Ho una relazione con due uomini e non so scegliere: che fare?

Ci scrive Luciana, lettrice di AntiAge, alle prese con un problema di cuore:

“Da due anni sono divisa a metà: sono sposata con un uomo con cui ho una grandi affinità, ma la passione con gli anni è sfumata. E ho una relazione con un amante, con cui passo momenti di fuoco, ma fuori dal letto c’è poco in comune. Mio marito non sa nulla, solo l’idea di farlo soffrire mi fa sprofondare di vergogna… Così tormento le amiche ma non risolvo nulla, non decido…”

 

 

Come la rosa anche tu sei unica

La rosa non sa niente del suo esser rosa, eppure il suo profumo è inconfondibile, diverso da tutti gli altri.
Quando arrivano i disagi allora non chiederti il perché, domandati invece: dov’è finita la mia unicità? Se la perdi non puoi che star male! Diventi come una rosa che vorrebbe essere un ciclamino e soffri perché non ce la fai.
Ma tu hai già tutto ciò che ti serve per essere felice. A volte però non lo vedi: è solo questo il problema.

Segui sempre la tua natura: se sei una rosa, fai la rosa. Allora può arrivare il vento e il gelo, ma niente può farti smarrire, perché stai realizzando te stesso.

La depressione se ne va quando ritrovi te stesso

Sergio, a causa di una depressione che lo accompagna ormai da tempo, decide di andare in terapia e, con un viso triste e un tono di voce spento, racconta: “Soffro quasi quotidianamente di mal di stomaco, nausea, non ho mai appetito e starei tutto il giorno sdraiato sul divano, sotto una coperta. Ho paura di fare qualsiasi cosa. Lavoro in un’azienda, nell’area vendita e contatti coi clienti e dovrei essere sempre vivace, sorridente, convincente… Esattamente il contrario di come mi sento. Sono entrato in questa società grazie a mia madre, ci lavorava lei e aveva un’ottima fama. Così mi sono sentito in dovere di mantenere alto il valore del suo nome, ma a me non è mai piaciuto questo lavoro. Forse avrei potuto apprezzarlo di più se non fosse stato un obbligo ma mia madre è sempre stata un generale con noi figli, mi ricordo che già alle elementari pretendeva che io portassi a casa sempre voti alti.” Sergio ha avuto la prima crisi di depressione cinque anni fa, due dopo essere entrato in azienda. Si era rivolto a uno psichiatra che lo aveva “bombardato”, come dice lui, di antidepressivi che, bene o male, lo avevano rimesso in piedi ed era tornato al lavoro…

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La depressione arriva per salvarti

I sintomi della depressione sono spesso l’occasione per dire no a scelte esistenziali che ci sono state imposte in passato, magari senza che ce ne rendessimo conto, ma che non ci sono più affini. “Ora sto riprendendo quei farmaci, ma non mi fanno più nulla. Cosa posso fare per tornare a vivere? Sono sposato da quattro anni con una donna paziente, ma ora è stanca di vedermi così. Vorrebbe un figlio e temo che se non cambierò, mi lascerà. Cosa posso fare per ritrovare la mia voglia di vivere?” Sergio continua: “Ricordo che da piccolo, prima di andare a scuola, ero una peste e mi divertivo un mondo a fare finta di essere un cantante e un clown. Poi sono arrivati i compiti, i doveri e le sgridate della mamma che mi hanno spaventato e spento. Ho cominciato a chiedermi: se non mi accetta mia madre, come fanno ad accettarmi gli altri? Purtroppo adesso sul lavoro è un periodo nero e io mi sento sempre più una nullità.”

La vera soluzione… sei tu!

Che cosa può fare Sergio per liberarsi dall’idea di non essere sufficientemente veloce e vincente? La terapeuta lo porta a riflettere sul Sergio bambino, allegro, creativo: come si può riportarlo a galla anche nel presente, senza pensare che qualcuno lo critichi? Cosa gli piacerebbe fare oggi, fuori dagli schemi quotidiani normali che lo hanno spento? Dopo qualche seduta da questi suggerimenti, Sergio confessa: “Prima di tutto, ho iniziato a lavorare più lentamente e a darmi un po’ più di tempo per chiacchierare con i colleghi di cose allegre e futili. All’inizio mi hanno guardato con meraviglia, come se non fossi più io. Così le ore in ufficio non sono solo noiose e buie. Con mia moglie ho cercato di essere un po’ più adulto e meno figlio, come mi accusava di essere lei, e abbiamo ripreso anche rapporti sessuali più soddisfacenti. E poi, invece di concentrarmi su come risolvere i miei problemi, mi sto buttando nel fare cose che mi piacciono, in cui mi sento davvero io. E sto meglio!” Se continuerà per questa strada, anche la depressione, assolta la sua funzione, se ne potrà andare…

L’amicizia vive solo nell’indipendenza reciproca

Che cosa significa essere indipendenti? Semplicemente tagliare gli ormeggi che ci tengono ancorati.  Ciascuno di noi è come una barca che deve poter seguire liberamente la propria rotta: si deve avere il giusto spazio di manovra, senza perdere di vista gli altri scafi. Certo, una barca può procedere appaiata a un’altra, ma dev’essere una scelta libera che facilita la navigazione a entrambe. Se invece procedere in questo modo porta nelle secche, o una delle due deve sempre trainare l’altra, la situazione può diventare pericolosa. Lo hanno capito Miriam e Silvia, il cui legame di amicizia era diventato quasi un rapporto di lavoro, tanto l’una si era subordinata all’altra. Miriam è quella affascinante, intraprendente, introdotta negli ambienti della Milano intellettuale e modaiola. Silvia al contrario è un’impiegata, un po’ dimessa, che non si sente adeguata. Nonostante questa differenza, le due sono inseparabili, ma il loro rapporto di amicizia è del tutto particolare. Miriam spesso tratta Silvia quasi fosse la sua segretaria: non solo le chiede favori per questioni di lavoro e di cuore, ma spesso le affida vere e proprie commissioni, sempre con il sorriso sulle labbra e il suo charme irresistibile…

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Quando l’amicizia diventa dipendenza…

Silvia non si ribella, pare addirittura lusingata, pensa che senza un’amica così non potrebbe vivere certe esperienze e conoscere personaggi interessanti. Come in ogni rapporto di lavoro subordinato, il dipendente ottiene una remunerazione: in questo caso la riconoscenza dell’amica e l’accesso a un mondo esclusivo. Ma questo “ricatto” è proprio ciò di cui occorre sbarazzarsi. Qualcuno potrebbe domandarsi: ma se va bene a tutte e due, che c’è di male? Silvia, in realtà non è felice, perché non vive una vita sua, non ce l’ha. Ma in tutti i rapporti squilibrati, prima o poi arriva un momento di ribaltamento in cui chi in apparenza sta sotto si evolve, cresce, matura. Un giorno, Silvia si ammala: la varicella la costringe a casa e Miriam non va nemmeno a trovarla, con la scusa del contagio. Per la prima volta da molto tempo Silvia ha dei momenti tutti per sé: legge, disegna e, per vincere la noia, invia curricula a numerose aziende. Una volta guarita sostiene un paio di colloqui: uno va bene e da un giorno all’altro si ritrova a lavorare in un ambiente giovane e frizzante, dove conosce molte persone. Ma invece di gioire per l’amica, Miriam pare indispettita, lancia frecciatine, si lamenta…

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La svolta che salva 

Silvia è rinata e inizia a rendersi conto della natura della loro relazione, ma decide di affidarsi semplicemente alla vita, che pare allontanarla da Miriam e dal suo mondo. Quest’ultima reagisce malissimo alla nuova situazione e l’accusa: “Dopo tutto quello che ho fatto per te! Sei un’ingrata!” Litigano e Silvia, sorprendendosi di sé stessa, non solo non chiede scusa, ma risponde a tono. Dopo qualche settimana, Miriam cerca la vecchia amica, chiedendole di rivedersi: se il rapporto era malato, lo era per tutte e due, perché la dipendenza è per sua natura reciproca. Non era solo Silvia a dipendere da Miriam, ma anche il contrario e quel legame morboso era diventato dannoso per entrambe. Le difficoltà arrivano sempre perché hai fermato la navigazione e sulla nuova rotta, Silvia ha trovato sé stessa e il suo ritmo esistenziale. Che altro è l’indipendenza se non seguire le proprie coordinate naturali? Oggi Miriam e Silvia si frequentano con piacere, senza alcuna seconda finalità, perché la vita non è un dare per avere, ma un attingere continuo dal tesoro inesauribile che è dentro di noi…

Il bene e il male vivono assieme dentro di te

Noi siamo il buio e la luce, il caldo e il freddo, il dolce e l’amaro, la fata e la strega, l’uno e l’altro…

In noi vivono sempre gli opposti: non c’è passione senza freddezza, o generosità senza una dose di egoismo.
Quando pretendiamo di essere una cosa sola, allora iniziano i guai. Se lottiamo contro uno dei nostri aspetti, se ad esempio vogliamo essere “solo buoni”, iniziamo a recitare, diventiamo finti, delle caricature. E il lato opposto, che abbiamo nascosto, prima o poi si fa sentire creando disagi e sofferenza.

Quando invece impariamo ad accogliere tutti i lati del nostro essere, senza giudicarli, allora diventiamo completi e stiamo bene.

Smetti di giudicarti

Perché siamo sempre duri con noi stessi?
Perché passiamo il tempo a valutarci, a criticarci a fare paragoni tra noi e gli altri?

Una rosa non si fa domande, non si giudica e non ha obiettivi, eppure fiorisce.
Noi invece passiamo il tempo a chiederci cosa pensano gli altri di noi, se andiamo bene, se siamo a posto, ci domandiamo se siamo stati troppo freddi o troppo appassionati, cerchiamo di migliorarci, di somigliare a modelli estetici, di comportamento, di successo…
È una corsa affannosa che non porta a nessun risultato perché, per quanto possiamo perfezionarci, non ci liberiamo mai dalla spada di Damocle del giudizio.

La rosa non si fa domande e non ha obiettivi: non fa altro che sviluppare il proprio seme. Spegni il giudizio e come lei anche tu potrai fiorire.

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