Talento: chi lo fa fruttare e chi lo spreca

Se lo sai riconoscere, il talento ti cambia la vita

Il talento è una risorsa di tutti, che non tutti sanno di avere. Come scoprirlo dentro di sé? Per prima cosa liberandosi dei luoghi comuni che lo riguardano: non è un abilità eccezionale, non occorre faticare per conquistarlo, non c’entra col successo o col denaro, non è un privilegio di pochi, non ha età. Il talento è l’energia creativa che sa realizzare la vera natura di ognuno di noi. Ma come si comporta una persona vicina al proprio talento? E come vive chi non sa di averlo oppure non riesce a trovarlo? Abbiamo preparato due identikit; confrontateli per vedere quanto siete vicini o lontani dalla vostra natura più autentica, quindi dal vostro talento.

Chi coltiva il proprio talento

  • Lascia spazio alla creatività
    Non inducendo in percorsi obbligati, conserva una mente libera e progettuale
  • Si ammala poco spesso e guarisce in fretta
    Vivere appieno la propria vita rafforza il sistema immunitario che si mantiene vigile
  • Usa poco il ragionamento, segue l’istinto
    Si fida di sé stesso e delle sue sensazioni, fuggendo i ragionamenti troppo cerebrali e le spiegazioni ad ogni costo
  • Cura la propria interiorità
    L’atteggiamento mentale è determinante: il suo sguardo “sa” rivolgersi dentro se stesso
  • Vive nel presente
    Il corpo vive nell’adesso; così le emozioni. Così il talento autentico
  • Ama il gioco e rimane sempre un po’ bambino
    Da piccoli la creatività sgorga spontanea., Giocare con la vita ogni giorno è il talento più grande.
  • Cura l’alimentazione evitando tutti gli eccessi (anche quelli salutistici)

Chi spreca il proprio talento.

  • Pensa di conoscersi a fondo, di sapere tutto di sé
    Si giudica con sicurezza  e con severità. Così non conosce se stesso e nemmeno gli altri
     
  • Si ammala spesso di piccoli malanni
    Vive in un mondo che non gli appartiene e le difese immunitarie inevitabilmente s’indeboliscono
     
  • Si arrovella nei ragionamenti per capire tutto.
     
  • Dà poco spazio agli istinti e alle emozioni. Si identifica nei ragionamenti perdendo di vista se stesso.
     
  • Non ha un buon rapporto con l’interiorità, tende a fuggirla.
    Non ama molte parti di se  e detesta guardarsi dentro, principalmente per paura. Così il talento continua a fuggire.
     
  • Pensa spesso alla morte e la teme.
    Si aggrappa ai ricordi oppure ai programmi per il futuro. Si lega alle cose, agli affetti: vive di attaccamenti che tengano lontana l’idea della morte, che lo terrorizza
     
  • Mangia male, in modo disordinato.

I sogni: l’intelligenza notturna

Che cosa sono i sogni?

Nel sogno spazio e tempo perdono il loro abituale valore, le leggi della logica si allentano e cedono il posto a una infinita libertà espressiva grazie alla quale il sogno si avvicina a un prodotto creativo. Ma cosa sono i sogni, e perché sogniamo? Il tema ha affascinato l’uomo da sempre.

Secondo la neurobiologia, i sogni sono un modo singolare che il nostro corpo utilizza per tenere “allenato” il cervello. Secondo le antiche tradizioni invece, i sogni sono messaggi mandati dagli dei. Per la psicologia e in particolare per la psicoanalisi, il valore dei sogni risiede soprattutto nella loro dimensione simbolica piuttosto che energetica. I sogni sarebbero l’espressione di pensieri e sentimenti che di giorno evitiamo, ma che nei sogni emergono sia pure camuffati, poiché da essi continuiamo a difenderci.

Sigmund Freud: i sogni sono desideri inconsci

Secondo Freud, fondatore della psicanalisi, i sogni sono l’espressione di desideri rimossi, cioè un modo inconscio per esprimere le nostre pulsioni sessuali e aggressive censurate dalla coscienza perché ritenute moralmente pericolose. Freud fu il primo a utilizzare l’interpretazione dei sogni come strumento terapeutico. Grazie a questa tecnica, utilizzata a tutt’oggi, sarebbe possibile accedere all’inconscio, al materiale rimosso per poterlo analizzare e rielaborare.

Carl G. Jung: i sogni appartengono a tutti noi

L’impostazione di Jung, fondatore della psicologia analitica, è piuttosto diversa da quella di Freud. Per Jung i sogni sono l’espressione di un “inconscio collettivo”, ossia di quel patrimonio di simboli e d’immagini “archetipiche” (cioè primordiali e appartenenti alla specie) che tutti gli uomini condividono. La loro forza risiede nel loro essere portatori di un sapere profondo, illuminante, capace di trasmettere saggezza ed energia.

I sogni: la visione psicosomatica

Per spiegare i sogni il punto di vista psicosomatico, bisogna ricorrere a un paragone un po’ strano, ma di grande fascino: quello tra l’uovo e il cervello, o tra uovo e scatola cranica dell’uomo. Come l’uovo è composto da tre parti, una interna, una in mezzo e una superficie, così il cervello produce da tre differenti “postazioni”, tre tipi di sogni diversi. Ci sono i sogni del guscio, che hanno origine dalla teca cranica, la parete che protegge il cervello. Si tratta di sogni di scarto, che smaltiscono tutte le informazioni inutili assorbite durante la giornata che finirebbero per ingolfare la mente. Quando ci capita, per esempio di ripercorrere nel nostro riposo notturno la lite da poco avuta con il partner, ci troviamo a confronto proprio con questo tipo di sogni.

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Ci sono altri sogni più “nutrienti”, che sono definiti “i sogni dell’albume”. Nascono nella materia grigia, luogo di rielaborazione del vissuto a un livello più generale. Sono i sogni che ci pongono di fronte ai nodi irrisolti della nostra esistenza, alle decisioni da prendere, o che considerano a mo’ di bilancio la strada fin lì percorsa. Spesso questi sogni ci fanno intuire soluzioni cui non avevamo pensato a situazioni personali, o gettano una luce nuova sulla nostra esperienza quotidiana. Fanno parte di questa categoria tutti i sogni in cui appaiono i simboli più classici: topi, ragni o serpenti, ascensori e scale, terremoti, mareggiate e incendi, principi azzurri, streghe, fate e vecchi saggi, oppure passeggiate in volo sulla città, piuttosto che “cadute libere” da vertigine. Rientrano nei sogni dell’albume anche quelli ricorrenti.

Infine ci sono sogni che nascono dal centro del cervello (la zona ipotalamo-ipofisiaria). Sono i “sogni del tuorlo”, quelli in cui il nostro progetto personale, la nostra identità “di specie”, è nutrita dall’energia proveniente dalle immagini archetipiche e collettive, come accade ad esempio nei cosiddetti sogni premonitori. Il caso più comune è quello di sognare una persona lontana di cui, poco dopo, puntualmente riceviamo notizie. Si tratta di sogni attraverso i quali ci affacciamo su una zona arcaica, sulla memoria originaria dell’uomo conservata nel profondo della biologia, su una sorta di “sapere naturale” antico, che ci permette di stabilire analogie e collegamenti del tutto impossibili ricorrendo alla normale razionalità tipica dello stato di veglia.

Quando i bambini sono felici?

I tuoi bambini sono felici?

Quando i nostri figli sono veramente felici? Difficile dirlo, perché noi stessi siamo sempre meno consapevoli delle nostre gioie e perdiamo sempre di più la capacità di accogliere l’incanto delle piccole cose. I ritmi, i doveri della società, il linguaggio “adulto” che ci portiamo dietro ci fanno giudicare i nostri figli secondo uno sguardo adulto.
Come possiamo allora riconoscere davvero la felicità nei bambini, magari nei nostri figlii?

Quando i bambini sono felici?

I bambini sono felici quando…si incantano

Uno dei primi segnali per vedere se tuo figlio è un bambino felice è il fatto che s’incanta spesso. “Incanto” è una parola che viene di frequente usata nelle favole. Ha in sé il valore di “perdersi” altrove e di rimanere attaccato a qualcosa che ci lascia senza parole. I bambini sono più bravi di tutti ad incantarsi e questo è proprio il primo sintomo di felicità. Negli adulti questo accade ancora nella prima fase dell’innamoramento quando il mondo “cambia” e la persona che ci ha catturato appare come qualcosa di straordinario.

I bambini sono felici quando…non seguono l’orologio

Altro elemento da tenere presente è che i bambini stanno bene se “non hanno l’orologio”. Noi adulti impostiamo la nostra giornata su obiettivi e ritmi ben precisi. Per i nostri bambini non è così: per loro perdersi significa entrare nella loro dimensione che è quella del gioco. Quando li vediamo “altrove” sta succedendo una magia: mai disturbarli, mai infrangere il loro “esplorare” perché quello che stanno intraprendendo è già il viaggio della felicità.

I bambini sono felici quando…giocano tanto

Proprio il momento del gioco è il terzo punto fondamentale per capire se nostro figlio è felice. Questo è uno dei pochi contesti dove spontaneità e incanto si fondono senza interruzioni e in questo spazio si costruiscono benessere e felicità. Quindi è importante osservare se il vostro piccolo gioca tanto perché significa che è felice.

I bambini sono felici quando…ridono senza motivo

Altro indicatore della felicità dei nostri figli è il loro sorriso. I sorrisi dei nostri bambini nascono e muoiono in un secondo, arrivano magari dopo pianti disperati e senza niente che li abbia provocati, oppure nascono per quelle piccole cose che a noi adulti sembrano “normali”. Sapere che nostro figlio ride spesso può essere una buona garanzia della sua gioia.

I bambini sono felici quando…sono curiosi

Altro aspetto da non sottovalutare è la curiosità: è buon segno infatti se i bambini fanno tante domande, se esplorano qualsiasi anfratto della casa, si arrampicano e vanno nei luoghi più impensabili. I bambini felici sono curiosi e sono sempre guidati da un’anima pronta alla felicità. Bloccare la curiosità, l’insistenza indomabile dei più piccoli, ma anche semplicemente il loro istinto a esplorare, è togliere nutrimento alla spensieratezza.

A tavola: gioie e capricci

Ultimo punto, ma non meno importante, è il comportamento dei piccoli a tavola. Quando esultano e sono entusiasti perché magari c’è il loro piatto preferito è sintomo di una predisposizione alla gioia da non screditare. Teniamo presente, poi, che i capricci a tavola di un bimbo costituiscono una parte vitale importantissima, un piatto che non gli piace o che pensa di cattivo sapore e le conseguenti proteste sono uno specchio di un’irruenza e di una forza altrettanto positiva. Così il momento del pasto può diventare un ottimo punto di osservazione, mai di giudizio, dove le potenze vitali del bambini si mostrano, lasciando intravedere una felicità sempre pronta a esplodere.

Gelosia: quando il passato del partner è un’ossessione

La gelosia del passato

La gelosia è un sentimento che prima o poi ognuno di noi prova nella vita di coppia. Se il bersaglio però è il passato del partner, può diventare un’ossessione che mina la serenità della relazione. A lungo andare, infatti, può distruggere un rapporto o inquinare fortemente la qualità della vita di entrambi.

In questo tipo di gelosia, “gli ex” o “le ex”, o qualsiasi vecchia amicizia “ambigua” vengono viste come fonti di pericolo. La persona gelosa, che non riesce a controllare questi pensieri, vorrebbe far parte del passato del partner, essere il centro della sua vita anche quando, cosa ovviamente impossibile, non era presente.

Teniamo presente che una cosa è il senso di “possesso del territorio”, istinto arcaico quanto l’uomo, che non si può pensare di mettere a tacere, e una cosa è la gelosia distruttiva, che vuole tutto per sé. C’è infatti anche una gelosia sana, che avvicina la coppia, non la minaccia. 

La gelosia del passato: come riconoscerla

  • Si impone al partner di non vedere né sentire gli ex
  • Si fanno ricatti a sfondo affettivo   
  • Si tiene il muso in momenti di relax
  • Si mette in difficoltà il partner nei momenti più inopportuni con domande e indagini sul suo passato

Le regole per vincere la gelosia distruttiva

Chi soffre di questa gelosia “retrospettiva”, deve riportare l’attenzione su se stesso e il proprio benessere. È la sola via per “sanare” l’insicurezza profonda che è alla base di questo sentimento.

  • Ritrova il tuo passato. Da come ti affanni per comparire in modo esclusivo nella vita del partner, sembrerebbe che tu non sia esistito affatto prima di lui, che non abbia una storia tua. Vai allora indietro, ai ricordi sentimentali belli e intensi, anche se poi quelle storie sono finite, ma anche ad alcuni momenti difficili e tristi, che hanno però fatto di te una persona vera. Guarda le vecchie foto, sfoglia i diari e rivaluta il tuo passato parlando con chi era presente. Vedrai: è più ricco e pregnante di quanto pensi.
  • Sviluppa nuovi interessi. Se hai queste ossessioni, vuol dire che hai molto tempo per pensare, o comunque puoi perderne tanto. Non sei al centro della tua vita, visto che vorresti esistere nella sua. Ti servono allora nuovi interessi, una o più passioni che arricchiscano il tuo mondo interiore.
  • Rinforza la tua autostima. Temi il confronto con gli esponenti del tuo sesso. Li senti tutti più sicuri, più forti, più piacenti, più capaci di lasciare impronte indelebili. Ritrova la tua autostima perché il problema è tuo. E ricorda: nel momento in cui chiedi al partner di rinunciare a un affetto sincero e non ambiguo, lo stai già perdendo.

Vuoi comunicare meglio? Ecco gli errori da non fare più

Per comunicare nel modo migliore occorre essere se stessi

Ci sono occasioni in cui comunicare bene, usare le parole giuste con gli altri o con se stessi può modificare radicalmente il modo in cui siamo percepiti o in cui stiamo con noi stessi. È quindi importante anzitutto imparare a osservare bene il nostro modo di comunicare, per notarne gli errori e prendere contatto con “le parole giuste” che stanno da sempre dentro di noi, quelle che esprimono il nostro vero essere e che ci faranno comunicare ciò che vogliamo in modo preciso e diretto.

Gli errori da eliminare per comunicare al meglio

  • Ripetere i concetti: si diventa logorroici
    Più un concetto viene ripetuto all’interno di uno stesso discorso, più perde di efficacia e genera noia nell’ascoltatore.
     
  • Usare “i cavalli di battaglia”: appare nostalgico e pedante
    Puntare sempre sugli stessi argomenti o su racconti del solito evento ci fa apparire scontati e induce gli altri a evitarci.
     
  • Parlare per esempi è didattico e stantio
    Portare un esempio personale per ogni cosa che l’altro dice lo fa sentire un bambino e lo ostacola nell’esposizione.
     
  • Interrompere è antipatico e prevaricante
    Invadere il discorso altrui con interventi continui, precisazioni, obiezioni è segno di maleducazione e aggressività.
     
  • Aprire parentesi produce dispersione
    La continua apertura di frasi incidentali ricche di dettagli porta il discorso lontano dalla meta.
     
  • Usare troppi intercalare è contorto
    Battutine, brevi considerazioni personali, turpiloquio rendono la comunicazione simile a un’elucubrazione personale.
     
  • Fare sempre la “battuta finale” rischia di essere patetico
    Chiudere sempre la conversazione con una battuta che non fa ridere crea un effetto imbarazzante e sgradevole.
     
  • Guardare altrove è segno di disinteresse
    È una delle cose che inquinano di più ciò che si vuol dire, oltre a segnalare una mancanza di rispetto per l’interlocutore.
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