Guarda bene la tua rabbia
Un vecchio aneddoto parla del bisogno di ogni persona di mostrarsi al meglio sul lavoro e con gli altri, finendo col riservare la verità solo alle persone care: se quella sincerità è carica delle frustrazioni della giornata, però, si finisce per mostrare all’altro il lato meno piacevole di sé.
Un uomo aveva appena terminato la sua giornata di seminario su emozioni e stati d’animo, e stava rientrando in auto con sua moglie. Lei era assorta nei suoi pensieri, ma ad un tratto ruppe il silenzio dicendo: “Sai, ti ho ascoltato su quel palco parlare di stati d’animo e del nostro rapporto con le emozioni, di come lasciarle scorrere, viverle e lasciarle andare… Ti ho osservato ed eri entusiasta, visibilmente felice: una vera fonte di ispirazione per chi ti ascoltava!”. L’uomo ringraziò la moglie, che continuò: “Stavi fingendo? Perchè entrambi sappiamo che un attimo prima di salire sul palco avevi ricevuto una notizia molto dolorosa, eppure sembravi felice come se quella notizia non ti avesse minimamente toccato!”. L’uomo rispose che la notizia lo aveva messo di pessimo umore in quel momento, ma tuttavia doveva insegnare a quelle persone ad affrontare gli eventi e a dare significato alle cose, per cui si era focalizzato su quello che aveva di bello e motivante.
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Sostenne che non era finzione, ma impegno positivo: “Ciò a cui diamo più energia e attenzione aumenta di importanza nella nostra mente. Quindi la nostra scelta sta nel creare un circolo vizioso o uno virtuoso“. A questo punto la donna gli chiese: “Quindi cerchi di guardare al meglio delle cose per essere più piacevole, più produttivo e stare meglio?”. L’uomo confermò, trovando però dissenso nella risposta della donna: “Questo per me significa fingere ciò che non si è, usare il proprio cervello per stare meglio e far stare meglio gli altri è comunque un modo di fingere…”. L’uomo allora disse di essere ben fiero di fingere per offrire e proporre la parte migliore di sé in quella situazione. Lei sorrise e gli chiese: “Potresti fingere un po’ di più anche in famiglia?”.
A volte fingere, non nel senso di nascondere qualcosa o di recitare, ma nel senso che racconta questa storia, è un comportamento che dovremmo adottare proprio per essere davvero noi stessi: prenderci due minuti per lasciar scorrere le cose negative che ci sono capitate prima di addentrarci in qualsiasi situazione. Sarebbe un’ottima “dieta emotiva” provare a dedicare un paio di minuti al giorno a vestirci dell’emozione con la quale vogliamo mostrarci alle persone alle quali teniamo, un po’ come fa l’innamorato quando vuole apparire bello verso colei che ama.
Ognuno di noi è lo scrittore della propria vita: grazie alle parole, lo “scrittore” che siamo può dare forma a una storia, ma deve stare attento, perché a seconda di quelle che sceglie il suo racconto renderà le sue giornate più piacevoli oppure cariche di disagio. Non a caso in tutte le Tradizioni antiche la parola è considerata creatrice. Le parole sono come semi e ogni volta che parli con te stesso è come se le stessi piantando nel terreno della tua anima. Ogni terreno vuole le sue piante, come ogni anima vuole le proprie parole! Se dici: «Ora sto male», perché osservi la presenza dentro di te di un’emozione in quel momento, usi le parole giuste. Ma quando dirlo diventa un’abitudine, “Io sto sempre male, io sto male da sempre”, è come se fossi tu stesso ad amplificare il tuo malessere, come se lo stessi coltivando dentro di te. Nessuno stato interno è duraturo si alternano emozioni diverse, mentre se ti fissi su una diventa un’etichetta che non ti lascia più: “Io sono quello triste, qui non troverete altro”. Per capire se stai usando le parole giuste basta ascoltarti. Durante la giornata fai caso alle frasi che dici a te stesso: sono sempre uguali, rispecchiano sempre lo stesso atteggiamento verso il mondo? Se ti dici sempre le stesse cose significa che sei immerso in un’atmosfera mentale statica.
A volte le parole diventano pesanti…
Platone, il grande filosofo greco affermava che le parole che pronunciamo tra noi e noi costituiscono “il dialogo muto dell’anima con se stessa”. Esistono due tipi di dialoghi: uno aperto, che si fonda su espressioni autentiche, spontanee, che esprimono le emozioni che provi, e l’altro chiuso, che si affida a parole ripetitive, sempre uguali, dettate da un modo di pensare statico di cui ti sei reso prigioniero. Ad esempio se in una situazione fastidiosa in cui avresti potuto replicare resti zitto, ma poi passi la successiva mezz’ora a ripensare: “Ecco, mi faccio sempre mettere i piedi in testa, non so farmi valere, avrei dovuto dirgliene quattro!”. Questo è il classico caso di dialogo chiuso, ripetitivo, condizionato dal passato ed è il modo peggiore di parlare a te stesso, perché non ti consente di affrontare le situazioni nel modo migliore.
…Ma tu puoi renderle leggere
Se ci sono parole pesanti come pietre per l’anima, ne esistono altre più leggere, fluide, autentiche, che ti portano verso una nuova direzione. Qualcuno ti ha fatto star male? Accogli quel dolore ripetendoti questa frase: “Vieni, non faccio resistenza e non penso di essere io quello sbagliato”. In questo modo lentamente la sofferenza sfumerà e l’aggressività che avevi represso smetterà di tormentarti…Insomma, diventerai capace di mettere in campo azioni che rispecchiano la tua vera essenza e le parole che userai saranno una cura per i tuoi disagi.
Parlati come faresti con uno sconosciuto
– Cerca di parlare a te stesso come se fossi un “altro”, senza dare peso alla tua storia, alle tue esperienze o alle tue idee.
– Pensare che uno stato d’animo (o un’opinione, un’idea) sia stabile lo rende permanente: evitalo. Stai male adesso, non sempre! Allo stesso modo, oggi la pensi così, domani chissà…
– Prova ogni tanto a creare degli spazi di silenzio interiore: da questo possono “sgorgare” parole più autentiche.
– Parla meno: darai più forza alle tue parole e renderà la comunicazione più efficace
“Ho sbagliato tante volte nelle mie relazioni, ora con lui temo accada lo stesso. Conosco lo schema, sarò troppo disponibile e lui si stancherà, come è successo altre volte”. Con queste parole Chiara, una nostra lettrice, ci illustra il suo problema. In campo amoroso, ma non solo, anticipare con la mente ciò che ci aspetta e cercare di prepararci di conseguenza, è molto frequente. Dicendo magari a noi stessi: “Questa volta devo essere diversa, devo impormi, ce la posso fare, devo pensare positivo”…Non funziona: così facendo finiremo solo per mettere in piedi una recita ed influenzare negativamente l’andamento degli eventi. Per quale motivo? Perché le aspettative limitano e creano un sistema mentale bloccante che, come una deviazione stradale, non permette il libero sviluppo dei pensieri, delle capacità e dei comportamenti.
Pensare di sapere, che errore…
Davanti ad una situazione stressante subito iniziamo a pensare a cosa accadrà e ad elaborare un complicato film mentale in cui ci convinciamo di sapere già come andranno le cose. Quando dici a te stesso: “Sono timido e mi blocco, questa volta non devo farlo vedere, devo mostrarmi sicuro di me e vincente”, tutta la tua attenzione è catturata dal pensiero della tua immagine e alla fine apparirai molto più bloccato e timido di quel che succederebbe se non ci facessi caso. Inconsapevolmente i tuoi atteggiamenti seguiranno i pensieri che ti sei creato e, quel che è peggio, costringerai anche gli altri a vedere e rispondere ai tuoi atteggiamenti con altri atteggiamenti simili.
Le aspettative limitano
Le aspettative sono un paraocchi che impedisce di accorgersi di ciò che ci accade intorno. La mente, infatti, tende a vedere ciò che si aspetta di vedere e scarta come secondario ciò cui non è preparata: letteralmente non lo vede, non lo considera. Con la mente intasata dalle aspettative, le risorse interne che potrebbero affacciarsi spontaneamente, rispondendo agli input del momento, sono del tutto bloccate e la profezia contenuta nelle aspettative finirà per avverarsi.
La realtà è imprevedibile, sempre!
Le cose che ci soddisfano sono proprio quelle che non conoscevamo e non aspettavamo prima. Immaginavi che lei fosse una persona razionale e scostante, invece ha un lato buffo che ti diverte e ti fa sentire a tuo agio. Al colloquio pensavi di dover puntare tutto sulla tua affidabilità e quindi ti sentivi inadeguato, invece l’azienda si è rivelata piena di persone creative e bizzarre. La sola cosa che bisogna aspettarsi, diceva un saggio cinese, è l’inaspettato… Quindi come andrà? Non puoi saperlo. Affidati a ciò che deve succedere come fosse un’avventura e i risultati verranno…da soli!
Ogni epoca umana ha avuto il suo specifico stress, eppure, se dovessimo stabilire quale sia “l’uomo più stressato della storia”, quello di questi anni sarebbe ai primi posti. Da un lato godiamo di comodità, di strumenti e di diritti impensabili fino a qualche decennio fa, ma dall’altro la complessità della vita quotidiana attuale esercita su di noi una pressione enorme. Abbiamo paura di essere licenziati, siamo stressati dalle esigenze dello Stato che deve uscire dalla crisi, temiamo malattie e incidenti, viviamo in un clima di precarietà a livello mondiale, e a tutto questo si aggiungono i conflitti interiori, i nuovi bisogni, la voglia di realizzazione, i problemi familiari e mille altre questioni. Ma il problema più grande, paradossalmente, non è lo stress, quanto piuttosto il fatto che non ce ne rendiamo conto. Prima di prendere atto che stiamo sostenendo l’impossibile passano mesi, anni, fino a quando è un sintomo imponente a dirci che dobbiamo cambiare qualcosa. Si rende perciò necessaria, per molti di noi, una maggiore capacità di riconoscere il livello di stress di cui siamo portatori.
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Il primo cambiamento è ascoltarsi di più. Ascoltare innanzitutto il corpo: il suo livello energetico, il suo tono, le sue voglie, i suoi sintomi. Si tratta di ristabilire un contatto più continuo, senza rimuovere ogni sua manifestazione in nome dei doveri e degli impegni. E poi ascoltare la mente: è agile o stanca? Ha un pensiero scorrevole o rimuginante? È creativa o è spenta? Non è difficile percepire tutto ciò: basta solo orientare la propria attenzione “sull’interno”, toglierla per qualche minuto dalle “cose” e portarla su di sé con l’intento di sentirsi, e la conoscenza arriverà immediata. Il secondo passo è imparare a riconoscere i segni dello stress provenienti dal corpo e dalla mente. Sì, perché anche se teoricamente ne conosciamo alcuni, non ne riconosciamo l’importanza per il mantenimento della salute. Bisogna considerare che quando essi si presentano con intensità e con frequenza, vuol dire che si deve intervenire.
Il terzo passo è prendersi la responsabilità del cambiamento e metterlo in atto. A volte siamo bravi nell’auto-diagnosticarci che siamo stressati, ma ci fermiamo lì, senza modificare nulla. Invece possiamo fare qualcosa per uscire da questa strana “anestesia della nostra salute”. Innanzitutto smetterla di giustificarci dicendo che non si può o che le cose non lo permettono, o che non ne siamo capaci. In tutti i casi è possibile fare qualcosa per ridurre lo stress. Se non si può cambiare la situazione esterna, infatti, si può sempre modificare il proprio atteggiamento. Può sembrare un ripiego, e invece è la mossa più importante. Scopriremo che non sono mai “le cose” a stressarci, ma proprio il modo in cui le viviamo e che dunque, ancora una volta, almeno una parte della nostra salute è nelle nostre mani.
I segnali del corpo
I segnali della mente
La libertà è fondamentale per chi segue una psicoterapia. Libertà di esprimersi, di stare in silenzio, di rifiutare, di confrontarsi, anche libertà di interrompere il percorso analitico quando si vuole. È un fenomeno in parte naturale: il tempo rivela che alcuni hanno una scarsa motivazione, altri non vogliono realmente cambiare le cose, altri ancora temono il cambiamento intravisto, o non sono abbastanza fiduciosi e determinati, temono la reazione dei familiari, o non voglio spendere soldi per se stessi. Sono tutte situazioni comprensibili, sia umanamente che psicologicamente, e rivelano il fatto che, al di là degli intenti iniziali, è meglio che l’equilibrio di queste persone, seppur precario o sofferto, rimanga tale.
Non cedere alla smania di autonomia
Ma a volte capita che la terapia si interrompa proprio quando sta andando bene. C’è un’ottima alleanza tra la persona, che sta meglio rispetto all’inizio, e il suo terapeuta; stanno emergendo cose importanti che vengono ben elaborate; si intuiscono concrete possibilità di guarigione e di cambiamento; si percepisce l’arrivo di una nuova energia. Insomma la terapia sta davvero viaggiando bene. Eppure a volte accade che la persona, all’improvviso, esprima al terapeuta la sua volontà di interrompere, visto che “ormai le cose stanno andando bene” e che è giunto “il momento di farcela da soli”, quindi si sente “pronta” per fare a meno delle sedute.
Rispetta i tempi
Una psicoterapia è un lavoro psico-neurologico che va preso sul serio dall’inizio alla fine. Chi l’ha fatta senza crederci troppo non avrà grandi problemi nell’interromperla, perché nulla di lui o di lei si stava realmente trasformando, ma chi si è davvero messo in gioco, chi ha modificato parti di sé, non può lasciare le cose a metà. Certo, la pulsione a “farcela da soli” è comprensibile, ma va ricordato che già fare una psicoterapia significa essere autonomi: invece di appoggiarsi ad amici e familiari ci si fa carico di se stessi utilizzando uno strumento (la terapia appunto) per il quale si paga di persona con la fatica mentale, con l’investimento emotivo e con il sudato denaro. Un lavoro che nessun altro può fare al posto nostro.
Procedi con gradualità
Chiedi al terapeuta a che punto pensa che siate giunti nel percorso terapeutico. Con lui puoi fare una ricognizione degli obiettivi e valutare meglio che passi intraprendere. Se sei fermo nella tua decisione di smettere, non farlo di netto ma inizia a diradare un poco gli incontri, in accordo con lo specialista. Nelle restanti sedute racconta i sogni che fai in questo periodo. E inizia a tenere un diario su cui scrivere pensieri ed emozioni di questi giorni.
Cosa rischi se smetti all’improvviso
Cosa devi sapere, se decidi di interrompere la terapia:
-Datti più tempo per valutare. L’interruzione di una psicoterapia nel bel mezzo del percorso non può essere decisa in un giorno. È necessario un po’ di tempo, almeno alcune settimane, per osservare se questo desiderio si ripropone identico. È anche importante, con il terapeuta, comprendere se si tratta di una vera voglia di autonomia o di una fretta che nasconde altri problemi.
-Non togliere fiducia a chi ti aiuta. Se vuoi interrompere perché stai meglio, non destituire del suo ruolo chi ti ha aiutato a raggiungere questi risultati. Se il terapeuta non è d’accordo, avrà validi motivi che, quantomeno, vanno valutati con attenzione. Se poi smetti comunque, prenditi la responsabilità e non colpevolizzarlo del tuo eventuale fallimento.
-Il terapeuta non è uno pseudo-amico. Se decidi di porre fine alla terapia per farcela da solo, fallo per davvero. Non instaurare col terapeuta un rapporto ibrido, mantenendo con lui un contatto pseudoamicale che ti consenta di fare terapia a piccole dosi in modo non ufficiale. Ce la puoi fare da solo se non inneschi questi rapporti di dipendenza.
Se gli psicofarmaci sono la categoria di farmaci più venduta al mondo, non lo si deve solo al fatto che il disagio psichico è una realtà molto diffusa, ma anche a un modo unilaterale di affrontarlo. Non c’è alcun dubbio che una significativa percentuale del loro utilizzo è relativa a situazioni di disagio psichico che potrebbero essere risolte in modo differente, più sano e consapevole. La psicoterapia Dimostra che molti disturbi d’ansia (tra cui anche gli attacchi di panico e le fobie), le forme di depressione moderata, molti disturbi del sonno, possono essere curati da una “sostanza” che il nostro cervello, nelle condizioni giuste, sa produrre da solo, senza bisogno di chimiche aggiuntive: l’entusiasmo.
Con la dose minima giornaliera non ti ammali
È un’esperienza che tutti conosciamo, tanto che, quando la viviamo, ci viene da dire: “Mi sento da Dio”. Però spesso la trascuriamo in nome dei doveri, della morale, delle paure e di tanti altri fattori. E questo è la base dell’insorgenza di molti disturbi che poi finiamo per curare proprio con gli psicofarmaci. Sì, possiamo dire che, quando la “quota di entusiasmo” nella nostra vita si abbassa sotto una certa soglia (o addirittura sparisce), l’ansia e la depressione arrivano a invadere il campo, dimostrando così che i disturbi psichici non hanno solo una base genetico-costituzionale, ma spesso rappresentano il risultato di un sistema psiche-mente-corpo che ha perso la sorgente della sua vitalità.
Cerca e coltiva il tuo entusiasmo
Provare entusiasmo non è solo un’esperienza psichica, ma anche biologica: il cervello e il sistema nervoso in quei momenti presentano un funzionamento elettrochimico diverso, che potenzia e armonizza l’azione del sistema immunitario e di quello endocrino. È importante proteggere l’entusiasmo per prevenire la caduta in stati di disagio ed è importante andarlo a cercare nel momento in cui l’abbiamo perduto e ci ritroviamo in sofferenza. Si tratta di qualcosa di sacro, di una “sostanza” preziosa che deve avere il suo spazio nella vita di ogni giorno: bisogna difenderlo dalle forze centrifughe della routine, che hanno sempre un effetto deleterio. E bisogna coltivarlo: non vivere solo dell’entusiasmo che arriva per caso, ma mantenere la curiosità di conoscere sempre cose nuove che possono destare la nostra passione. Ritrovarlo quando si sta male è comunque possibile. Certo, quando si è in stato di ripiegamento, di malinconia o di prostrazione sembra complicato, ma non bisogna lasciarsi influenzare dal pessimismo.
Ecco come agisce il farmaco più potente:
– Riduce nettamente l’insorgenza di vari tipi di disturbi e malattie.
– Tiene alto il tono energetico dell’organismo e la sua reattività.
– Migliora la qualità del sonno, fa relativizzare molti problemi.
– Fa ritenere possibili anche cose molto difficili e dà la spinta per farle.
Parti dalle piccole azioni, così
-Cosa ti fa sentire bene? Non pensare che per avere entusiasmo si debba rincorrere chissà quali obiettivi. Può nascere in molti momenti del quotidiano. Quel che lo crea non è il prestigio o la grandezza di un’azione, ma tutto ciò che, in qualsiasi modo, ti fa sentire vivo, utile o parte di qualcosa che ti piace. Spesso sono le piccole (ma in realtà fondamentali) cose di ogni giorno.
-No a troppi sacrifici. Non impersonare il ruolo di chi si prende carico di tutti i problemi degli altri, perché sotto questo peso il tuo entusiasmo rischia di spegnersi. E per quanto è possibile evita le persone che ti fanno star male e passa più tempo con quelle che ti fanno star bene. Gli stati d’animo sono contagiosi….
-Nel silenzio puoi crescere. È fondamentale poter manifestare il proprio entusiasmo, ma è bene anche tenerne una piccola parte solo per sé, senza subito condividerla (ad esempio buttandola sui social network). Avere un entusiasmo segreto, che non può essere oggetto di ammirazione, di invidia o di chiacchiera fornisce una grande forza d’animo e stabilizza l’equilibrio psichico.