Inquietudine: se l’accogli ti rinnova

Ci scrive Benedetta, una lettrice di Riza Psicosomatica: “In questo periodo ho spesso una forte inquietudine e non so perché. Vorrei essere più tranquilla, più equilibrata, ma non ci riesco…

Il primo errore che facciamo con noi stessi e che mina l’autostima, è il voler evitare a tutti i costi certe emozioni. Quando arriva l’inquietudine non devi trattarla come un sentimento inferiore: viene a trovarti perché ha le sue ragioni, ha qualcosa da dirti.

 

 

Perdersi: l’unico modo per ritrovarsi

Ci scrive Mattia, un lettore di Riza Psicosomatica:

“Dopo un periodo euforico di qualche anno, sto scoprendo che il mio lavoro di ingegnere non mi soddisfa più. Sto cercando altro da un po’ di tempo, ma ogni volta che sono sul punto di cambiare, accade qualcosa di esterno che me lo impedisce e a questo si aggiunge una forte sensazione di inferiorità nei confronti dei miei colleghi. Certe volte sento l’esigenza di licenziarmi, di mandare all’aria il mio lavoro ottenuto con tanta fatica e vivere qualche mese senza pensare al domani…”

A tutti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi in un momento in cui non si sa cosa si vuole e nel quale sembra che tutto quel che abbiamo costruito con tanta fatica, non ci entusiasmi più. Con tanto impegno e dedizione Mattia si è laureato in Ingegneria, lavoro che l’ha sempre affascinato e che ora non lo soddisfa più: per questo motivo, più volte ha pensato di cambiare direzione ma ogni volta che si trova sul punto di gettare la spugna, qualcosa lo blocca. È davvero una causa esterna come sostiene Mattia? Forse no.

 

Depressione: troppo controllo la scatena

Flavia scrive a Riza Psicosomatica parlando di uno stato di infelicità e depressione che dura da oltre due anni e che lei ricollega, se pur inconsapevolmente, alle scelte compiute nel privato. Sposata da poco per questioni di forma più che di cuore, Flavia rivela di pensare ancora al proprio ex e di sognare una vita con lui: “Quando faccio qualcosa con mio marito, penso sempre a come sarebbe farla con il mio ex e mi sale un senso profonda depressione. Ma se litigo con mio marito e torno da mia madre allora il mio ex sparisce dai pensieri e penso solo a quanto mi manca mio marito e al fatto che vorrei una famiglia con lui.” Una simile oscillazione tra opposti desideri rivela, in realtà, un estremo bisogno di certezze, di punti fermi a cui aggrapparsi che Flavia ha tentato di garantirsi scegliendo di sposare l’uomo giusto, invece di quello che sentiva di amare. Lei stessa scrive: “mi sono sposata senza convinzione, semplicemente perché era giusto così, perché il mio ex ha già un figlio con un’altra…” in qualche modo, Flavia ammette di aver rinunciato al vero amore per costruirsi una vita apparentemente più semplice con un uomo libero, privo di vincoli o di presenze ingombranti come quella di un figlio avuto con un’altra donna; ma così facendo ha messo la testa davanti al cuore impoverendo la sua vita interiore che, a lungo andare, ha aperto la porta alla depressione.

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La depressione vuole che tu scelga… te stessa!

Flavia non capisce da cosa dipenda il suo umore altalenante, l’unica cosa di cui è certa è la depressione che prova: “ho sempre un magone allo stomaco, non riesco a vivere più la mia vita, a pensare di avere un figlio, anche se è un mio desiderio. Ho paura che se lo facessi, penserei comunque al mio ex e non sarei felice.” Con queste parole, lei stessa sembra intuire quale sarebbe il risultato di una scelta compiuta nel solco di quella precedente quando decise di sposarsi. Nulla di strano, infatti, che si trovi ad oscillare tra desideri inconciliabili dove ogni volta che si sente al sicuro – con il marito – avverte il peso della depressione in cui versa e il desiderio di ciò che le manca – il vero amore – e quando, invece, la sicurezza si incrina – nel corso dei litigi col marito – si preoccupa di ripristinare le proprie certezze invece che prenderne atto e dare spazio al desiderio. Il motore che guida le sue azioni è prima di tutto la mente, un abitudine a cui Flavia non riesce a sottrarsi malgrado il magone che prova. In questo caso, il magone non è appunto la depressione latente, un’energia potente che emerge dal profondo a turbare i suoi giorni e i suoi ragionamenti, come dire: lo status quo è ristabilito ma tu sei ancora infelice, hai bisogno di ben altro…

Vuoi capire cosa fare? Smetti di pensare e ascoltati

Nel chiudere la mail, Flavia ci chiede cosa debba fare e se sia normale quel che le sta capitando, la depressione che prova. In qualche modo, in queste domande, sta il cuore del problema: l’idea di dover fare qualcosa e quella di una presunta normalità a cui sarebbe bene conformarsi, la stessa che l’aveva indotta a fare quel che era giusto sposandosi. E se è vero che ciascun problema racchiude in sé la soluzione, quel che ci sentiamo di suggerirle è di smettere di interrogarsi in proposito; spegnere la mente razionale e limitarsi a osservare il proprio magone. la depressione. Quanto le pesa? Che cosa le comunica? Che “consistenza” ha? Grazie a uno sguardo paziente e silenzioso, verranno riattivate energie a lungo sopite che la condurranno naturalmente e senza sforzi laddove l’anima si aspetta che vada. Infondo, Flavia sembra avere già capito che le storie d’amore non si decidono a priori sulla base delle proprie convenienze o convinzioni, quel che invece le manca è la forza di superare l’impasse in cui si trova, rinunciando in primo luogo a quel controllo ipertrofico che ha guidato, fino ad oggi, gran parte delle sue azioni.

Sempre malati? Sì al piacere, alt allo stress

Malgrado alcune scelte e condotte quotidiane siano notoriamente “adatte” a indebolire le difese immunitarie, pochi riflettono sul fatto che essere sempre malati non abbia a che vedere solo con lo stress, ma anche con la tendenza ad adeguarsi al tran tran quotidiano sacrificando le proprie inclinazioni. Alcuni, tutt’al più, si limitano a fare scorta di integratori e ricostituenti senza riuscire però ad invertire la tendenza. Il problema è che, superata una certa soglia, il sistema immunitario non è più in grado di ricaricarsi, col risultato che un distretto dopo l’altro, l’organismo comincia a farsi sentire: cistiti, faringiti, herpes, bronchiti, eruzioni cutanee e infezioni intestinali diventano ricorrenti. Risultato? Siamo sempre malati! A questo punto, imbottirsi di farmaci o fare il giro degli specialisti per trovare la soluzione ai propri disturbi si rivela superfluo, poiché quello contro cui si combatte, di volta in volta, è solo il sintomo e non la causa all’origine del disagio. Anche nel caso si riuscisse a debellare una determinata patologia, la malattia troverebbe il modo di attaccare un altro organo o sistema corporeo pur di farsi sentire e reclamare attenzione.

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Troppi obiettivi indeboliscono il sistema immunitario 

Se siamo sempre malati, è il caso di farci alcune domande. Forse abbiamo la tendenza a inanellare un impegno dietro l’altro e, una volta raggiunto un obiettivo, a rilanciare alzando l’asticella ancora più in alto. In questo caso i malesseri che sentiamo ci avvisano che questo modo di vivere ci sta indebolendo. Sicuramente siamo logori e, almeno per certi aspetti, non ce la facciamo più a ricaricare le energie. Per questo motivo batteri e virus hanno la meglio sulle nostre difese e ci ritroviamo sempre malati. La cosa da fare sarebbe quella di fermarsi e riposare. La vita non può essere una corsa a ostacoli; l’eccesso di dinamismo, se non è accompagnato da una sufficiente dose di relax, diventa sempre controproducente. Bisogna darsi il tempo di rallentare i ritmi e contemplare quanto fatto, compiacersene persino, godere delle cose… così che ogni esperienza, progetto, traguardo possa essere pienamente vissuto e metabolizzato e non semplicemente consumato. Un fine settimana immersi nella natura, una cena con gli amici, persino un bagno caldo o una bella passeggiata sono piccoli piaceri che aiutano a ristabilire l’equilibrio e ricaricare le energie. Ma non è tutto qui…

Vuoi guarire? Resta fedele alla tua identità 

Ci sono individui che, pur vivendo a ritmi frenetici e non seguendo alcuna forma di prevenzione non si ammalano mai, mentre altri, alla prima difficoltà personale o professionale accusano il colpo e si ritrovano sempre malati. Com’è possibile? Il sistema immunitario è il simbolo corporeo dell’ identità e si modifica di continuo in rapporto al mondo esterno: se sto seguendo uno stile di vita o un progetto di lavoro che non fa per me, l’anima soffre e cerca nel corpo la strada più concreta per urlare il suo disagio. Chi si trova a lamentare un disturbo dopo l’altro dovrebbe rivedere le scelte di vita, a breve e a lungo termine. Se molte o parte delle cose che stiamo facendo sono comunque “da fare”, non resta che spostare l’attenzione sul “come” le si fa. È sempre possibile trovare uno stato di consapevolezza in cui restare fedeli a quel che si è, con i propri ritmi, limiti e qualità. E sono proprio le giornate più intense a consentirci di imparare: restare se stessi in mezzo alla frenesia è il modo migliore per iniziare a rafforzare le difese immunitarie.

Quando il perdono fa bene

Meglio chiarire subito: qui non si parla del “ perdono” in senso religioso, quanto del perdono psicologico, della capacità di “passare oltre” quelle che avvertiamo come offese o ferite inferte dalle persone o dalle circostanze della vita. Il senso etimologico della parola “ perdono” è “dare completamente”. In effetti, ” perdono” implica svuotamento, allontanamento da ciò che procura rabbia e dolore: perdonare quindi significa lasciare andare, sciogliere la tensione psichica, liberare energie impiegate nel tenerci fermi, avviluppati intorno ad un nodo doloroso. La libertà di andare oltre un evento che ci ha fatto soffrire produce un sollievo e una vitalità sorprendenti, quel che serve per continuare a vivere nel modo migliore.

 

Liberarsi da quel che è accaduto ieri 

Assegnare colpe, rimuginare offese, meditare vendette è semplicemente tempo perso; a cosa può servire, per fare solo un esempio, incolpare chi magari tanto tempo fa, ci ha abbandonato, deluso, offeso? Non porta nulla, ma troppo spesso ci sfiniamo in un tentativo vacuo e logorante di fermare il tempo, tornando all’origine dell’offesa per “mettere a posto le cose”. Consciamente non lo facciamo con questo scopo, ma è proprio questo che vorremmo…In realtà, ognuno ha un personale e inconscio progetto di crescita che non deve essere ostacolato e che passa anche attraverso le delusioni, i dolori, gli abbandoni che subiamo.

 

Il perdono crea un vuoto creativo 

Col perdono si crea un vuoto psichico che viene prontamente riempito da nuove energie alle quali si può attingere, permettendoci di scorgere quello che prima non vedevamo. Il vuoto è la condizione migliore per “vedere” nel senso pieno della parola, è la condizione della pianta che, libera di espandersi, gode della luce del sole che assorbe. Osservate un gatto che riposa: è completamente rilassato ma è anche pronto al balzo, al gioco, attento a ogni stimolo esterno…

 

Non evitare le difficoltà: ti fanno crescere!

Ci scrive Benedetta, una lettrice di Riza Psicosomatica, per raccontare la sua esperienza: “Da circa un anno ho trovato lavoro in un negozio di abbigliamento d’alta moda, dopo un periodo di difficoltà durante il quale sia io che mio marito siamo rimasti senza lavoro. Non avevo esperienza nel campo e da subito ho sentito un forte senso di inadeguatezza: non mi sentivo all’altezza, ero un pesce fuor d’acqua, mi sentivo sempre in difficoltà ma l’esigenza economica mi ha fatta andare avanti…”

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Se il senso di inadeguatezza aumenta le difficoltà

A volte la vita ci mette in difficoltà, ci “costringe” a percorrere strade impervie, magari fuori dalle nostre corde, come è successo a Benedetta. Dopo essersi trovata senza lavoro e con un marito nella medesima difficoltà, ha deciso di rimboccarsi le maniche dandosi da fare, reinventandosi in un nuovo impiego. E c’è riuscita! Tutto bene, dunque? No. Benedetta afferma di essere in difficoltà sul posto di lavoro, ma ciò che sembra emergere dal suo racconto è in realtà un forte perfezionismo, che rivela un lato infantile della sua personalità. Il senso d’inadeguatezza la porta a sentirsi inadatta a quella mansione, ma è il continuo auto giudizio, figlio del perfezionismo, a farla vivere male, non il lavoro! In realtà, è del tutto normale non sentirsi all’altezza quando si inizia a fare qualcosa di nuovo, bisogna darsi tempo per ambientarsi e per imparare: nessuno, se non il suo perfezionismo, pretende che lei apprenda tutto subito! 

Per ripartire devi cambiare punto di vista

Benedetta continua il racconto parlando del rapporto con il suo capo: “Specialmente all’inizio, i contrasti con la titolare mi facevano sentire come in una gabbia, in difficoltà, schiacciata dalla sua forte personalità. Con lei non c’è un brutto rapporto, anzi, ho imparato a guardare oltre la maschera che indossa, ma non capisco perché non riesco a farmi andare bene questo lavoro… Forse il problema è che sono fuori casa praticamente tutto il giorno e non mi rimane tempo per fare altro, mi sento soffocare! Dopo alcuni mesi ho minacciato di lasciare e il rapporto con lei è cambiato: i suoi modi si sono moderati e io mi trovo decisamente meglio. Un giorno chiacchierando mi ha detto che il lavoro non è sempre un’isola felice: di colpo mi sembra che tutti i motivi per lasciare siano futili e che dovrei pensare alle cose pratiche. Considerando che mio marito non ha un lavoro fisso e abbiamo due figli adolescenti con mille esigenze, il pensiero di rimanere a casa senza entrate mi terrorizza…”

Il problema non è quello che sembra…

Dal racconto di Benedetta emerge che in realtà lei non teme il rapporto con il lavoro, ma quello con la realtà. Il fatto che questo impiego le occupi troppo tempo e che non riesca più a ritagliarsi tempo anche solo per sistemare la casa è un alibi, in quanto il marito e i figli potrebbero tranquillamente collaborare con le attività da svolgere. La vera difficoltà è accettare che si è ritrovata a dover fare un lavoro che ora non può permettersi di lasciare a causa delle esigenze familiari; la frase che le ha detto la sua titolare le ha solo fatto aprire gli occhi sulla realtà. Improvvisamente Benedetta si è lasciata alle spalle l’inadeguatezza capendo che il lavoro è indispensabile e che tutti i problemi che si era fatta finora, esistevano soprattutto nella sua testa. A tutti capitano dei momenti di difficoltà, ma solo affrontandoli per quello che sono è possibile crescere ed evolvere.

La forza di volontà

Quante volte sognavamo qualcosa che poi non è accaduta? Quante volte i nostri obiettivi non si sono realizzati? Per cambiar rotta, dobbiamo immaginare che dentro ognuno di noi, nel profondo, esista un campo energetico che ci caratterizza, un seme che sta “facendo” la nostra pianta. Questo campo energetico è antico e perenne: in quanto tale “sa” scegliere le persone a noi più adatte, “sa” sceglierci il lavoro che fa per noi e ci porta, anche attraverso le resistenze che possiamo incontrare nel mondo, verso la nostra meta. In questo senso la forza di volontà non ha nulla a che vedere con lo sforzo, con la fatica innaturale con la quale troppo spesso la confondiamo.

 

 

La vera forza di volontà somiglia al battito cardiaco, che accade senza sforzo. La vera forza di volontà è mossa da un’intelligenza profonda che vede gli obiettivi e ce li fa realizzare solo in assenza di pensieri. Desiderare, pensare, ragionare continuamente su quel che sogniamo, ci allontana dalla realizzazione. La vera forza di volontà è poi nemica dell’ostinazione e ama l’attesa disinteressata. Fra noi e il nostro obiettivo c’è un tempo naturale di attesa: più ci pensiamo più quel tempo diventa un avversario che si frappone fra noi e la meta stessa. Se al contrario riusciamo a pensare una volta soltanto al nostro obiettivo, lo immaginiamo bene e poi andiamo oltre, allora quel campo energetico ci porterà a destinazione. Su questo numero ti spieghiamo come si fa…

In più, su questo numero di Riza psicosomatica trovi:

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