Esiste una tendenza molto comune quando nella vita di tutti i giorni si presenta una difficoltà o un problema di qualsiasi genere: o proviamo a risolverlo il prima possibile o, al contrario, cerchiamo di metterlo da parte perché ostacola il procedere dei programmi che ci eravamo prefissati nella mente. In realtà, quando siamo davanti ad un ostacolo, questo ha la “funzione” di avvisarci che c’è qualcosa dentro di noi che non stiamo ascoltando, che stiamo reprimendo e quindi nascondendo a noi stessi. Il disagio quindi arriva con una funzione precisa e dobbiamo ascoltarlo! Più cerchiamo di rendere la nostra vita perfetta, senza imprevisti e disagi, più questi ultimi “imprigionano” la mente e l’anima in schemi rigidi che non ci permettono di conoscerci veramente.
La perfezione…distrugge
In famiglia, con gli amici, sul lavoro…si cerca sempre di raggiungere la perfezione e ogni volta che succede qualcosa di inaspettato si entra in crisi. Ma proprio la relazione che non va, l’amicizia che finisce o il lavoro che non funziona sono i il segno che qualcosa dentro di noi vuole venire alla luce, vuole essere guardato. Quando non si dirige l’energia interiore nella direzione giusta, questa poi ci si rivolge contro, trasformando i disagi in qualcosa di ancora più fastidioso o addirittura in una malattia. Spesso capita di dire a figli, colleghi di lavoro o amici: “non fare orecchie da mercante!”. Quante volte dovremmo dirlo anche a noi stessi, quando ci accorgiamo che c’è qualcosa che non va, e prenderci cura del disagio che è venuto a trovarci.
Guarda il disagio…fa parte di te!
Interrogarsi troppo sulle cause dei propri disagi e delle proprie sofferenze non è un meccanismo che ci porta a stare meglio. Quello che bisogna fare è saper ascoltare la propria essenza, la propria anima ed accettare che le cose possono procedere in maniera diversa da come ce le aspettavamo. Anzi, se le cose prendono una piega differente è proprio perché stanno cercando di dirci qualcosa! Affrontare i disagi, senza metterli da parte, significa saper guardare dentro sé stessi, lasciare che l’anima ci faccia da guida, senza opporci. Molte persone hanno bisogno degli imprevisti e dei disagi come stimoli per migliorare se stesse e seguire la strada che avevano smarrito. Per questo è importante imparare a dire a sé stessi: “Tutti gli ostacoli, problemi e disagi che mi si presentano sono proprio la mia vita: li devo accogliere!”.
“Mi sento inadeguato; mi sento un fallito; non sono all’altezza”: frasi comuni in persone che pur essendo stimate sul lavoro, amate in famiglia e dagli amici, non si sentono mai “abbastanza brave”. In loro si osserva una netta contrapposizione tra la percezione inadeguata di sé e la capacità di svolgere gli obiettivi quotidiani. Sentono di “essere un fallimento”, e contemporaneamente sono punti di riferimento per gli altri e aspirano a raggiungere grandi traguardi.
Percezioni antitetiche di sé
Queste persone vivono contemporaneamente inadeguatezza e validità, senza riuscire a “costruire” una concezione di sé stabile e quindi un’autostima solida. Del resto i modelli mentali che inseguiamo ci offrono occasioni quotidiane per farci sentire inadeguati o falliti, e più raramente opportunità per sentirci all’altezza. A volte ci confrontiamo con questi canoni di riferimento collettivi senza nemmeno esserne consapevoli. Quello che serve dunque è un’integrazione matura di queste due percezioni antitetiche di sé. Solo guardando noi stessi può iniziare quest’integrazione, accorgendoci dei nostri lati adulti, responsabili e autorevoli, ma anche di quelli bambini fatti di paure, bisogni e insicurezze. All’interno di noi stessi convivono due soggetti che si nutrono della realtà in modo altalenante. Questa visione deve indurci a creare un nuovo modo di “sentire noi stessi” che unifica i due estremi simbolici, bambino e patriarca, trasformandoli in autentici punti di forza. In questo modo non avremo più bisogno di sentirci un superuomo per poi cadere vittima dalle paure del bambino. Come facciamo a sapere di essere sulla strada giusta? Quando i termini adeguato e inadeguato cominciano ad esserci sempre meno nei nostri discorsi e pensieri. Ciò che conta non è essere all’altezza, ma essere alla “propria altezza”.
Rivedi le tue aspettative
Il termine “adeguato” è collegato all’idea della prestazione, dell’andare bene a qualcuno, e basta poco per cadere nell’errore del fallimento. Ma la vera adeguatezza va individuata rispetto a noi stessi, non alle proprie aspettative, ma alla propria natura e alle proprie esigenze. Non siamo noi a dover essere adeguati alle aspettative che abbiamo su noi stessi, ma sono le aspettative a dover essere adeguate a ciò che siamo: quelle giuste e su misura per noi, non quelle derivanti dalla cultura dominante. In questo senso, essere adeguati non significa “dover essere”, ma “poter essere”.
La guida pratica
- Rifletti sulle tue ambizioni: l’alternanza di autostima e disistima nasce da ambizioni sbagliate; valuta se quello che stai inseguendo ti appartiene o se stai facendo “la vita di un altro”
- Metti da parte gli eventi negativi: la disistima nasce perché ci fissiamo sugli eventi negativi accaduti e non su quelli piacevoli. Smetti di usare le parole fallimento, sconfitta, incapacità e accetta senza giudizi ciò che ti accade
- Vai a cercare le situazioni “neutrali”: alcune situazioni attivano la parte inadeguata di te, mentre in altre si sta semplicemente bene, senza il problema di non essere all’altezza
- Comportati usando il tuo metro di paragone, senza chiederti cosa pensano gli altri
- Privilegia cosa ti piace veramente e non agire soltanto per senso del dovere
- Permettiti di vivere: non essere il tuo censore più severo, non darti continuamente un giudizio di valore
Esistono studi che sostengono come la passione sessuale in una coppia non possa durare a lungo: “Tempo tre anni, e poi inizia la discesa”, dicono alcuni esperti. Psicologi, sessuologi e anche alcuni neuroscienziati lo affermano con certezza: “L’eros si spegne entro un anno e mezzo, è una questione di chimica cerebrale”. Si può dire che la visione è decisamente pessimistica non solo per le coppie “sbagliate”, ma anche per quelle meglio riuscite, ricche di sentimento e di affinità, che avrebbero tutti i requisiti per vivere nel tempo una bella sessualità. Di fronte a questa tesi, bisognerebbe chiedersi se davvero si tratta solo di un problema di chimica cerebrale e qual è il significato quando qualche coppia sfugge a questa regola del fallimento…
L’eros è sempre dentro di noi
Di norma (almeno nel nostro paese) da ragazzini si riceve un’educazione sessuale molto carente: nel migliore dei casi ci viene detto come si fanno i bambini, ma quasi mai qualcuno si occupa di insegnarci a vivere la sessualità “nel tempo”. Da una parte è un bene, ma dall’altra non veniamo a conoscenza delle “strategie” per proteggere la passione iniziale. Ci muoviamo nella realtà convincendoci che “la passione prima o poi finisce” e viviamo l’eros dei primi tempi sperando magicamente che non finisca mai. Quando poi ci si arrende al calo del desiderio del partner o per il partner, come se non ci fosse più nulla da fare, l’equilibrio della coppia entra in crisi. Ma forse quello che non ci è mai stato insegnato non è così complicato: l’eros è sempre vivo dentro di noi, anche quando non riusciamo più a vederlo! È semplice: la sessualità di coppia ha bisogno di energia, tempo e dedizione. È un concetto tanto banale quanto ignorato nella routine di tutti i giorni. Queste componenti fondamentali vengono messe in sordina dallo stress quotidiano, dalle preoccupazioni, dai figli e dagli imprevisti che tendono a spostare il focus dall’eros, che è una delle sfere che più ha più bisogno di essere considerata, soprattutto nella coppia consolidata. Tutto questo, insieme ai luoghi comuni e alle false certezze di cui abbiamo parlato poco sopra, alimentano la riduzione del tempo e dell’energia da dedicare al sesso. Sotto questi colpi duri, anche l’intesa migliore rischia lo spegnimento perché non le si dà le chance di poter vivere ed evolvere.
Dedicagli le tue migliori energie
Quel che va sottolineato è che l’eros non può vivere con le energie di scarto, con quel poco che resta dopo aver fatto “di tutto e di più”. Racchiude in sé un’azione spontanea che richiede una quantità di energia superiore a quelle residue. Il tempo dell’intimità va cercato e protetto da uno stile di vita troppo frenetico, ma anche dall’inerzia mentale che spesso ci impigrisce. Se teniamo alla nostra relazione di coppia, è necessario fare tutto il possibile affinché quel che accade quotidianamente, comprese ansie e tensioni, non invada gli spazi di intimità.
Eros sempre acceso: si fa così
- No a calcoli e a ritagli: l’eros è spontaneo e non può essere inserito in brevi ritagli di tempo o in momenti calcolati. In una griglia tanto rigida, il sesso si spegne di sicuro.
- Uscire dal “funzionalismo”: la sessualità non vive solo per se stessa, ma esprime la gioia di vivere, il sentirsi in armonia col partner e con la vita. Perciò evitate una routine basata solo su impegni e doveri, ma date spazio anche alla creatività!
- Non smettete di cercarvi: dopo un po’ che si sta insieme, si ha la sensazione di conoscere “ormai tutto” del partner. Non è così: dell’altro conosci le abitudini che avete costruito insieme. Bisogna quindi sperimentarsi in nuovi ambiti!
- Cambiate con costanza luoghi e situazioni per il tempo libero da trascorrere in coppia.
- Imparate a vincere la vergogna ed esprimete le vostre fantasie sessuali al vostro partner.
Per quanto sia un fenomeno naturale, non è facile accettare che il tempo passi in modo inesorabile. L’ansia che questo pensiero provoca è sempre più diffusa già dai 30 anni di età, quando le settimane, i mesi e gli anni sembrano “volare”. Certo, il problema del tempo che fugge non è nuovo: già nell’antichità, il filosofo latino Seneca insegnava a vivere bene il tempo con la sua opera “Sulla brevità della vita”. La vita che molti di noi conducono sembra fatta per rapinarci di questa preziosa e invisibile “sostanza” poiché viviamo tutti dentro una grande illusione: quella che la vita sia una grande corsa a tappe, con passaggi obbligati (studio, matrimonio, figli, carriera…) che non bisogna rimandare, con l’obiettivo di essere una persona realizzata per come lo intende il mondo. Una visione di questo tipo non può che creare ansia: ogni deviazione, intoppo e ogni percorso personale non è accettato e produce effetti devastanti sulla psiche, facendoci sentire diversi e inadeguati rispetto al “modello unico”. Così il tempo diventa motivo di rimpianto e di angoscia. C’è quindi un grande bisogno di “ritrovare il tempo”, ma non quello perduto, come diceva Proust, bensì quello presente.
Vivere il presente, senza troppe “mete”
È soltanto “il sistema” che ci ruba il tempo, o siamo anche noi che contribuiamo a farcelo rubare? Nessuno ci ha mai insegnato l’arte di usare il tempo e, quindi, siamo prima di tutto noi a non saper vivere il tempo e a rubarlo a noi stessi, assumendo un atteggiamento sbagliato: ci comportiamo come se ne avessimo all’infinito e, allo stesso tempo, viviamo nella fretta e nello stress, come se non fosse mai abbastanza. Una cosa è certa: non possiamo aspettare che la realtà ce ne conceda di più, né possiamo concepire come tempo vero “quel che resta del giorno”, cioè i brevi ritagli dagli impegni. Dobbiamo abbandonare la passività che si nasconde dietro la maschera dell’attivismo continuo e tornare a essere più presenti e “vivi” nelle nostre attività quotidiane.
Rallentiamo la routine
La routine è inevitabile ma bisogna adattarla alle nostre caratteristiche personali, anche se siamo immersi in una “corrente” di impegni. Vivere tutto di fretta, conduce all’automatismo, nel quale non siamo presenti a noi stessi e non ci accorgiamo del tempo che trascorre. Tuttavia è possibile imporre ritmi più lenti, uscendo dalla meccanicità e vivendo in uno stato di consapevolezza. Molti vivono quasi solo secondo il senso del dovere, mentre altri fanno quasi tutto secondo il senso del piacere. In entrambi i casi tuttavia le persone percepiscono il tempo che fugge. È necessario quindi che vi sia una giusta via di mezzo tra questi due principi. Solo la compresenza di piaceri e doveri, scandisce armoniosamente il tempo e ci dà la sensazione di “sentirlo nostro”.
Così vivi le tue giornate al meglio!
- Dormi sempre il numero di ore per te necessario: la stanchezza offusca tutto
- Non farti interrompere troppo da telefonate e messaggi.
- Concediti momenti “senza scopo” in cui non fare nulla.
- Ogni tanto obbligati a non dire sempre le stesse frasi, nello stesso modo
- Non collocare la felicità sempre e solo in un risultato da raggiungere.
Oggi vi raccontiamo la storia di Chiara che sceglie di andare in psicoterapia quando si rende conto che non riesce a liberarsi da un disagio che la tormenta: vive nell’angoscia di morire improvvisamente per una malattia allo stomaco, così come improvvisamente è morto suo padre mesi prima per un’emorragia gastrica. Chiara è ossessionata da questo pensiero e la sua vita si è trasformata in una corsa allo specialista migliore per trovare una soluzione al suo disagio. In psicoterapia non fa altro che parlare di se stessa e di suo padre e del rapporto che si era venuto a creare tra di loro: nell’ultimo periodo era molto conflittuale e pieno di incomprensioni. Solo nelle ultime sedute Chiara dice di non sentirsi più perseguitata dalla figura del padre e che sicuramente lui non la ritiene responsabile della propria morte. Questo le serve per “darsi una tregua” e instaurare un rapporto di fiducia con un gastroenterologo.
La mente e il corpo soffrono insieme
Il dialogo con i morti ha in sé dei forti pregiudizi che dipendono dalla cultura e dalla tradizione di ogni popolo. È quindi un argomento da trattare con estrema delicatezza. Spesso accade che quando muore un proprio caro, solitamente un genitore, insorgono sintomi a carico di un organo, in particolare quello che aveva fatto ammalare il defunto. Qui l’assenza di un affetto e di un dialogo che la morte ha interrotto diventa materia del corpo di chi è stato abbandonato, costringendo chi resta in vita a vivere nel passato. In questi casi la medicina riesce a fare poco per alleviare la sofferenza e il disagio a cui la persona va incontro.
Riconciliamoci con le parole
Gli ingredienti principali che causano uno stato di sofferenza e di disagio con se stessi e gli altri sono due: il passato che non è modificabile e un dialogo che non torna. Ed è proprio nella psicoterapia, costituita da parole che curano le parole, che si può trovare lo spazio per riprendere il dialogo interrotto tra paziente e morto, riconoscendo la sua grande importanza. Non appena accade ciò, i conti in sospeso si sistemano, il passato cede il posto al dialogo del presente e alla speranza del futuro in cui la rabbia e il dolore lasciano spazio all’amore e alla conciliazione. La psicoterapia rende consapevoli che la malattia che ci affligge ha solo bisogno di riprendere un dialogo che è in sospeso, lasciando alle spalle angosciosi rimpianti e sensi di colpa.