Tratta te stesso come un essere speciale

Non trattarti come se fossi una cosa normale, una cosa qualunque, perché il modo in cui ti tratti influenza il modo in cui ti senti.

Se ti consideri uguale a tutti gli altri, se ti omologhi, distogli lo sguardo proprio da ciò che ti caratterizza, da ciò che fa la differenza. Ma uniformarsi significa annullarsi, considerarsi meno di niente.

Invece con ogni donna e ogni uomo viene al mondo qualcosa che non è mai esistito, qualcosa di primo e inimitabile. Da trattare come un miracolo. Da valorizzare. E di cui avere cura. Ciò che conta nella vita è la tua unicità: tienila sempre al centro del tuo sguardo e non potrai sbagliare.

Scelte convenzionali in amore: perché non funzionano

La storia di Anita, che scrive a Riza Psicosomatica per chiedere un consiglio sul da farsi con l’ex fidanzato, ne è la prova. I suoi desideri sembrano essere frutto di un’ideale più che di un bisogno e di una spinta interiore: “Sono stata fidanzata per un anno e mezzo con un ragazzo. Inizialmente andava tutto bene poi, durante la relazione, ho capito che il nostro rapporto per lui veniva sempre dopo i suoi hobbies e il suo lavoro e il tempo per la coppia era davvero poco. Ho provato a mollarlo ma lui, durante questi mesi di lontananza, ha continuato a cercarmi. Un giorno abbiamo deciso di vederci e mi ha chiesto scusa, ha detto di aver sbagliato tutto, di non volermi perdere e mi ha pregato di riprovarci. Io non so cosa pensare perché non riesco a capire se davvero vuole tornare con me o se lo fa solo perché si sente solo.” Anita ci offre pochissimi spunti per conoscere la sua storia eppure si tratta di una scelta indicativa. Invece che focalizzarsi sulla sostanza del rapporto, su quel che li ha uniti, parla unicamente di ciò che l’ha delusa: i tanti interessi ed impegni a cui l’ex partner si dedicava rubando tempo alla relazione. Ma quando stava con lei cosa faceva? Come l’amava? Quanta ricchezza ed emozione era capace di regalarle? E quanto lei a lui? Sono queste le cose che dovrebbero contare: ci sono coppie che vivono lontano e si vedono non più di 2 fine settimana al mese, eppure è talmente alto il valore di quel che condividono da non avere il minimo dubbio sul da farsi. Anita, al contrario, sembra più preoccupata di rispettare un copione dettato dall’esterno che non concentrata sulle sue di priorità. Inoltre, se il compagno è così impegnato perché dovrebbe sentirsi solo senza di lei?

In cima alla lista dei desideri metti te stessa 

A dimostrare il bisogno di Anita di conformarsi alle aspettative esterne, sia quelle implicite e strettamente culturali sia quelle esplicite della propria famiglia, sono le parole con cui prosegue la sua mail: “I miei genitori non sarebbero d’accordo se tornassi con lui perché dicono che mi ha fatto stare tanto male e che non vedono un futuro per noi e io purtroppo non riesco ad andare contro il loro parere anche se quando lo vedo e stiamo solo io e lui sto bene, nonostante il male che mi ha fatto.” Anita non ci dice la sua età ma sembra essere molto giovane; diversamente, non si spiegherebbe come mai faccia fatica a disattendere il parere dei genitori. Si intuisce una tendenza ad avvalorare opinioni altrui, prestando invece poca attenzione alle proprie. Da una parte, troviamo gli interessi del compagno e la preoccupazione di Anita che possano privare il rapporto del tempo necessario; dall’altra, le aspettative dei genitori che continuano a guidarla come fosse una bambina. E, in tutto questo, Anita dov’è? Dove sono e che ruolo hanno  le sue priorità, i suoi sentimenti, le sue intenzioni? Che cosa devo fare, ci domanda. Concentrati su di te, le rispondiamo!

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Difenditi dalle interferenze… di tutti!

È sempre più frequente sentire di figli adolescenti o giovani adulti che sono soliti condividere con i propri genitori opinioni e confidenze sulle proprie relazioni. Si tratta di un fatto privo di precedenti, almeno nella nostra cultura. Una volta, le famiglie venivano tenute allo scuro dei fatti privati e comunque, questi ultimi, non erano sbandierati ai quattro venti come succede adesso. Si trattava di una forma di riserbo che nasceva dall’eccesso di divieti che i genitori di allora erano soliti imporre, ma che si rivelava utile a proteggere se stessi e i propri rapporti dall’ingerenza inopportuna delle figure familiari e che aveva, come ulteriore esito, quello di rendere i protagonisti delle storie vissute maggiormente complici e consapevoli del proprio rapporto, favorendo, al tempo stesso una maggior abilità nel gestire problemi e frustrazioni. In questo modo, i rapporti iniziavano e finivano per questioni esclusivamente interne alla relazione stessa. Quello che suggeriamo ad Anita è proprio questo: imparare a tenere al riparo i suoi sentimenti e le sue vicende personali dallo sguardo e dai giudizi di chi è esterno a quelle vicende. I suoi genitori non possono sapere cosa lei desideri realmente. Tanto meno saranno in grado di comprendere come un rapporto apparentemente doloroso possa essere funzionale allo sviluppo della personalità. Fino a quando non sentirà che quel rapporto ha fatto il suo tempo ed è venuto il momento di dedicarti ad altro…

Tuo figlio soffre di ansia? Aiutalo…da lontano!

Si tratta di una conseguenza paradossale, considerato che si tratta delle persone che non vorremmo mai veder soffrire, eppure molti genitori non si accorgono che per crescere figli forti e capaci, a un cero punto, è indispensabile lasciarli andare. Un esempio concreto è quello di Adriana, madre di uno studemte universitario di 27 anni, che scrive a Riza psicosomatica per aiutare il proprio figlio a venire fuori da una serie di problemi fisici che lo tormentano da oltre due anni e gli stanno causando forti stati di ansia. Ecco il suo racconto “Probabilmente il malessere era presente già prima che me ne rendessi conto. Un intervento alle gambe è stato l’inizio di un forte stress, solo ora mi chiedo quanto possa essere stato difficile dire di no agli amici per una partita di pallone, perché non riusciva più a correre e via via risultava sempre più doloroso anche il solo camminare a passo svelto! Fortunatamente dopo visite, esami e sedute fisiatriche le gambe hanno ripreso a funzionare normalmente. Dopo pochi mesi, però, è iniziato un altro calvario: la celiachia, dopo un ingrassamento di ben 14 chili. Mi rendo conto che rappresenta una limitazione alla vita sociale, specie nei primi periodi della consapevolezza della malattia. Ma, purtroppo, i problemi non sono finiti qui. Mio figlio sta bene quando è in casa, ma, appena si prepara per uscire, affiorano problemi intestinali e comincia l’andirivieni con il bagno. Al stessa cosa accade se deve uscire con una ragazza, con gli amici, se deve fare un esame o un colloquio di lavoro: cade vittima dell’ansia. Da circa due mesi sta prendendo poche gocce di Lexotan prima di uscire di casa, ma le cose non sembrano migliorare. Come possiamo aiutarlo in famiglia? Sarebbe opportuno un percorso di psicoterapia?”

Spezza la connivenza per dire addio ai disturbi psicosomatici

Adriana è convinta di dover risolvere in prima persona i problemi di un uomo 27enne quando: al contrario, quell’ansia sembra il frutto di una “connivenza” patologica tra madre e figlio. Da una parte, il suo primogenito presenta un certo timore nell’affacciarsi alla vita con coraggio e autonomia; alla sua età, è ancora all’università e lamenta problemi intestinali chiaramente psicosomatici ogni volta che si trova a misurarsi con un compito adulto che mette alla prova la sua persona e le sue abilità. Dall’altra, Adriana usa un tono eccessivamente apprensivo per citare le difficoltà del figlio nel dover rinunciare a una partita di pallone. Non si tratta di un bimbo di 6-7 anni, ma di un adulto, perfettamente in grado di superare la frustrazione di un contrattempo causato da un temporaneo disturbo fisico. Stesso discorso per la celiachia, certamente un limite cui prestare attenzione, ma affrontabilissimo.

Smetti di intervenire sempre

Salta subito all’occhio il legame tra disturbi del figlio e il rapporto eccessivamente vincolante con la madre. I disturbi agli arti inferiori, infatti, parlano della difficoltà di andare avanti, ossia di stare in piedi da soli e di procedere autonomamente sulle proprie gambe. Allo stesso modo, il fatto che il ragazzo abbia preso 14 chili prima di scoprire di essere celiaco ci dice qualcosa sul suo stato psicofisico. Il sovrappeso ha spesso a che fare con il tentativo di mettere una distanza tra noi e chi ci sta vicino, a causa di un atteggiamento altrui vissuto come eccessivamente violento, controllante o soffocante. In ultimo, i problemi intestinali nell’affrontare esami o colloqui di lavoro ( una chiara somatizzazione d’ansia) denunciano il terrore di diventare grandi e assumersi le proprie responsabilità. Più ci ostiniamo a trattare figli adulti come fossero ancora bambini incapaci e bisognosi più li condanniamo ad aderire a quell’immagine che abbiamo scelto per loro. Si tratta di un classico esempio di profezia che si autoavvera, purtroppo, in negativo. La verità è che quando i figli crescono bisogna imparare a farsi da parte. Se siamo stati capaci di offrire loro adeguati strumenti emotivi, intellettuali e materiali per muoversi nel mondo con coscienza e competenza non dobbiamo fare altro che stare a guardare. Non significa mostrare disinteresse ma concedere ai propri ragazzi l’opportunità di sperimentare, facendo autonomamente le proprie scelte ed imparando dai propri errori. Solo in questo modo, li aiuteremo a crescere e a trovare liberamente la propria strada.

Cosa nasconde l’ansia di correre sempre

È quel che capita ad Antonio, 32 anni, che qualche mese fa è stato costretto a restare a letto una settimana a causa di una forte influenza. Subito dopo, ha iniziato ad accusare una sensazione di stanchezza che gli impediva di godere del tempo libero e di fare sport, sua grande passione: “dopo la mia solita mezza giornata lavorativa tornavo a casa per riposare, cosa molto strana, perché solitamente sono molto attivo. Ho fatto le analisi, ma non è spuntato nulla, allora ho iniziato a pensare che fosse un mio problema, da quel momento in poi ansia, una continua paura… Mi sono accorto mentre tagliavo un pomodorino che il mio corpo era li ma non lo era la mia testa, come se mi guardassi dall’esterno, ho iniziato a pensare di essere pazzo”. Antonio riprende a fare attività fisica ma dopo un paio di settimane è costretto a smettere per via del lavoro. Nel frattempo, ansie e paura si sono generalizzate: “come se avessi qualcuno dietro con il fiato al collo… i miei timori riguardano il denaro, come se non mi bastasse mai, e il mio futuro incerto, come se fosse tutto vano. Ho iniziato persino a temere di fare male a qualcuno. Vivo una confusione tremenda che mi porta fastidio anche nel fare le cose più banali….mi sono rivolto ad una psichiatra che, nel frattempo, mi ha prescritto un calmante”.

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Alt ad ansia e paure se nutri la tua anima

Quando non riusciamo a vivere passioni in sintonia con la nostra natura finiamo per dedicarci ad attività alternative, utili nel breve periodo a ingannare la mente ma inadeguate a nutrire l’anima. Come tutti i palliativi, che posticipano la soluzione dei problemi senza mai risolverli, alla fine, arriva il conto. Antonio dice di essere appassionato di sport ma ne parla in termini così generici da escludere si tratti di un professionista. Allo stesso tempo, il fatto che lavori solo mezza giornata ci fa supporre non sia un uomo in carriera. Non solo: il fatto che nel parlare del lavoro si limiti a menzionarne l’orario ci induce a credere si dedichi alla propria occupazione solo per dovere, senza particolare coinvolgimento. La cosa fa pensare, e a confermarlo, c’è il fatto che le sue paure e l’ansia riguardino proprio il denaro e il suo futuro incerto. Forse, non si è mai chiesto cosa gli sarebbe piaciuto fare davvero o non ha mai avuto il coraggio di inseguire i propri sogni, ma l’impressione è che lo sport sia per lui una semplice via di fuga per non trovarsi a fare i conti con le occasioni mancate o con qualcosa che dentro ha cominciato a scalpitare e, guarda caso, l’ha fatto non appena si è fermato. Del resto, il timore di perdere il controllo, di cui parla nella sua mail, è il risultato di una pressione eccessiva che sta cercando una via d’uscita. Dentro di lui qualcosa grida per essere ascoltato!

Vuoi ricominciare? Prova a tornare indietro

Certamente Antonio, come tutti i bambini, deve avere sognato di diventare qualcuno o qualcosa, ma poi? Cos’è accaduto? Ha scoperto qualcosa che gli interessava di più? E se è così, perché non l’ha seguita? Per scoprirlo gli suggeriamo un esercizio tanto semplice quanto potente che abbina domande ad immagini ed è ottimo per placare l’ansia. Per prima cosa, dovrebbe recuperare dalla memoria un momento in cui si è sentito particolarmente felice e appagato nel dedicarsi ad un gioco o a una qualsiasi attività, e poi provare a rispondere alle seguenti domane: dov’era? Con chi era? Che cosa stava facendo? Cos’è che più di tutto lo divertiva/incuriosiva? Che cosa gli veniva più facile e naturale? Una volta identificato quel momento, dovrebbe cercare di riviverne le precise sensazioni fisiche ed emotive, lasciando da parte i pensieri. Al buio, in un ambiente protetto in cui si sente a proprio agio, lontano dal caos della vita cittadina e da qualsiasi distrazione, può provare a chiudere gli occhi per calarsi nuovamente in quel preciso momento. Bastano 20 minuti al giorno; se saprà dedicarsi a questo esercizio per qualche settimana, non è escluso che progressivamente affiorerà dal profondo un’immagine chiave, più forte e trainante di tutte le altre, destinata a guidarlo oltre la confusione e l’ansia in cui è precipitato per indicargli finalmente la strada di “casa”.

Quando gli attacchi di pianto purificano dal dolore

Ci scrive Federica: “Ho letto mesi fa un articolo su Riza Psicosomatica che mi ha colpito. Diceva che che dobbiamo essere fluidi e mutevoli come l’acqua, che dobbiamo cercare il cambiamento e solo così possiamo dimagrire. Io vorrei tanto farlo, rinascere, liberarmi delle paure che mi prendono in alcune circostanze ed essere più serena e tranquilla. Ho perso mia mamma quando era ancora molto giovane, circa 10 anni fa. I primi anni sono stata comunque bene, sembrava che il dolore non mi avesse proprio colpito e ho continuato la mia vita come se nulla fosse. Poi un bel giorno ho iniziato ad avere dei cedimenti e sono iniziate le paure, le ansie e gli attacchi di pianto e sono ingrassata di parecchi chili. Sono sempre stata una ragazza forte, dinamica e con tanta voglia di fare. Voglio in tutti i modi ritornare a essere quella di prima! Da dove devo iniziare?”

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Le lacrime arrivano per soccorrerti 

A volte affrontiamo la vita con troppa forza e, prima o poi, arrivano i cedimenti, come ad esempio un attacco di pianto, a correggere il tiro per riequilibrarci. Non sono loro il problema, ma la durezza unilaterale ed esclusiva con cui ci poniamo, come se nulla ci toccasse. Quando un evento triste e traumatico ci colpisce, inizialmente tendiamo a negarlo e a continuare a vivere come se nulla fosse, finché un giorno, inevitabilmente si presentano gli attacchi di pianto, le ansie o le paure a farci tornare alla mente quello che ci è accaduto. Esattamente quello che è successo a Federica: i primi anni sono stati apparentemente facili, fino a quando sono iniziati gli attacchi di pianto. Il triste episodio che le è accaduto in passato è riaffiorato e lei si è ritrovata vittima di ansie e paure. Come se non bastasse, oltre alle lacrime, sono arrivati anche dei chili di troppo e lei non sa come uscire da tutto ciò…

Le lacrime che non piangi diventano chili

Per essere completi, forza e cedevolezza devono convivere in noi. Ecco il senso degli attacchi di pianto tanto temuti da Federica, in apparenza immotivati: sciolgono il dolore e lo portano finalmente via. E per fortuna che arrivano! Se accettiamo di vivere i momenti di fragilità, le paure, anche la sofferenza più acuta, come la morte di una madre in tenera età, potrà essere superata e metabolizzata. Al contrario, le lacrime non piante presto diventano chili, come è successo a Federica. Non dobbiamo cercare di diventare insensibili al dolore o non andrà mai via: al contrario dobbiamo percepirlo, viverlo a pieno e poi andare oltre. Altrimenti il cibo e il sovrappeso finiranno per diventare una pericolosa valvola di sfogo!

I ricordi parlano di quello che devi fare adesso

Qualche tempo fa avevamo parlato della storia di Barbara, una mamma in preda all’ansia e alla paura che possa succedere qualcosa alla sua famiglia. Dopo averle risposto, Barbara ha deciso di riscriverci per raccontarci un altro aspetto importante della sua vita: “Ritornando un po’ indietro coi ricordi, mi sono rivista bambina: ero nella cascina di campagna della signora che mi ha tenuta e cresciuta, in quanto i miei genitori dovevano lavorare. Stavo quasi sempre da sola: parlavo pochissimo perché non c’era nessuno che passasse un po’ di tempo con me e così esploravo, osservavo gli animali e le piante. Ero una bimba molto curiosa! Nonostante mi sentissi sola non ho mai opposto resistenza ad andare lì, perché sapevo che i miei genitori non potevano tenermi con loro. Quando poi sono andata a scuola, mi hanno portata in un asilo privato di suore e anche lì passavo interi pomeriggi da sola. Oggi che ho una famiglia mia, sento di non essere mai stata piccola ma sempre una donna adulta, matura e obbediente. So che non serve tornare indietro con la memoria e i ricordi, lo leggo nei vostri consigli che cerco di tenere a mente, ma credo che purtroppo se c’è stato un passato, quello non si cancella e in qualche modo fa parte di ciò che siamo oggi.”

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Non sei così per colpa del tuo passato

A tutti capita di pensare al passato e di riviverlo attraverso ricordi più o meno belli. Inevitabilmente attribuiamo loro una notevole importanza, come se il passato e quindi i ricordi potessero decidere quello che siamo e quello che siamo destinati a diventare. Ma non è così: il pensiero comune che la vita possa essere deviata dagli avvenimenti passati è da evitare. I ricordi, per quanto siano una parte importante della nostra vita, devono rimanere tali, senza intaccare il nostro avvenire. Quando compaiono, è solo per “parlarci” della nostra vita di oggi, di quel che dobbiamo fare adesso. Barbara ci racconta di aver vissuto un’infanzia solitaria, di aver passato la maggior parte dei suoi giorni a giocare da sola, a curiosare e a scoprire il mondo senza poter parlare con nessuno, dovendo crescere molto in fretta pur essere soltanto una bambina. È quindi normale pensare che il passato l’abbia fatta crescere in un determinato modo e che oggi è la donna che è per quello che le è successo, ma non è così. Gli eventi della vita hanno solo “accelerato” un processo di maturazione che l’avrebbe comunque portata lì dove è ora: quella bambina solitaria è oggi una donna autonoma e la solitudine di allora è stata la propedeutica alla vita di oggi! 

I ricordi “vogliono” che tu viva adesso

Un consiglio che possiamo dare a Barbara è quello di guardare ai ricordi senza giudizio, né rimpianto, né rammarico: nessuno le restituirà la sua infanzia ma i ricordi vengono, oltre che per iò di cui abbiamo parlato, anche per farle guardare con uno occhi teneri la bambina che era e di lasciarla lì. La solitudine che Barbara ha dovuto affrontare da piccola ora le serve: come ci raccontava nell’altra lettera, la sua famiglia sta valutando di aprire un’altra sede di vendita del loro negozio di giardinaggio lontano da casa e dovrebbe gestirla lei.  La solitudine e l’indipendenza che Barbara ha dovuto conoscere da piccola, ora sono le sue migliori alleate: questo lavoro è una grande opportunità, non un ostacolo. Lei sa stare da sola e ha già avuto modo di dimostrarlo, ora deve solo mostrarlo a sé stessa!

Sei in crisi? Prova a non fare niente!

Mara ha 32 anni e da qualche tempo sta con un nuovo compagno, separato con due figli piccoli. Ogni volta che lui ha con sé i bambini trova il modo per vederla unicamente fuori casa inventando ogni volta una scusa diversa. Mara porta il problema al terapeuta con cui aveva iniziato un percorso qualche mese prima di incontrare l’attuale partner: “avevo l’impressione che la mia presenza dentro casa lo disturbasse, quasi temesse di alterare l’intimità del focolare domestico con l’arrivo di un’estranea, a tal punto che, anche nel pieno di un acquazzone, ha preferito proporre un cinema dove portare i bambini piuttosto che stare tutti e 4 dentro casa a giocare sul tappeto o a vedere la tv, scelta che mi sarebbe sembrata assai più logica….” Mara prosegue dicendo che lui aveva sempre negato di averlo fatto per disinteresse nei suoi confronti ma solo per tutelare l’emotività dei figli che avevano vissuto da poco la separazione dei genitori, eppure lei non gli crede e ne soffre: “Mi faceva sentire una compagna di poco conto… da non portare in casa proprio perché i figli non si abituassero a una figura che sarebbe comunque di passaggio…. Più avvertivo questa sensazione più lo tartassavo, lui si schermiva e si finiva a litigare.” Un bel giorno però, Mara si accorge del falso problema in cui si stava impantanando e comincia a soprassedere. In terapia, Mara impara una strada diversa, scegliendo di astenersi da ulteriori discussioni. Il problema svanisce e, nel giro di pochi mesi, Mara viene invitata regolarmente a casa del compagno anche in presenza dei figli…

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Difendi l’amore dai luoghi comuni

Ad aiutare Mara ad uscire dal circolo vizioso in cui si era cacciata sono poche domande chiave formulate dal terapeuta che, come abbiamo letto, dedica le successive sedute alla comprensione profonda del suo malessere. In breve tempo, Mara confessa di aver iniziato a sentirsi insicura in seguito alle parole di alcune amiche a cui aveva confidato la sua nuova relazione. In particolare, nel riferire del rapporto tra lei e i figli del partner, le amiche avevano sollevato la questione della sua legittimazione: “Se preferisce non condividere con te l’intimità familiare vuol dire che non è innamorato o non è ancora convinto della scelta fatta”. Erano bastate queste poche parole a gettare Mara nello scompiglio. A dimostrarlo, il fatto che, quando il terapeuta la fa riflettere sull’andamento del rapporto fino a quel momento, lei stessa riconosce che non vi erano mai stati problemi.  Adesso, invece, illazioni e congetture formulate a casaccio (senza conoscere né il partner di Mara, né i particolari della sua separazione) da figure esterne avevano innescato un meccanismo dannoso e perverso. Il bisogno di disattendere le previsioni delle amiche e di sentirsi legittimata agli occhi dei figli stava rischiando di rovinare una relazione che di per sé non presentava alcun problema. Questo episodio dimostra come i pareri esterni siano in grado di condizionarci persino negli ambiti più intimi, tanto da arrivare a compromettere dinamiche ed equilibri relazionali che, diversamente, troverebbero la strada per evolvere e prosperare in modo naturale.

Se l’amore vale lascialo crescere in silenzio

La frase “il silenzio è oro” illustra pienamente il grande valore della riservatezza, sia come stile personale che come scelta contingente. Ogni volta che teniamo a qualcosa e riteniamo che meriti cura ed attenzione sarebbe bene garantirle uno spazio vitale protetto e silenzioso, preservandola dagli sguardi e dalle interferenze altrui. La natura ce lo insegna: il seme che fa la pianta cresce nel buio e nel silenzio, gli uccelli fanno il nido sulle alture e nei luoghi più protetti dell’ambiente cosicché le uova arrivino a schiudersi in tutta sicurezza. Il silenzio, infatti, consente alle potenzialità intrinseche presenti in natura di esprimersi pienamente senza incontrare deviazioni. L’uomo che sa stare in silenzio e fare il vuoto intorno a sé, incontra se stesso e, in questo modo, si conosce. Chi vive, al contrario, col cellulare sempre appresso, la tv a tutto volume o perennemente al PC non può che “soccombere”, bombardato da migliaia di stimoli, opinioni, giudizi e stati d’animo esterni che inquinano inevitabilmente la sua energia vitale. Nei rapporti sentimentali succede lo stesso: chi si lascia andare ad eccessive confidenze, rivelando all’esterno le proprie esperienze, spoglia la relazione di quell’alone di mistero, sacralità e riservatezza che garantisce al rapporto il suo valore e la sua autenticità.

 

Se perdi la bussola è un giorno felice

Una delle trappole più insidiose della mente umana consiste nel farci credere di essere speciali. Quante volte guardiamo il nostro partner e pensiamo che sia speciale? Allo stesso modo i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici… ma nessuno lo è davvero! Ognuno di noi ha la propria unicità, la propria natura, le proprie caratteristiche che lo contraddistinguono dagli altri, ma questo non significa essere “speciali”.

Letizia, una giovane lettrice di Riza Psicosomatica, ci scrive in preda allo sconforto, perché le sembra che niente sia abbastanza: “Sono in balia di non so cosa, non sono padrona della mia vita. Ho studiato filosofia ma dopo una breve esperienza di insegnamento, cosa che sognavo fin dapiccola, ho capito che quello non era abbastanza per me: ogni mattina, tutti i giorni, facevo lezione e poi tornavo a casa. Dov’eravamo io e la mia creatività? Così sono andata a lavorare in un negozio di animali, spinta da una grande passione e dall’idea di un lavoro più divertente, ma in breve tempo ho perso l’entusiasmo. Anche qui tutti i giorni sono uguali, io non faccio la differenza e le mie potenzialità non vengono sfruttate, che sia io o che sia un altro è uguale.”

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Non sei speciale, sei unica

Nella lettera di Letizia salta all’occhio la parola “io”: lei pensa di essere speciale e di dover a tutti costi fare qualcosa di altrettanto speciale. Qualsiasi lavoro non va bene e dopo breve tempo la annoia perché non le sembra mai abbastanza per le sue capacità e così si ritrova eternamente insoddisfatta. La sua passione era la filosofia, l’insegnamento il lavoro che ha sempre sognato fin da bambina, ma nonostante questo, ha deciso di lasciare questa strada perché routinaria e non abbastanza “speciale”. La sua email continua così: “Caratterialmente ho un’empatia esagerata, capisco le persone e so che potrei spaccare il mondo ma non so da dove partire. Penso di non sentirmi a posto in questo mondo e adesso ho paura di scegliere perché in passato non ho mai trovato ciò che cercavo. Vorrei solo svegliarmi felice, non vedere l’ora di rendere la giornata fantastica con i suoi imprevisti. Ho perso la bussola e non so come fare per stare bene ed essere felice.

Non sei qui per nessuno se non per te stessa

Letizia dice di dover trovare un posto in questo mondo ma l’unica cosa che dovrebbe fare è perdersi. Sì, perdere la bussola per potersi ritrovare, riscoprire le sue passioni e seguirle, appassionarsi, seguire la sua natura senza farsi frenare dall’idea che tutto non è abbastanza per lei. “Non mi sento a posto in questo mondo” dice Letizia. Ma il mondo non è qui per lei e soprattutto lei non è qui per seguire schemi secondo cui il lavoro deve essere come si è imposta, ma per scoprire la sua unicità: solo uscendo dall’idea che tutto non è mai abbastanza e che tutto deve essere perfetto come lei ha in mente, Letizia potrà finalmente ritrovare la felicità.

Strapparsi i capelli: perchè?

Ci scrive Silvia: “Da un anno a questa parte ho un problema che non so come risolvere, ogni volta che sono nervosa, agitata o ansiosa perché devo prendere una decisione oppure perché mi trovo in una vita che non mi appartiene, incomincio a manipolare i capelli e inizio a staccarmeli e più si staccano dalla radice, più ho l’impulso di staccarli. Ho percepito che mentre lo faccio, mi accanisco quasi come fosse una sorta di punizione perché non ho la forza di reagire. Il fatto è che non riesco a smettere e non so come fare. Non ho ancora fatto danni evidenti ma in certi punti i capelli sono più radi.

I capelli sono come i pensieri, ma non solo…

In psicosomatica, i capelli hanno tre diverse interpretazioni simboliche: principalmente rappresentano i pensieri, per l’evidente fatto che, come questi ultimi, escono dalla testa ed è quindi intuitiva l’analogia. Un’altra interpretazione interessante la regala il mito ebraico di Sansone, la cui forza risiedeva proprio nei capelli. Infine, i capelli, principalmente, femminili sono da sempre un’icona di fascino e seduzione, ma non solo: la tonsura dei capelli degli ordini monacali di ogni tempo e luogo segnala che le religioni, da sempre sensibili al linguaggio simbolico, ritenevano che per accedere a certi livelli di elevazione spirituale si dovessero superare certe pulsioni e certi desideri “terreni” e che per farlo fosse necessario liberarsi anche di quel che nel corpo rappresentava quei desideri, appunto i capelli. Si può anche aggiungere che l’acconciatura dei capelli, la pettinatura, il taglio, la tinta sono elementi strutturali del modo di porsi di uomini e donne di fronte al mondo, specialmente in giovane età: pensiamo ai Teddy boy con la brillantina del dopoguerra, ai capelloni del 1968, ai punk di dieci anni dopo e l’elenco potrebbe continuare a lungo…

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Eros e aggressività repressi, ecco la chiave

Se tutto questo è vero, che senso ha il gesto autolesionista di strapparsi i capelli (tricotillomania, in termini “tecnici”)? Una possibile chiave di lettura è la seguente: io percepisco dei pensieri dentro di me che giudico indegni, immondi o sbagliati. Non posso liberarmene poiché non si comanda a un pensiero di sparire e quindi mi accanisco sui capelli, che come abbiamo detto rappresentano simbolicamente proprio quei pensieri. Magari si tratta di desideri erotici che ritengo sporchi (i capelli femminili vengono coperti dalle culture islamiche perché considerati simbolo di strumento di seduzione, ma ciò accadeva anche in molte parti del nostro paese fino a pochi anni fa), oppure lo strappo ha a che vedere con un’aggressività che temo e voglio reprimere e quindi faccio come Sansone, o meglio come Dalida, che nel mito rasò l’eroe ebraico privandolo della forza.

Cosa fare per uscirne

Quel che suggeriamo a Silvia è di riflettere su queste possibili chiavi di lettura, per vedere se ci trova delle affinità con la sua storia personale. Per prima cosa però, deve abbandonare l’idea che lei si accanisca sui capelli perché non ha la forza di reagire. Così si va fuori strada: ogni disturbo psicosomatico va anzitutto osservato e non giudicato, altrimenti si aggraverà, come infatti sta accadendo a lei. Una buona strada in questi casi è intraprendere un percorso di psicoterapia a indirizzo psicosomatico, la più indicata per affrontare e risolvere disagi di questo tipo.

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