Ogni stagione ha la sua felicità

La felicità segue il ritmo delle stagioni della vita, che si avvicendano a volte tutte nello stesso giorno, addirittura nella stessa ora, pur avendo ciascuna un periodo di massimo splendore.
La primavera è contraddistinta dalla felicità dell’esplosione vitale, in cui il seme vede per la prima volta il visibile, e tutto è scoperta, novità ed emozione.
Durante l’estate puoi invece raccogliere la felicità del frutto, quando ogni elemento arriva al giusto grado di maturazione e di compimento.
Nell’autunno, infine, assapori la felicità del tramonto e delle preoccupazioni che svaniscono all’orizzonte, facendo posto alla saggezza.
All’inverno corrisponde la felicità della tristezza, del nucleo, dell’essenziale, quando i fronzoli e l’inutile vengono abbandonati per lasciare spazio a nuove potenziali capacità.

Non esistono stagioni prive di felicità.

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Dislessia negli adulti: come affrontarla

Dislessia: che cos’è

La dislessia, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-5), rientra fra i disturbi specifici dell’apprendimento, ovvero i cosiddetti DSA. La sua principale manifestazione consiste nella difficoltà a leggere ad alta voce in modo rapido e corretto. Non ha nulla a che vedere con intelligenza, istruzione o problemi di vista, ma deriva da un differente funzionamento di alcune zone del cervello. Per questo è importante la diagnosi precoce da uno specialista: la pedagogia contemporanea è oggi in grado di fornire a chi è affetto da dislessia gli strumenti giusti per apprendere come gli altri.

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I disturbi specifici dell’apprendimento

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono disturbi evolutivi, cioè evolvono con lo sviluppo e la crescita del bambino e possono essere lievi, moderati o gravi. Essi si distinguono in:

  • Compromissione dell’automatismo della lettura.  La lettura delle parole risulta poco accurata, così come la fluenza e la comprensione del testo
  • Compromissione nella realizzazione della scrittura manuale
  • Compromissione delle abilità di calcolo

Dislessia: origine e diffusione

La dislessia non è un disturbo emerso di recente, ma si è iniziato a parlarne in modo approfondito solo a partire dagli anni 2000, periodo nel quale si è  cominciato a riflettere su come tutelare i bambini in ambito scolastico e aiutarli nell’apprendimento. In particolare è nel 2010 che la dislessia (insieme agli altri DSA) è stata riconosciuta a livello normativo con la legge 170/2010. So tratta di un disturbo più diffuso di quanto si pensi: In generale, i disturbi specifici di apprendimento riguardano circa il 10% dei bambini e il 4% degli adulti, ma nei paesi anglofoni quasi un bambino su 5 ne risulterebbe affetto..

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La dislessia negli adulti

Pur essendo un disturbo evolutivo che emerge nei primi anni di scolarizzazione, la dislessia, per chi ne è affetto, permane anche in età adulta. In particolare, chi ha avuto la diagnosi di dislessia durante l’età scolare avrà seguito un percorso appositamente progettato per compensare il disturbo, conviverci serenamente e imparare metodi di apprendimento alternativi, migliorando con il tempo anche la propria capacità di lettura.

Invece chi non ha avuto questa diagnosi nonostante fosse realmente dislessico si sarà dovuto scontrare con le difficoltà scolastiche, magari temendo di non essere abbastanza intelligente o di non essere portato per lo studio. Quindi, chi da anni è abituato ad apprendere in modo alternativo avrà sviluppato le giuste strategie personali per cavarsela anche nel mondo del lavoro, chi invece non ha avuto questa possibilità può trovarsi, da adulto, spaesato e frustrato di fronte al sospetto che forse le sue difficoltà scolastiche non erano dovute allo scarso impegno, ma a uno specifico disturbo dell’apprendimento.

Dislessia negli adulti: è possibile diagnosticarla?

Ma se a una persona adulta venisse il dubbio, può ricevere una diagnosi di dislessia anche se ha superato l’età scolare? Ad oggi in Italia i servizi diagnostici per i DSA non prendono in carico persone che hanno superato i 18 anni di età e i servizi di neuropsicologia per adulti non si occupano di dislessia. C’è una sola struttura, a Reggio Emilia, che offre un’attività diagnostica di questo tipo per adulti ed è l’Unità Operativa di Neurologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova. Nonostante ciò, esiste un semplice questionario composto da 20 domande chiuse a cui si può rispondere per capire se probabilmente si hanno difficoltà dovute alla dislessia. È l’Adult Dyslexia Check List: un punteggio superiore a 8 è indice di sospetta dislessia ma non ha un valore diagnostico certo.

Dislessia negli adulti: ecco come riconoscerla nel quotidiano

Non essendosi ancora diffuso in Italia un corpus diagnostico per la dislessia degli adulti, si può comunque prestare attenzione ad alcuni sintomi che potrebbero confermare l’ipotesi di una presunta dislessia. Oltre alle difficoltà nella lettura e nella comprensione del testo, si evidenziano:

  • difficoltà nell’organizzazione e nella gestione del tempo
  • difficoltà nell’imparare una lingua straniera
  • lessico scarso
  • difficoltà ad esprimere esaustivamente i concetti
  • difficoltà in ambito lavorativo

Spesso una dislessia non diagnosticata, da adulti può portare a scarsa autostima e fiducia in se stessi, così come a difficoltà nel trovare lavoro. Per fortuna c’è una proposta di legge del 22/3/2017 per modificare la legge 170/2010, prevedendo l’estensione degli strumenti compensativi anche al di fuori dell’ambito scolastico e l’introduzione del responsabile dell’inserimento lavorativo per le persone con DSA.

Strumenti compensativi per adulti con dislessia

Ecco alcuni strumenti e consigli pratici in grado di aiutare gli adulti con dislessia nell’organizzazione e nell’esecuzione del proprio lavoro:

  • scrittura al PC con font maiuscolo
  • software che convertono il parlato in testo (speech to text)
  • audiolibri
  • agende digitali
  • sveglie sul cellulare per le note importanti
  • memorizzazione tramite immagini e schemi
  • brevi elenchi delle eventuali procedure da fare sul lavoro in ordine cronologico
  • smart pen

Guardati dentro e tutto può cambiare

Quanto tempo passiamo con gli occhi rivolti all’esterno? Quanti sforzi facciamo per essere accettati o accolti, quanta paura abbiamo di essere giudicati, quanto subiamo gli imperativi rappresentati da compiti e doveri? E quanto siamo divorati dal bisogno di affermare noi stessi, consumati dal senso di colpa per gli errori fatti, messi in tensione dalla rabbia per gli affronti subiti, abbattuti dal dolore per le ferite ricevute, infuocati dal desiderio di possesso e di controllo? I nostri occhi sono sempre rivolti all’esterno, come se solo dall’esterno potesse arrivare la nostra realizzazione.

Questo modo di rivolgere lo sguardo, purtroppo, invece di avvicinarci alla felicità, ci allontana da noi stessi, cioè dall’unica vera fonte di felicità.

C’è un modo diverso di guardare: rivolgere lo sguardo verso di sé. Non per curarsi, per analizzarsi, per condannarsi, per migliorarsi. Guardare e basta. Guardarsi dentro significa semplicemente rivolgere l’occhio dentro di noi senza dire nulla, senza farsi domande, senza cercare risposte. Accogliere, senza combatterli, tutti gli stati d’animo, anche quelli dolorosi. E ascoltarli, facendo loro tutto lo spazio necessario, senza volerli scacciare. È una vera rivoluzione, molto più importante di qualsiasi cambiamento che possiamo operare all’esterno. E dagli effetti più duraturi. Perché ci sintonizza con la nostra natura, col carattere, con le nostre capacità e talenti, con l’istinto. Non abbiamo idea di quale e quanta energia può generare questo semplice atteggiamento.

Disfunzione erettile: definizione, diagnosi e cura

Disfunzione erettile è il termine clinico con cui si indica l’incapacità dell’uomo a raggiungere un’erezione o a mantenerla durante il rapporto sessuale, nonostante l’apparente presenza del desiderio sessuale. Quando diventa cronica, si parla di impotenza. Per l’imbarazzo e il senso di colpa che suscita, la disfunzione erettile provoca spesso reazioni inadeguate, solitamente di tipo opposto: o ci si precipita dal medico, col terrore di essere diventati di colpo impotenti, o si nega di avere il problema, cominciando a diradare le occasioni di accoppiamento, dando la “colpa” allo stress lavorativo o alla partner che non si cura più come una volta e non è abbastanza attraente e così via. In entrambi i casi, l’ansia che la disfunzione erettile provoca spesso impedisce che la problematica sia affrontata adeguatamente, con il rischio che, alla lunga, possa ripercuotersi non solo sull’umore e sull’autostima della persona, ma anche sul benessere della coppia.

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Quanti ne soffrono

Solo nel nostro paese, secondo la Società italiana di Urologia (dati 2017), i maschi colpiti da disfunzione erettile sarebbero circa 3 milioni. Si tratta di un disturbo abbastanza raro in gioventù, che tende a diffondersi con l’avanzare dell’età. Sotto i 40 anni, riguarda una percentuale fra il 5 e il 10 % della popolazione, fra i 40 e i 70 circa il 10% ne soffre in maniera sistematica, ma circa la metà in forma episodica. Non esistono statistiche attendibili oltre i 70 anni. In generale, si può affermare che la disfunzione erettile in giovane età abbia nella maggior parte dei casi una genesi di tipo psicologico: con l’avanzare dell’età, lo stile di vita, l’assunzione di farmaci, cause organiche o chirurgiche possono incidere in maniera più significativa.

Come si riconosce

La mancata erezione è fin dalle prime volte nelle quali si manifesta una grossa fonte di preoccupazione per l’uomo, anche se in molti casi si tratta di una condizione passeggera. Prima di cadere in facili allarmismi, quindi è bene capire quando e come il fenomeno si è verificato (ad esempio se in situazioni particolari o indipendentemente da queste) e, dopo qualche episodio, consultare con fiducia uno specialista, l’unica figura che possa davvero appurare la presenza della disfunzione e la sua eventuale gravità.

Sebbene il medico di base possa già indagare il problema in via preliminare, la valutazione urologica o andrologica restano le soluzioni migliori per una diagnosi chiara, composta da:

  • Raccolta della storia di vita (anamnesi) del paziente al fine di indagarne: vita sessuale, caratteristiche del problema lamentato, possibili fattori di rischio associati.
  • Esame fisico: palpazione del pene e dei testicoli
  • Eventuali indagini aggiuntive: esami del sangue, esami delle urine, ecografie o radiologie specifiche.

In assenza di evidenze organiche la strada più indicata è sempre quella della terapia psicologica: se è vero che la disfunzione erettile crea ansia, è vero anche il contrario. L’ansia da prestazione, come vedremo più avanti, è fra le cause psicologiche più diffuse nella genesi del disturbo, anche se non l’unica.

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Possibili cause di disfunzione erettile

La disfunzione erettile è una condizione clinica complessa che può essere originata da una molteplicità di fattori, anche tra loro concomitanti:

  • Cause farmacologiche: durante l’anamnesi uno dei punti fondamentali è proprio quello di indagare l’uso di particolari farmaci da parte del paziente. Alcuni di questi, infatti, potrebbero indurre la disfunzione: si tratta di anti ipertensivi, diuretici, corticosteroidi, antipsicotici, antidepressivi, antistaminici, farmaci chemioterapici.
  • Cause organiche: sono principalmente di tipo vascolare o neurologico.  Si stima che circa il 40% dei problemi di disfunzione dopo i 50 anni sia connesso all’arteriosclerosi. Anche il diabete è spesso associato alla disfunzione erettile, tanto che a volte quest’ultima può costituirne il sintomo di esordio: questa concomitanza può essere dovuta alle alterazioni vascolari o neurologiche che il diabete comporta, ma anche all’ansia legata alla consapevolezza di convivere con una malattia cronica.  Tra le cause neurologiche rientrano patologie come il Morbo di Parkinson, il Morbo di Alzheimer e le neuropatie periferiche. Anche i disturbi a livello del sistema endocrino come ipogonadismo (inadeguata secrezione degli ormoni sessuali) e problemi alla tiroide sembrano essere collegati alla disfunzione erettile; lo stesso dicasi dell’ipertrofia prostatica e del varicocele.
  • Cause anatomiche: traumi nella regione pelvica o eventuali danni collaterali in seguito ad interventi chirurgici nella regione pelvica o genitale come la turp (resezione transuretrale della prostata). Secondo alcuni, l’uso continuativo della bicicletta potrebbe essere una concausa del disturbo.
  • Stile di vita: abuso di alcool e sostanze stupefacenti, alimentazione troppo ricca di zuccheri e altre sostanze infiammatorie, fumo, obesità, carenza di esercizio fisico.
  • Cause psicologiche: un’eccessiva preoccupazione del maschio verso la propria performance sessuale può sfociare in una vera e propria ansia da prestazione capace di inibire l’erezione. Altre cause psicologiche possono essere problemi relazionali con il partner, stress ed eccessiva stanchezza psico-fisica, depressione, traumi emotivi.

Modalità di trattamento

Proprio perché molteplici possono essere le cause alla base della disfunzione erettile, altrettante saranno le tipologie di trattamento per questa problematica.

  • Terapia farmacologica: farmaci come gli inibitori della fosfodiesterasi ad assunzione orale migliorano l’afflusso di sangue nei corpi cavernosi del pene e, di conseguenza, la possibilità di avere un’erezione.  Nei casi più gravi è prevista l’assunzione di vasodilatatori tramite iniezioni locali. Il trattamento ormonale è previsto solo in presenza di evidenti cause endocrine. Gli effetti collaterali di questi trattamenti sono significativi, soprattutto a livello cardiaco e inoltre non possono essere applicati per periodi lunghi di tempo.
  • Intervento chirurgico: è molto invasivo e poco pratico, e quindi tende ad essere generalmente l’ultima spiaggia per il medico. Prevede l’installazione di protesi o pompe in grado di consentire l’erezione.
  • Terapie con onde d’urto: tecnica di recente sviluppo, sembra funzionare con indicata per le disfunzioni di origine vascolare. La ricerca è ancora in corso.
  • Agire sull’Alimentazione: privilegiare alimenti ricchi di vitamina B e D, il cui deficit sembra collegato a un maggior rischio di disfunzione erettile.
  • Migliorare lo stile di vita: l’obiettivo dovrebbe essere quello di eliminare progressivamente tutti i comportamenti a rischio menzionati nei paragrafi precedenti (fumo, alcool, scarsa attività fisica, ecc.)
  • Psicoterapia: a meno di conclamate problematiche organiche, resta il trattamento elettivo per il trattamento del disturbo. In particolare, l’orientamento psicosomatico propone una lettura simbolica della disfunzione erettile: per conoscerla, leggi qui.

Nuovo amore: ecco come partire con il piede giusto

Una coppia “giovane” si riconosce a prima vista: sprizza felicità da tutti i pori, è il ritratto della naturalezza e della spontaneità. Se questi elementi si eclissano, la relazione rischia di appiattirsi e trasformarsi in un ménage routinario, anticamera della crisi. Niente paura, non si tratta di un finale inevitabile: esistono dei comportamenti che possiamo mettere in campo fin da subito per evitare che il nostro nuovo amore appassisca prima del tempo.

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La coppia, attrazione e magia

Che cos’è davvero una relazione di coppia? È uno scambio di energie, un’unione magica fondata sulle affinità e sull’attrazione reciproca; rappresenta una forza dinamica e creativa, caratterizzata da un forte senso di “essere e divenire”. Spesso ci si avvicina al partner per istinto e da lì si inizia a condividere una parte della propria vita e della propria intimità, quella che più ci caratterizza. Inizialmente, nella fase di pieno innamoramento si tende inevitabilmente all’idealizzazione del partner (che appare ai nostri occhi quasi perfetto), ma prima o poi si renderà conto che anche lui è caratterizzato da aspetti che non ci piacciono o che non condividiamo. Non significa che l’amore sia finito o abbia perduto la sua magia, anzi si tratta della normale evoluzione dall’innamoramento all’amore. Abbandonare da subito ogni modello di perfezione amorosa fa solo bene alla coppia, la rende da subito capace di superare difficoltà,  incomprensioni e dipendenze.

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Nuovo amore: gli errori da evitare

Per mantenere la naturalezza e il piacere di stare insieme già dai primi tempi, occorre togliere dall’ambito della coppia tutto ciò che non è “di sua competenza” e vivere il nuovo amore giorno per giorno senza aspettative pretenziose o progetti prematuri. Ecco una serie di consigli per far partire con il piede giusto la nuova relazione.

  • Non mettere i manifesti: non sbandierare ai quattro venti che stai bene con il nuovo partner e parlare ai quattro venti di tutto ciò che fate insieme. Facendo così si creerà l’aspettativa di una favola e quando arriveranno i primi problemi non sarai in grado di viverli serenamente, in quanto sarai condizionata dal giudizio altrui.
  • Non chiedere prove d’amore: le persone manifestano il proprio amore in modi e tempi del tutto personali; per cui è assolutamente inutile e ridicolo chiedere espressamente di fare qualcosa per dimostrare amore. Ciò farà sentire il partner alle strette e svilirà il significato di quei gesti che dovrebbero sorgere naturali e spontanei. Piuttosto poni attenzione a come il tuo partner, anche in modi discreti, fa capire di volerti bene: imparerai a conoscerlo più nel profondo e ti sentirai più apprezzata senza sentire l’esigenza di certe richieste.
  • Non fare paragoni con gli ex: l’amore vive nel presente e deve rimanere nel presente. Fare continui paragoni rispetto ai propri ex (sia in positivo che in negativo) mette sotto stress la coppia, che si sentirà in competizione. Ricorda che in una nuova relazione le persone in gioco sono diverse, i tempi sono diversi, le energie sono diverse: concentrati sul presente e anche se ritroverai alcune cose in comune rispetto al passato, esse sono comunque riferite alla relazione attuale e per questo vanno vissute come nuove.
  • Non pretendere responsabilità genitoriali: il partner deve fare il partner e non il genitore: non deve assolvere a dei compiti genitoriali nei confronti dell’altro e riscattare eventuali mancanze del passato. Genitore e partner sono ruoli ben diversi e la loro commistione può far calare l’eros, instaurare una relazione di dipendenza o far emergere la sindrome della crocerossina.
  • Conserva il mistero: il mito del “dirsi tutto” purtroppo è ancora radicato nella nostra società; si crede sia manifestazione di responsabilità e fiducia nei confronti dell’altro, ma in realtà può essere molto dannoso e paradossalmente rovinare la coppia. Lo spazio della coppia non dev’essere un confessionale: mantenere un alone di mistero ci rende ancora più interessanti e permette anche di ricordarci di noi stessi al di là della relazione a due.
  • Accetta i momenti di crisi: come detto in precedenza la perfezione non esiste e la vita è costituita da momenti piacevoli e da altri che lo sono meno. Anche nella coppia, quindi, ci saranno discussioni e confronti accesi: l’importante è accettarli per quelli che sono, senza allarmarsi inutilmente. Se non si hanno modelli di riferimento o ideali esterni di come dovrebbero andare le cose non sarà difficile trovare un equilibrio fra i momenti di crisi e quelli felici, imparando ad esprimere le proprie opinioni al partner senza paura.
  • Dai tempo al tempo: anche se la tentazione comune è quella di volare con la fantasia verso il futuro, le relazioni si vivono nel presente e quindi occorre per quanto possibile tenerle nel presente. Affrettare i tempi agli inizi di una relazione può mettere sulla difensiva il partner (soprattutto se ancora non lo si conosce bene) e porre fine alla coppia anche se si stava bene insieme. Similmente non bisogna mettere fretta al partner per qualsiasi altra cosa (far conoscere i genitori e gli amici, andare in vacanza insieme, ecc.). Rispettare i tempi del proprio compagno è fondamentale per aumentare la fiducia reciproca: correre non serve a nulla e se son rose, fioriranno…

Ritrova la magia di essere donna

Ci scrive Liliana, portandoci una riflessione in occasione della ricorrenza dell’ 8 marzo: “Che cosa festeggiare? Me lo chiedevo qualche giorno fa assieme a una mia amica. Entrambe abbiamo superato la cinquantina e passato buona parte della nostra giovinezza a lottare per l’emancipazione femminile, per i diritti delle donne. Certo, qualcosa si è ottenuto, ma certe volte mi chiedo se ne sia valsa la pena: mi sembra che per noi e soprattutto per le giovani la situazione non sia davvero migliorata. Molte di noi lavorano, siamo più consapevoli, ma i ruoli sociali ci imprigionano ancora. Ci sentiamo sempre in primo luogo mogli, madri, figlie, lavoratrici, e questo vuol dire fare i salti mortali fra l’ufficio, la famiglia, la scuola dei ragazzi e tutto il resto. E bisogna fare tutto bene: dobbiamo essere belle e giovanili per i nostri partner, attente e presenti con i figli, perfette sul lavoro e così via. Non è un lamento nei confronti degli uomini, ma la presa di coscienza di come la condizione femminile sia ancora lontana da quella liberazione teorizzata anni fa. Io sono mia, si diceva, ma è davvero così? Mi pare di essere di tutti, tranne che mia…”

Che cosa significa essere una donna libera oggi? Le donne di quest’epoca vivono meglio delle loro nonne o madri o l’emancipazione è stata in realtà una “fregatura” che ha imprigionato ancor di più il gentil sesso in mille obblighi e doveri, aggiungendo nuovi vincoli sociali a quelli storici? Se lo chiede Liliana, che conclude la sua mail con una confessione amara: si sente di tutti, tranne che si sé stessa.

Liberati dal modello di donna perfetta

Quando si ha una sensazione simile, occorre una franca riflessione: ti senti in balia degli altri perché è inevitabile o perché tu stessa miri in fondo a raggiungere un modello di donna perfetta in ogni campo dell’esistenza che ti lasci imporre quindi ti sottoponi a mille stress pur di essere come pensi di dover essere? Quando non hai mai tempo per te stessa, per le tue passioni o per il tuo benessere è sempre e soltanto colpa di obblighi, doveri e vincoli o sei tu per prima a trascurarti in nome di qualcos’altro, che ritieni sempre prioritario? Non sarai dunque tu stessa a “definirti” in primo luogo moglie, madre o lavoratrice? Il perfezionismo è il primo avversario di ogni donna, un idolo che devi abbattere in primo luogo dentro di te.

Sei unica: se ti uniformi, starai male

La partita oggi non è fare il processo a movimenti di portata universale come il femminismo che, pur nelle contraddizioni presenti in ogni fenomeno storico, nel corso del XX secolo ha portato le donne occidentali a conquiste inimmaginabili, anche se certo non definitive. Si tratta di prendere coscienza di un fatto: la felicità di una persona non dipende da quel che accade nel mondo esterno, ma dal rapporto con la propria interiorità. Mai come oggi le donne hanno un compito importantissimo: riscoprire la magia dell’autenticità femminile. Che cosa significa? Che le donne sono tutte diverse, sono uniche e che non esiste né ci sarà mai un modo giusto di essere donna, ma il modo giusto di essere QUELLA donna.

Per stare bene, occorre trovare il proprio modo di stare in campo, non il modo giusto di adeguarsi al campo. Come riscoprire questa unicità? Una sola strada: far spazio alle proprie emozioni, percepire fino in fondo i messaggi che l’anima ci invia. Lì è nascosta la chiave per fare vivere in modo armonico e autentico. Esistono migliaia di modi diversi di stare con un partner, con un figlio, in ufficio: tanti quante sono le donne! Devi trovare il tuo e fare piazza pulita di tutti i modelli con i quali ti sei identificata e che ti fanno sentire inadeguata o fuori posto. Sono loro il problema, non tu!

Ritrova le dee antiche dentro di te

Il mondo antico aveva molte dee: ad esempio, nella Grecia classica, ad esempio, si veneravano Atena, Dea della sapienza, Afrodite, Signora dell’eros, Estia, custode del focolare domestico, Demetra, simbolo del femminile materno e così via. Queste divinità erano la personificazione delle caratteristiche innate presenti in ogni donna e “scendevano in campo” quando la vita richiedeva la loro presenza: la donna innamorata “diventava” Afrodite, la madre premurosa incarnava Demetra, la figlia devota Persefone e così via.

Qualche anno fa, ne ha parlato in modo approfondito una famosa psicoterapeuta di scuola Junghiana, Jean Shinoda Bolen, nella sua opera più famosa: “Le dee dentro la donna” (Astrolabio Edizioni). Nel libro, l’autrice riproponeva le antiche divinità femminili come tipi psicologici universali (non modelli mentali, ma “contenitori” di caratteristiche femminili innate): a ogni lettrice dava “il compito” di conoscere le diverse divinità per trovare quella o quelle più affini e scoprire quindi i propri punti di forza e di debolezza, così ben narrati nel mito. Una lettura molto utile ancora oggi, per tutte le donne che vogliono conoscere gli aspetti profondi della propria psiche, ma soprattutto per ricordare che in ogni donna abitano le dee, ovvero tutte le funzioni cosmiche del femminile: la capacità di generare, di proteggere, di amare, di creare.

Immaginale sempre al tuo fianco e starai bene

Un buon modo per recuperare l’autenticità femminile è dunque immaginare di avere sempre dentro di noi la forza protettrice di queste dee. Poiché ogni donna è diversa, ci sarà quella più razionale che sentirà maggiori affinità con Atena, quella amante della solitudine che avrà maggiori somiglianze con la selvaggia Artemide, dea della natura selvaggia, quella amante della casa che avrà Estia come nume tutelare. Occorre pensare di non essere mai sole, ma di essere abitate da forze sconosciute, misteriose e potenti che il mondo antico rappresentava con le dee. Vivere in questo modo ribalta la prospettiva esistenziale: ci sono e ci saranno i momenti bui, le difficoltà, le corse, i doveri, ma io avrò sempre con me le mie dee. Saranno loro a indicarmi la strada giusta da percorrere e a farmi riassaporare l’autentica magia di essere una donna.

Lascia spazio al tuo lato autentico

In ognuno di noi esistono due personaggi: c’è quello esteriore, sempre un po’ condizionato dagli ambienti in cui vive, che cerca di domare i pensieri per adattarsi agli altri, che ha assorbito tante convinzioni, mode, credenze, sempre preoccupato di essere apprezzato e benvoluto, pieno di impegni e di doveri. È il personaggio che conosciamo di più, quello sotto i riflettori e in genere coincide con l’immagine che vorremmo dare di noi stessi.

E poi c’è un secondo personaggio: più interiore, a volte segreto, di certo più libero, a contatto con le energie e i desideri più profondi, un personaggio vivo che ha poco a che vedere con quell’immagine pubblica che mostriamo agli altri, anzi che adora mandarla in crisi, a costo anche di crearci qualche problema.
Ebbene, più questo secondo personaggio ci risulta estraneo, più lo combattiamo, più lui tenderà a mostrarsi con il volto dei disagi: paure, ansie, panico, periodi di depressione, insonnia, brutti pensieri… Se invece lo trattiamo da ospite misterioso e gli lasciamo qualche momento nella nostra giornata – momenti in cui mettiamo da parte obblighi, progetti, impegni, efficienza e controllo e ci lasciamo andare ai territori delle immagini, della fantasia, del divertimento, dell’abbandono – lui mostrerà il suo volto luminoso riempiendoci di passione, di autostima, di fiducia e di gioia di vivere. È lui la parte di noi che dobbiamo scoprire, che possiamo valorizzare: la parte per cui vale la pena vivere.

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