Relazione finita? Chiudila al più presto

Micol scrive alla redazione di Riza Psicosomatica: “mi trovo in una situazione spiacevole da anni e ormai sento il momento di cambiare strada, ma ho un blocco. Io e il mio partner stiamo insieme da 5 anni, di cui 1 e mezzo di matrimonio. Lui è di un’altra città e io mi sono trasferita lì, lontana dalla mia famiglia e da tutto quello a cui tengo di più. Per i primi due anni ho fatto frequenti andate e ritorni, poi nel tempo i viaggi sono diminuiti  Qui il primo problema: vivo in una città che non mi piace, dove non sono riuscita a creare amicizie. Il nostro rapporto è molto freddo, pochi abbracci, baci, non è mai stato passionale. La passione non si é mai accesa, già all’inizio della relazione i rapporti mi lasciavano frustata e triste. Adesso l’eros è sotto zero e ci sono ancora meno abbracci e baci, freddi anche loro. In più, non abbiamo nulla in comune, non litighiamo neanche! Questi problemi si sono presentati fin dall’inizio insieme ad una grossa ansia, che ora è un vero e proprio nodo alla gola. Vi chiederete perché mi ci sono messa: sicuramente all’inizio avevo molta speranza, pensavo di aver trovato il principe azzurro che avevo incontrato in circostanze da sogno, durante una vacanza ai Caraibi. Ho pensato di essermi innamorata pazzamente, malgrado i problemi. Ogni volta che tornavo a casa mi risentivo me stessa e perdevo anche qualche chilo di troppo. Sono giunta alla conclusione che dobbiamo separarci, ma mi viene sempre un nodo alla gola fortissimo, così recito il ruolo della mogliettina felice. Ho sempre quel nodo alla gola, perché non voglio ferirlo, non voglio fare la figura della cattiva e ho anche un pizzico di vergogna di far durare un matrimonio così poco. Sento anche molto dispiacere nel perderlo, e dire addio ad un sogno, ammettere di aver fallito, di aver fatto un sbaglio madornale che solo una persona sona debole e sciocca farebbe. Penso di aver paura di accettare tutto questo.”

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Il pensiero è agli antipodi dell’amore

“Ho pensato di essermi innamorata”: dovessimo sintetizzare il problema di Micol in una frase, useremmo questa. L’innamoramento non ha nulla a che vedere con il pensiero, men che meno con miti dannosi come quello del principe azzurro. Quando le persone si lascano irretire dalla superficie delle cose, iniziano i guai, specie in amore: se rileggiamo attentamente le parole di Micol, sembra incredibile che lei stia da 5 anni con un partner tanto sbagliato, invece lo ha persino sposato! Come è potuto accadere? La mente obnubila, impedisce di vedere la realtà, la trasfigura piegandola e distorcendola fino a farla assomigliare al nostro progetto ideale, quanto di più dannoso possiamo mettere in campo. Così, un giorno Micol incontra quest’uomo in una circostanza particolare, fiabesca (e un po’ cartolinesca…) e lo “inserisce” nello schema del principe azzurro che incontra la sua bella sull’isola incantata: tutto bene, dunque? No, tutto male.

Se non c’è Eros, non c’è amore

Con ogni probabilità, la relazione avrebbe dovuto finire lì dove era iniziata e invece non solo prosegue (nonostante fin dall’inizio non funzionasse nulla, né sul piano affettivo né su quello erotico), ma Micol fa una serie di sacrifici e rinunce importanti per quest’uomo, come se fosse “rapita” da un incantesimo. Ed è così, solo che si tratta di un “maleficio”, frutto di un idea tanto malata quanto diffusa: trovare l’uomo (o la donna, fa lo stesso) giusto, quello da sposare, quello con cui programmare una vita insieme. Non esiste alcun uomo o donna ideale: accadono incontri che accendono l’anima, e altri che non la sfiorano neppure. Il fuoco dell’amore divampa da sé, certo lo si può alimentare ma non innescare e non si può far nulla se si spegne: questo non significa che un amore non possa durare una vita, ma che non siamo noi a deciderne la durata.

L’ansia ti indica la strada

Ora, cosa suggerire a Micol? Sa già tutto, ma ha un blocco o meglio afferma di soffrire di ansia per la paura di lasciarlo, che lui soffra, che lei debba ammettere il suo errore, come se avesse “sbagliato” solo lei… Nulla di vero: ha l’ansia e l’avrà fin tanto che continuerà la recita della mogliettina, come scrive lei stessa. L’ansia è la sua salvezza e sinceramente ci auguriamo che non smetta di tormentarla fino a quando Micol deporrà le armi, si arrenderà a quel che prova e farà ciò che da anni sa perfettamente di dover fare…

 

Contro l’ipocondria la forza non serve

Ci scrive Mirko: sono un uomo di quarantadue anni, sposato ho un negozio e la sera insegno arti marziali. Ho una passione per la psicologia pratica: non teorie ma fatti. Questa “passione” mi è aumentata da due anni a questa parte perché in quest’ultimo periodo è cresciuta una forma d’ansia per le malattie (ipocondria) che mi trascino da decenni. Premetto che mia madre è morta che avevo sei anni di età e mio padre l’anno scorso per una grave malattia… Il tutto si è accentuato con la delusione che ho avuto con mia suocera. Speravo di trovare in lei quella comprensione e quell’affetto che un figlio cerca dalla mamma, ma lei si è sempre mostrata fredda e distante.

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La rabbia per questo “rifiuto affettivo” ha reso la mia ipocondria più accentuata.  Almeno ho la fortuna di avere una moglie affettuosissima, ma questi pensieri di malattia mi stanno rendendo un invalido, quando so di essere un Vulcano di vitalità! Ho fatto sempre sport mi sono sempre reputato una persona forte, mi hanno sempre affascinato le arti marziali per l’unione di forza e spirito, quindi preferirei riuscirci da solo che fare psicoterapia. Ma come fare?”

Liberati dalle convinzioni

Le convinzioni che ci abitano possono rivelarsi il nostro avversario più tenace. La storia di Mirko è esemplare. Soffre da sempre di ipocondria e ne conosce la causa: la prematura scomparsa della mamma. Apparentemente, non fa una grinza: diventare orfano a sei anni è un’esperienza traumatica, specialmente se chi viene a mancare è la madre. La morte del padre lo scorso anno rende più acuta l’ipocondria e il “rifiuto” affettivo da parte della suocera fa il resto. Tutto giusto apparentemente, tutto sbagliato in realtà.

La tua storia non crea l’ipocondria

Che cos’è l’ipocondria? Una forma particolare di ansia, la paura delle malattie. Questo in superficie: nel profondo, l’ipocondria è paura di se stessi. Proprio così: quel che si teme è svelare al mondo parti nostre che temiamo di mostrare o che riteniamo indegne di essere viste. Di volta in volta, possono essere caratteristiche di personalità (ad esempio un temperamento diverso da quello che si ritiene giusto), desideri, paure… Dunque, la storia di Mirko ha ben poco a che vedere col suo disturbo.

Probabilmente, nei primi mesi dopo la scomparsa della mamma, il piccolo ebbe dei problemi col sonno, con l’alimentazione o si ammalava spesso, avendo le difese immunitarie a terra per via dello stress emotivo subito. Reazioni normali di un bimbo cui è toccato in sorte un tale dolore. Ma Mirko non ha l’ipocondria da allora per questo, ma perché l’ha inconsciamente trasformata in un alibi per impedirsi di svelare al mondo le sue parti fragili, dolci, delicate, che forse inizialmente ha nascoste anche a sé stesso per sopportare il dolore, nell’illusione che la forza lo avrebbe sostenuto di più.

Se accogli la fragilità diventi più forte 

La particolare vicenda con la suocera chiarisce la funzione dell’ipocondria: quando questa donna rifiuta (comprensibilmente)di fare da mamma putativa, Mirko ha una crisi e il disagio aumenta. Perché la suocera non ha voluto fare la madre bis, come pensa Mirko? NO, perché l’ipocondria è il tentativo dell’anima di far andare Mirko oltre quel lutto avvenuto 36 anni prima: se cerchi ancora la mamma, sei ancora là… Quindi le crisi aumentano tanto più quanto Mirko cerca di raddrizzare la sorte, avere una compensazione: non c’è alcuna possibilità di guarire così.

Ma l’ipocondria “dice” anche altro, dice che Mirko non è solo l’uomo forte, che insegna arti marziali e che ama la “psicologia” dei fatti e non delle parole. È anche un ragazzo fragile e smarrito e infatti si è scelto una moglie che descrive “affettuosissima”… Il “bambino interiore” che lo abita sta chiedendo aiuto ma l’IO supponente di Mirko ancora interviene: “devi farcela da solo”! Forse, questa volta è il caso di non ascoltarlo, arrendendosi e facendosi dare una mano…

Se l’ansia è resistenza al cambiamento naturale

Ci sono dolori naturali: un abbandono, una crisi familiare, un’offesa. Bruciano, ma col tempo li superi e ti rendono più forte. E poi ci sono dolori artificiali: paludi di pensieri ossessivi, rimpianti, modelli ideali, sforzi senza fine e senza successo. Arrivano perché stai bloccando sul nascere le tue potenzialità.  Clara ha trentatre anni e arriva in lacrime in terapia. “Tre anni fa è morto mio padre e da allora sono disperata. Mi manca terribilmente. Sono sempre triste e depressa, a volte ho attacchi d’ansia. Soffro perché non sono stata la figlia che lui avrebbe desiderato. Non gli ho mai detto che gli volevo bene, e ora non posso più dirglielo.”

La psicoterapia è o dovrebbe essere il luogo in cui tutte le nostre convinzioni vengono meno: è necessario alla guarigione perché sono proprio quelle convinzioni a trattenere il dolore. Clara, del tutto identificata nel ruolo di figlia addolorata, ripercorre le tappe del suo percorso: l’infanzia con un padre adorato, molto immaginato e poco frequentato, sempre assente e lontano per lavoro; un’adolescenza inquieta e ribelle, con eccessi e comportamenti al limite; una giovinezza fatta di nuove lontananze e fugaci tentativi di riavvicinamento presto falliti tra scontri e litigi. Un rapporto profondo di amore e odio per quel padre affascinante e difficile. Poi la sua malattia, il desiderio di vicinanza mai espresso appieno, e infine la morte proprio quando lei era all’estero. E da allora il dolore e l’ansia, in apparenza inarrestabili.

Le convinzioni alimentano l’ansia

Non gli ho detto che lo amavo: quante persone passano anni rigirandosi in mente una frase del genere su un familiare defunto? Diventa un tarlo. Ma è una frase falsa. “Non gli ho detto che lo amavo”. “Pensa che lui non lo sapesse?», chiede lo psicoterapeuta a bruciapelo. Clara è spiazzata. “Ma sì, certo… Cioè… Non so… Sì, ovviamente lui mi amava…”. Ovviamente la amava. A un padre servono forse conferme? I conti in sospeso non sono mai con gli altri, sono con noi stessi. È da qualcosa dentro di noi che non ci siamo ancora congedati, è con noi stessi che è aperto il conflitto. Rendersene conto, di colpo, è un enorme passo avanti per Clara. Perché l’accusa che rivolge a se stessa, aver amato il padre in modo sbagliato, non sta in piedi. Esiste forse un modo giusto? Clara ha amato a modo suo, come sapeva fare. L’ha amato aggredendolo, perché quella era lei e quello era il rapporto tra di loro. Era un modo imperfetto di amare? No, era il suo. Era una figlia, non un peluche. E suo padre lo sapeva.

Liberarsi delle trappole mentali

Ci sono dei passaggi apparentemente logici che traformano il dolore naturale in sofferenza cronica. Funzionano così. Uno: sto male. Due: sto male perché è morto papà. Tre: sto male perché non l’ho amato come lui voleva. Quattro: sono una pessima figlia, una brutta persona. Cinque: devo cambiare, devo diventare buona. Sei: devo lavorare su di me, vado dallo psicologo.

Il dolore naturale finisce sempre, quello cronico lo costruiamo sopra noi, e può durare anni. Dopo tutto questo tempo, infatti, Clara non soffre più per il padre, non ha l’ansia per lui: quel dolore, quella Clara, non esiste più. Chi altro c’è al suo posto? Ricordiamo quello che abbiamo detto sopra: il dolore è necessario, è un parto in cui stai nascendo anche tu. Ecco: con la morte del papà tanto amato e detestato, doveva nascere la Clara adulta, la donna.

Ma Clara non volta pagina, qualcosa dentro di lei vuole restare all’infinito la bambina col senso di colpa. Suona l’ultima campana della crescita, ma lei si tappa le orecchie. L‘ansia che l’affligge allora non è quello per il papà: sono le sue doglie trattenute e rimandate. Clara trattiene la donna che deve nascere e non nasce. E più attribuisce il dolore a un fatto esterno, più si convince di stare male “perché non ho detto a papà che l’amavo”, meno vede che quell’evento doloroso è una tappa della propria metamorfosi.

Le manca se stessa

Non è il padre ciò di cui sente la mancanza: è la donna che non sta sviluppando. Ecco allora il compito: lasciar andare il padre per diventare donna. Come? In terapia si ricorre spesso alle immagini perché sono il linguaggio più profondo dell’anima, quello con cui le nostre idee possono interferire meno. Il terapeuta chiede spesso a Clara di immaginare il papà. E ogni volta emergono ricordi spontanei, immagini antiche avvolte in un’atmosfera magica. Appena si attiva l’immaginazione, le recriminazioni e il senso di colpa vanno sullo sfondo. Dapprima Clara è titubante, poi si abbandona sempre più a queste fantasie. Non sono ricordi dominati dal rimpianto, anzi: queste immagini preparano dentro di lei il futuro, attraverso di loro Clara accoglie dentro di sé l’energia paterna, quella forza universale “maschile”, determinata, legata all’affermazione di sé, che nella sua vita era stata incarnata dal padre, ma con cui ha sempre lottato. E una notte il padre le compare in sogno: è vestito con un abito a fiori e le sorride. Quando si sveglia Clara è felice e nello stesso tempo piange, e va avanti così per tutto il giorno. Da allora ha svoltato. Si sente forte, rinata. Un cambiamento che si riflette anche nella vita pratica: nuovo lavoro, nuova casa… Ogni tanto pensa al padre e lo fa con infinita dolcezza. Lui la viene ogni tanto a trovare in sogno e le sorride, da lontananze sempre più luminose.

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