collega e la fidanzata di un ragazzo che non amo, che vedo poco e che spesso vorrei lasciare senza riuscirci… Negli ultimi mesi ho ritenuto la mia condizione di amante il vero problema, arrabbiandomi con lui che non trova il coraggio di lasciare la moglie. Ora, invece, penso che il luogo di lavoro sia la mia più grande prigione e la condizione di mamma single una realtà troppo dura con cui dover fare i conti. Come mi libero della sensazione di sconfitta che mi prende ogni fine mese, quando il bilancio mi ricorda quanto sia difficile vivere da soli e non aver ancora trovato l’uomo con cui rifare una famiglia? Sempre che io la voglia davvero…”

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Vuoi davvero quel che dici di volere?

Annalisa fin da piccola è vissuta in una situazione di difficoltà in un ambiente ostile, che l’ha portata a essere una bambina timida e insicura. In adolescenza però è emerso un lato più ribelle, aggressivo, che ha rivelato un forte bisogno di autonomia, aspetto che in verità continua a essere centrale nella sua vita, anche se lei non sembra accorgersene. Annalisa è una donna indipendente che cresce da sola suo figlio, con le difficoltà che è facile immaginare: dunque, è tutt’altro che una persona fragile e bisognosa. Ma, forse legata ancora al ricordo della bambina “non desiderata” che fu, ritiene erroneamente di non essere all’altezza del compito. Così, finisce per credere di avere assolutamente bisogno di un uomo al quale appoggiarsi. Ma la vita, immancabilmente, glielo nega, come a sottolineare che le sue vere necessità siano altre: non ha funzionato con il padre di suo figlio, non funziona con l’attuale partner e nemmeno con l’amante…

Puoi rinascere solo se riparti… da te!

Annalisa conclude il racconto affermando di voler trovare un uomo con cui “rifare” una famiglia, ma poi aggiunge: se mai lo voglia davvero. Forse la bambina “venuta al mondo per sbaglio” ne sente il bisogno per placare le proprie insicurezze, ma l’adolescente ribelle certamente no, ed è durante questa fase della vita che inizia il percorso verso la nostra identità adulta. L’atteggiamento ribelle tipico di quegli anni rivela, pur tra mille contraddizioni, il vero “carattere” di Annalisa. Ma se le cose stanno così, come interpretare quella sensazione di sconfitta che arriva proprio quando è alle prese con il bilancio di fine mese? Annalisa non sta male perché non trova un uomo, ma perché non si sta valorizzando abbastanza, perché sta vestendo da troppo tempo i panni della bambina bisognosa e dunque l’adolescente ribelle che “vive” ancora dentro di lei morde il freno. Solo quando riuscirà a ricontattare questo lato di sé, magari difficile ma pieno di energia, le sarà possibile trasformare la sua vita e rilanciarsi nel privato e come nel lavoro.

Naturalezza, la chiave del benessere

Ci sono persone che vivono ogni istante preoccupate di piacere, rimediare ai propri errori o offrire al mondo un’immagine perfetta di sé. Altri che accompagnano i propri comportamenti e quelli altrui con continui giudizi e retro-pensieri relativi a quello che sarebbe corretto o più opportuno o conveniente dire e fare, senza concedersi mai il “lusso” di agire con naturalezza,  spontaneamente, facendo ciò che sentono, o limitandosi a prendere atto delle posizioni altrui. Si tratta di individui che passano la vita a giudicare tutto e tutti, a cominciare da se stessi. Invece che vivere, analizzano, decretano, subiscono.  “Dovevo fare questo o quello”; “mi sarei aspettato che lui o lei si comportasse diversamente”. In questo modo, oltre a non rilassarsi mai, si ritrovano a sprecare un’eccessiva dose di energia senza ottenere di contro alcun beneficio. I modi artificiosi, infatti, difficilmente vengono apprezzati e, anche se ben mascherati, lasciano trasparire un alone di falsità che, alla lunga, induce gli altri a tenere le distanze. Al contrario, chi vive con naturalezza ispira istintivamente fiducia e simpatia, facilita i rapporti e mette le persone immediatamente a proprio agio.

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La naturalezza incanta senza costare niente

Spesso i modi artificiosi sono dettati da paure e insicurezze che inducono a ponderare qualsiasi azione con il filtro della ragione. In questo modo, però, invece che piacere – come si vorrebbe – non si fa altro che rendere evidente la propria timidezza. All’opposto, chi agisce con naturalezza senza preoccuparsi del giudizio altrui suscita nei più stupore e attrazione. Basti pensare all’innata simpatica che provoca un bambino quando chiede con naturalezza qualcosa senza temere il giudizio di chi l’ascolta o manifesta all’esterno entusiasmo e delusione. Difficilmente è possibile preservare la semplicità infantile una volta adulti, eppure i pochi che riescono a farlo attirano gli sguardi come fossero magneti. Il fascino che questi individui sono in grado di suscitare è dato principalmente dalla loro naturalezza e spontaneità, dalla capacità di godere del momento piuttosto che analizzarlo sotto la lente della ragione; sono capaci di esprime stati d’animo e emozioni senza timore di esibire anche le proprie debolezze e, immancabilmente, chi li incontra ne resta incantato.  

Via i retro-pensieri: guadagni energia e fascino

Per vivere con naturalezza non dobbiamo fare altro che restituire dignità alla nostra natura, assecondarla come fanno i bambini. Non si tratta di imparare ma di recuperare qualcosa e di valorizzarla; l’abbiamo già fatto nell’infanzia. Chi ha figli o nipoti, per esempio, conosce benissimo la loro naturalezza. I più piccoli non pensano troppo a cosa dire o a come fare, dicono e fanno semplicemente, seguendo l’istinto senza troppe preclusioni. Liberi da timori e retro-pensieri possono incanalare le proprie energie unicamente dove desiderano, evitando gli sprechi che finirebbero per ostacolarne desideri ed espressioni. E’ così che ci conquistano, e spesso ci sfiniscono, con la loro tenacia e sconfinata energia. A ben pensarci, niente impedisce di vivere come loro, seguendo l’istinto senza troppe mediazioni. L’unica “accortezza” che ci si aspetta da un adulto è che sappia usare un po’ di mestiere nel dire e nel fare; non significa essere falsi o diventare macchinosi ma rispettosi quanto basta di chi abbiamo accanto e delle loro posizioni. Con garbo ed educazione siamo liberi di dire tutto quello che pensiamo suscitando persino apprezzamenti inaspettati. Di certo ne guadagneremo in salute, incrementando, al tempo stesso, benessere e energia.

Quando i segreti salvano la coppia

Ci scrive Elisabetta, una lettrice di Riza Psicosomatica, in preda ai sensi di colpa: “Ho giurato il falso sui miei figli per non rivelare eventi del passato al mio compagno, e ora mi sento terribilmente in colpa, perché dopo quel giuramento, ho paura che possa succedere qualcosa di brutto ai miei bambini… Non avrei dovuto, ma era l’unico modo per far smettere Fabio di assillarmi sulle mie esperienze passate…” A volte nella vita capita di mettere in atto dei comportamenti che riteniamo sbagliati e finiamo con il provare vergogna per quello che abbiamo detto o fatto. Non solo: se quel comportamento riguarda persone a noi molto vicine, possiamo persino temere di aver innescato, come per magia, una sorta di “punizione divina”. È il caso di Elisabetta che, per non subire più la pressione del compagno, racconta di aver giurato il falso sui suoi figli e adesso non riesce a darsi pace per paura che possa succedere ai piccoli qualcosa di brutto. Ma è stato davvero tanto sbagliato il suo comportamento? O forse lui non le stava dando altra scelta? Molto probabilmente, in quei momenti Elisabetta non riusciva a intravedere altra via d’uscita e, istintivamente, ha optato per la soluzione del giuramento falso. Il pensiero comune certamente riterrebbe sbagliato il suo gesto, ma uno sguardo più attento non può fermarsi alla superficie: e se Elisabetta avesse fatto la sola cosa possibile? E se il vero problema fosse il voler conoscere la verità ad ogni costo, anche se questa verità riguarda un passato che non esiste più?

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Le confessioni che fanno male alla coppia…

Da dove nasce tutta questa tensione con il compagno? Elisabetta entra nei dettagli: “Io e Fabio stiamo insieme dai tempi della scuola ma nel corso della nostra relazione ci siamo lasciati e ripresi più volte, finché abbiamo deciso di riprovarci definitivamente, promettendoci sincerità assoluta. Dopo qualche anno lui, preso dai sensi di colpa, mi confessò tutte le sue esperienze passate entrando persino nei dettagli e ovviamente mi chiese di fare altrettanto… In parte gli dissi la verità, solo in parte però perché sapevo che non l’avrebbe presa bene e lì giurai il falso sui miei bambini. Adesso Fabio ha ricominciato con le domande e io, stufa di sentirmi ripetere sempre le stesse cose, ho ammesso che sono stata con altre persone: lui l’ha presa malissimo, soprattutto per il giuramento falso sui nostri figli. Il nostro rapporto è sempre stato complicato, non siamo mai riusciti a essere sinceri fino in fondo per paura di ferire l’altro e adesso lui non mi crede più…” 

Proteggi sempre il tuo lato misterioso…

Esistono, e sono sempre esistite, relazioni contorte, ricche di pause, ripensamenti, estenuanti tira e molla: alcune storie non riescono ad evolvere ma i protagonisti, ostinati nel volerci “credere”, proseguono all’infinito in un meccanismo logorante come nel caso di Elisabetta e Fabio. Il loro amore è scoppiato sui banchi di scuola ma, spinti forse dalla giovane età e dalla voglia di fare nuove esperienze, sono caduti in un circolo vizioso fatto di abbandoni e ritorni, senza mai dirsi addio definitivamente, come forse avrebbero dovuto fare: con le debite eccezioni, le relazioni che nascono sui banchi di scuola non sono destinate a durare… Ora, per l’ennesima volta hanno deciso di riprovarci, ma in questo caso promettendosi sincerità, sincerità, sincerità. Risultato:  lui le ha “confessato” tutte le avventure del suo passato invitando Elisabetta a fare lo stesso. Inevitabilmente, la coppia si logora… Era davvero necessaria tutta questa sincerità? A volte, non dirsi tutto è un segno di maturità: anzi, nelle relazioni un po’ di mistero è un toccasana. Paradossalmente, i segreti li avevano tenuti uniti pur in un rapporto altalenante, mentre la confidenza non ha fatto altro che allontanarli. Non bisogna restare ancorati alle idee comuni che la società impone, in primo luogo al mito del “dirsi tutto”: una coppia non funziona solo se regna la tranquillità, sono i partner a giocare la partita, a dettare le proprie regole e a stabilire i propri equilibri…

Perso il senso della vita? Ritrovalo così

Riportiamo le parole di Andrea:

“Da qualche mese mi succede una cosa strana: ho sempre un sapore sgradevole in bocca. Non riesco più a sentire il gusto dei cibi, mi sembrano tutti amari. E anche lontano dai pasti quel saporaccio mi disgusta”.

Si chiama disgeusia: un’alterazione del gusto che provoca una sensazione sgradevole in bocca. Non è chiaro cosa la provochi: a volte i farmaci, altre volte è un mistero. Per Andrea, al primo incontro di psicoterapia, quel sintomo è solo l’indizio di una vita che stava già iniziando a seguire un percorso sbagliato:

“Quando ho compiuto 50 anni ho iniziato a fare dei bilanci, a chiedermi dove stia il senso della vita: non mi è piaciuto per niente. Mi sembra di non aver concluso nulla. Sì, ho il mio lavoro, una bella famiglia. Ma mi chiedo: è tutto qui? Il senso della vita è solo questo? Cerco una logica, ma non la trovo. A volte mi sembra tutto così scontato, non ci trovo più gusto”, conclude con una smorfia di amarezza.

Andrea non è il primo che, di fronte a un bilancio sul senso della vita, cade in un blocco esistenziale.

 

Essere se stessi: possibile?

Gli antichi Romani chiamavano “Persona” la maschera che gli attori indossavano sulla scena e che, di solito, era rappresentativa di un personaggio: l’eroe, l’uomo comune, il ladro, il vanaglorioso, il cattivo, il prescelto dagli dei. Oggigiorno, indichiamo genericamente col termine “persona” l’impressione complessiva che un essere umano dà di se stesso: parliamo di una brava o di una cattiva persona, di una persona simpatica o antipatica, inaffidabile oppure onesta e così via. Ma noi siamo davvero “quello”? Soprattutto, siamo SOLO “quello”?

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Non sei mai (solo) chi pensi di essere 

Chiunque se lo è chiesto, almeno una volta nella vita: “Ma io, che tipo di persona sono?” La risposta non è così semplice, perché nella maggior parte dei casi tendiamo a identificarci con una parte – una sola – di noi stessi e a comportarci di conseguenza. In realtà, piaccia o meno, siamo una realtà psichica composita e contradditoria. Non bisogna incorrere nell’errore di soffocare le parti di noi che apparentemente non ci piacciono: sono proprio “loro” a caratterizzarci, a renderci unici, non certo l’adesione a modelli e stili di comportamento prevedibili e stereotipati. 

Quando uno sguardo esterno ci “illumina” su di noi 

Per paradosso, sono spesso gli altri, colleghi, parenti, amici, a cogliere aspetti di noi che non conosciamo – o non vogliamo conoscere – e a illuminare lati che sono sempre rimasti in ombra o che abbiamo respinto nel buio. Da qui le frasi come “Non ti conoscevo così aggressivo… sembri una persona d’altri tempi… sei un bel farfallone…sembri sempre in ansia per qualcosa…non t’immaginavo così testardo…sei davvero una persona insensibile…” Definizioni che raramente daremmo di noi stessi, eppure…

Essere se stessi significa: nessuna fatica inutile 

Magari abbiamo nascosto timidezza e insicurezza dietro un piglio autoritario e saccente, oppure è accaduto il contrario: perché? Potremmo chiederci se siamo noi ad avere scelto una parte che in un qualche modo soddisfa le nostre aspettative oppure se le circostanze ci hanno indotto a sceglierne una nella convinzione che ci avrebbe portato maggiore successo. Un fatto è certo: se la nostra vita di ogni giorno ci appare psicologicamente troppo faticosa e troppo snervanti i rapporti umani, è probabile che interpretiamo una parte che non è la nostra.

Il corpo ha tutte le risposte 

Se è così, Il nostro corpo ce lo ricorderà di sicuro, con i disagi psicosomatici. Del resto, se un atteggiamento non è nelle nostre corde faremo fatica a mantenerlo e così il nostro fisico ed il nostro cervello ci avvertiranno che, per il nostro benessere, dovremmo raggiungere un diverso equilibrio. Trascurare parti importanti di noi potenzialmente preziose rende più impossibile raggiungere quelle sensazioni di tranquillità e serenità che tutti desideriamo. È importante allora chiedersi se stiamo recitando una parte e quale sia: è inutile cercare di sembrare generosi o empatici quando non lo si è o affermativi e sicuri quando una parte di noi chiede amore e sicurezza. Voler bene al nostro essere, anche a quelle parti che ci sembrano poco attraenti o meno utili, giova sempre. Non giudicarsi, non vergognarsi di quello che si è ma apprezzare l’insieme unico e insostituibile che ci rende quello che siamo, è la sola vera medicina per l’anima… Noi siamo ben di più di quello che sembriamo o vogliamo sembrare e possediamo risorse interiori che aspettano solo di essere guardate e attivate per aiutarci a diventare con più facilità e soddisfazione quello che siamo destinati a diventare.

L’ansia da prestazione si supera così

Quando si guarisce da un disagio psichico? Quando mettiamo da parte i modelli e le opinioni che abbiamo di noi stessi e impariamo ad accettare i lati di noi più fragili e deboli. la storia “clinica” di Vania è perfetta per comprendere come questo valga anche per l’ansia, in particolar modo per l’ansia da prestazione.

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Con l’ansia, il corpo parla

“Mi chiamo Vania, ho 23 anni, sono una studentessa di economia e quest’anno dovrei cominciare l’ultimo anno. Le cose non stanno andando come vorrei: finora ho dato solo la metà degli esami che avrei dovuto, con una media che non mi soddisfa. Quello che mi fa più rabbia è che mi impegno, studio e ripeto sino alla nausea, vado dai tutor e mi dicono che sono da 30, poi il giorno dell’esame non riesco mai a dare il meglio. Durante gli esami è come se il mio stomaco fosse annodato e sudo freddo, dire che ho l’ansia è poco. Non capisco perché il mio corpo risponde così, non ne ho motivo visto che ogni volta vado agli esami molto preparata! Come se non bastasse, mi sento molto in ansia quando espongo un argomento di fronte al docente, dentro di me non mi sento mai abbastanza preparata, nonostante studi giorno e notte. Sto cominciando a sentirmi incapace e una nullità per questo. Che osa posso fare?” 

Sentirsi incapaci genera ansia

La psicoterapeuta che legge il racconto decide di prenderla in cura e così un giorno Vania si presenta nel suo studio. È una bella ragazza, vestita con stile e con il trucco giusto, e per prima cosa afferma che nella vita fuori dall’università si sente a suo agio, la facoltà che ha scelto la soddisfa pienamente, il problema sorge solo agli esami. “Quello è l’unico contesto della mia vita in cui mi sento insicura, in ansia. Per il resto sono una ragazza estroversa, aperta alle novità, sono curiosa, viaggio spesso da sola. So che ho scelto la facoltà giusta”. Se tutto questo è vero, perché tanta ansia? Il suo racconto prosegue: “In questi giorni mi sono ricordata di come le scuole elementari e le medie siano state una tortura! I miei si erano trasferiti in Italia dalla Slovenia e io ho dovuto imparare in fretta l’italiano. Sia la maestra che la professoressa di italiano delle medie mi hanno spesso derisa dicendo che parlavo male l’italiano. Però con i miei compagni giocavo, scherzavo e tutti capivano le mie parole.. Tutto questo mi ha fatto sentire sempre incapace e piena d’ansia a scuola”.

Superare il passato placa l’ansia

Ecco riemergere un demone che non l’ha mai abbandonata e che la blocca e la rende insicura e le produce ansia… Il compito della psicoterapia è far cessare la lotta interiore tra la parte debole e ferita dal passato (che voleva comprensibilmente scappar via e che per questo si presentava come ansia) e quella che vuole dimostrare di essere forte e nega cittadinanza alla prima. “Proviamo a guardare questa piccola Vania che si è sentita umiliata tante volte e che anche ora, agli esami, ha paura di fare brutta figura. E poi lasciamo emergere, magari anche cinque minuti prima dell’interrogazione, l’immagine della “Vania forte”, che è precisa e profonda in quello che ha studiato. Ora non deve scegliere tra le due, lasci che le due Vania diventino due lati di lei, nei vari momenti della giornata. Di fronte al professore però manderà la Vania sapiente! Pensa di potercela fare?”. “Vania, dopo questa seduta, interrompe la terapia, ma  dopo tre mesi ricontatta la psicologa e ha una voce felice: “Dottoressa, ho superato due esami difficilissimi prendendo 30 e 29! Non so come ringraziarla, anzi è la “Vania debole” che la ringrazia!”

Accetta le tue contraddizioni e supererai l’ansia

La tecnica suggerita è finalizzata a far uscire da una situazione mentale bloccata e a far entrare, attraverso il mondo dell’immaginario, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, dove le energie possono trasformarsi e incontrare il loro opposto. Accade allora che accanto alla Vania che non sa parlare e che non sa muoversi, si affacci quella colta e sicura di sé, che realizza i suoi obiettivi. Accettare la loro compresenza, imparare a vivere la contraddizione ha permesso alla paziente di rompere finalmente le catene di quell’ansia paralizzante.

Impara a gestire le emozioni

Siamo pieni di luoghi comuni sulla psiche: questo numero di Riza Psicosomatica li vuole rompere, tutti! Mi racconta Giulia: “Sono al terzo matrimonio e francamente mi sta stancando anche questo, come il primo e il secondo. Evidentemente c’è qualcosa di sbagliato in me, perché io non riesco a sposarmi e a vivere bene con l’uomo con cui sto….” Mirella, invece, mi manda una e-mail nella quale afferma di non riuscire a trovare l’uomo giusto e di essere quindi sempre preda dell’ansia, della tristezza… Queste convinzioni sono figlie del ragionamento, sono pensieri “moderni”, mentre noi SIAMO la stessa energia psichica che c’era agli albori del mondo e per questo uno psicologo, uno psichiatra, uno psicoterapeuta dovrebbe conoscere anzitutto il pensiero della saggezza di tutti i tempi. Bisognerebbe scappare dallo studio di un professionista dove non si vedano libri che parlano del taoismo, degli dei, del mondo antico. Non a caso il taoismo dice: cerca il vuoto dentro di te, cerca il nulla, non pensare e ripensare ai problemi, non serve…

 

Le emozioni vanno guardate, tutte!

“Dottore, mi è arrivato un attacco di paura!” Bene: non vedere la paura come un nemico, ma come il primo tempo di un film che si sta sviluppando per portarti a diventare la “principessa” che non sei più, che hai smesso di essere o non vuoi più essere. Jung diceva che gran parte dei nostri disturbi nascono dal fatto che siamo diventati uguali a tutti gli altri, banali, pecore in un branco. Siamo come animali in gabbia: chi ha detto che il matrimonio debba essere per forza il centro dello sviluppo interiore? Chi ha detto che avere figli sia fondamentale per una vita completa? Perché il giudizio degli altri dovrebbe essere sempre importante? Perché quando ti viene a trovare l’invida, non la vuoi? Si tratta di un sentimento che ti abita, come tutti gli altri, come la rabbia, la dolcezza, la tenerezza…. Via via che passano gli anni, occorre imparare a stare con le “cose” che non ci piacciono di noi. In tal senso, siamo sicuri che sia il terzo matrimonio a essere sbagliato o il fatto che forse nel matrimonio Giulia recita un personaggio che non le appartiene? Le cosiddette “brutte emozioni” sono il primo gradino di una scala che ti conduce alla tua reggia, a casa: per questo non vanno scacciate ma viste. Del resto, in tutti noi convivono due mondi, uno luminoso, l’altro in ombra. La luce deve essere attraversata dall’ombra, dagli errori, dai matrimoni sbagliati, dai litigi, dall’ira, dalla rabbia, dalla gelosia… Il nostro occhio deve contemplare queste emozioni sgradevoli, perchè solo in questo modo ci ricongiungiamo col nostro lato più profondo, coi nostri desideri più autentici. Se nella psiche aumenta il desiderio, automaticamente i disagi si affievoliranno. Buona lettura!

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