VIDEO Basta parole inutili, scopri il potere del silenzio

Quando usiamo parole davvero spontanee, che aprono nuovi sguardi sulle cose e su noi stessi, rinnoviamo le nostre giornate e ci predisponiamo al benessere interiore.

Ci sono infatti due tipi di parole: quelle dette tanto per dire, che fanno male al cervello e alla psiche, e quelle che vengono dal silenzio interiore. Quando riusciamo a dire ciò che dobbiamo dire, senza secondi fini, senza intenzioni nascoste, senza quei timori che ci fanno essere diplomatici o calcolatori, significa che quelle parole vengono dal silenzio interiore e arrivano dirette al fine, come una freccia al suo bersaglio.

La domanda da farsi è: “Questa cosa che sto per dire, l’ho già detta?”. Se l’hai già detta, allora è una parola che usi tanto per parlare; se non l’hai detta, invece, è una parola nuova che apre nuovi orizzonti mentali.

Ogni volta che parli, senza saperlo, stai creando te stesso. Ad esempio, quando sei a cena con i tuoi amici, guardali per un istante portando il silenzio dentro di te, quel silenzio che vede e non ha niente da dire; senza saperlo, stai chiedendo al silenzio di farti diventare sempre di più, istante dopo istante, ciò che sei. 

Ogni creazione avviene nel silenzio: un seme diventa germoglio, e poi foglie, rami, fiori e frutto nel silenzio. Noi stessi siamo cresciuti nel silenzio del grembo materno, tra suoni quasi inaudibili, lontani. E solo nel silenzio arrivano i sogni della notte.

Durante la giornata, per ritrovare il tuo equilibrio, cerca un po’ di silenzio e soprattutto smetti di farti domande; le cose sono così, non ci sono domande, ci sei tu che nel silenzio di tutti i commenti e i giudizi constati e guardi ciò che accade.

Questo lavoro non produce immediatamente frutti visibili, ma immancabilmente te li porterà quando meno te lo aspetti, perché l’anima crea i suoi frutti silenziosamente.

Raffaele Morelli: La via della Saggezza

Annalisa mi domanda se ho imparato a stare con me stesso, se ci sto bene o se vi sono demoni che mi tormentano, pensieri che mi disturbano, paure che mi assalgono. In pratica Annalisa vuole sapere se sono sulla via della Saggezza, se sono con me stesso uguale a quello che dà consigli a destra e a manca, sui giornali, in TV, alla radio. Se c’è una coerenza tra le cose che dico, che scrivo e il mio stare dentro me stesso.

È una bella domanda. Forse vale la pena precisare alcune cose sulle “porte” dell’anima, su come entrarci e… come viverci dentro. Non aspiro a dominarmi. Non ho una mente costruita sul domarsi, sul diventare migliore, più buono. Non ho una teoria che mi sostiene: la via che seguo è molto pratica. Arriva una tristezza, una paura, un abbandono, un addio, un tradimento, un pensiero invasivo, un attacco di rabbia? Vengono a trovarmi l’invidia, la gelosia, l’avidità? Io non mi dico se sono giusto o sbagliato, io le guardo posarsi dentro di me.

Ragiono come Kafka: «Non aspiro a dominarmi. Dominarsi significa voler intervenire in un punto casuale delle infinite irradiazioni della mia esistenza spirituale» (Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi, p. 31). L’invidia, la gioia, la paura, la tranquillità vengono a trovarmi a mia insaputa e ogni volta che si presentano io le accolgo come energie, come onde del mare della vita, che si abbeverano alla mia fonte.

Non guardo la gelosia, la contemplo… Così l’ira, la possessività, l’accidia. Queste onde formano un complesso caleidoscopio che si presenta al mio sguardo interiore. Per essere visto, non per essere domato, dominato o giudicato.

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Vincere l’ansia, il VideoCorso di Raffaele Morelli, è disponibile sul nostro store online.

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Vede, cara Annalisa, la Saggezza consiste prima di tutto e più di tutto nel sapere che “i peccati” sono forze costitutive, sono i mattoni del nostro essere. Se si comprende questo arrivano la pace, la beatitudine, la forza di volontà e arrivano le azioni nitide, spontanee, che sono le uniche che contano, come quelle di una pianta che mette i suoi rami. Ognuno ha il suo modo di essere nel mondo.

Le dico ancora con Kafka: «[…] contemplo ammirato l’immane complesso» (Franz Kafka, ibid., p.31), chi sono io per dire che cosa va bene o che cosa è sbagliato dentro di me? Chi sono io per correggere le emozioni che non piacciono ai miei schemi mentali, schemi collettivi del branco, che si sono depositati dentro di me?

Contemplare non è guardare. È allargare lo sguardo. È dirsi: se l’invidia viene da dentro di me, da un luogo sconosciuto, allora è una forza, un’energia che serve alla mia evoluzione. «Sì, sono invidioso, sì proprio io, sì sono io e non posso farci niente, largo all’invidia». Non ho opinioni sul male. Queste parole sono quelle da dirsi: rompono il modello di perfezione che ognuno di noi ha nella testa e che è il vero nemico della Saggezza.

Naturalmente occorre sapere che, se l’invidia non viene contemplata, ma rifiutata, ritornerà sempre più forte, oppure si nasconderà nei recessi più profondi dell’anima e del corpo. I peccati che rimuoviamo si trasformano sempre in malattia. Bisogna guardare l’invidia quando arriva: quella di oggi pomeriggio non ha niente a che vedere con quella dell’altro ieri. L’anima non conosce il tempo, vive solo nell’adesso.

Raffaele morelli

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Così la vera Saggezza muta come le piante che mettono i boccioli, poi i fiori, poi i frutti, poi… Occorre sapere che l’idea permanente che ho di me, del mio Io è la vera grande illusione. Contemplare è guardare senza l’oggetto. Non sono invidioso di qualcuno, come credo a prima vista. Non sono invidioso di Carlo, che è più bravo di me sul lavoro: questo è il guardare e il pensare comune. È l’invidia che si deposita dentro il mio sguardo.

Io mi arrendo, la accolgo e la guardo come si guarda un panorama, dove i confini si perdono. Così l’invidia diventa infinita e divina… È l’invidia del mondo, degli Dei, che mi sta visitando. Contemplare i demoni è forse l’atto più spirituale che esista. Kafka lo sapeva.

E allora? Se provo a trattare i peccati come onde dell’Infinito, mi accorgo che in ogni istante sono collegato alle onde del Tutto. Questa è la magia, per la quale vale la pena di fare un lavoro come il mio. È possibile solo se si ha cura dei demoni come di tesori.

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Raffaele morelli

Psichiatra e Psicoterapeuta. Fondatore e Presidente dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, Direttore responsabile delle riviste Riza Psicosomatica, Dimagrire, MenteCorpo.

VIDEO Vivere senza ansia

Navigare nelle emozioni

In allegato a Riza Psicosomatica di questo mese troverete il libro ‘Vivere senza ansia’ in cui parlo di sette regole decisive per riuscirci. Vivere senza ansia non solo è possibile ma è decisivo.

Molte persone che dicono di soffrire ‘sempre’ di ansia non guardano la loro interiorità: se non guardi l’interiorità non puoi imparare a vivere senza ansia. Come ogni emozione, può arrivare all’improvviso; impara a osservarla, impara a vedere che non è legata ai tuoi errori, ai tuoi sbagli o a fattori esterni.

L’ansia deve essere immaginata come un’onda del mare che a volte diventa molto alta e poi torna al suo movimento naturale. L’ansia, l’onda alta, la produci tu e viene dal tuo interno per sgominare un modo di essere che ti tiene ferma.

lo stagno che ti inabissa

C’è tanta ansia, tanto movimento perché c’è troppa stasi. Molti pensano erroneamente che soffrendo di ansia devono imparare a controllarsi meglio o di più, ma è vero il contrario: l’ansia viene perché ti controlli troppo, perché continui a dirti come devi essere, perché ti fissi degli obiettivi che non ti appartengono, perché stai tenendo in vita relazioni che dovrebbero dissolversi.

Tutto ha origine dalla psicologia del centro; il tuo centro ti manda l’ansia, non qualcosa da fuori e non arriva perché sei sbagliata. Il centro è il nostro seme; se sto male è perché il mio seme non è contento del mio modo di muovermi; non è contento di me.

L’ansia può presentarsi sempre più forte fino al picco del panico quanto più intensa è la bramosia di essere in linea con un modello mentale che hai prefigurato. Quel modello mentale è il problema.

Carl Gustav Jung ha insegnato che non bisogna cercare le cause dei propri disturbi ma guardare il proprio atteggiamento mentale perché al di là di quello che ti è successo (genitori, relazioni, abbandoni ecc.) l’ansia la tiene in vita il tuo modo di stare con te stesso, il tuo atteggiamento mentale attuale, non ciò che ti è accaduto.

Smetti di giudicare

Una signora ha scritto alla redazione di Riza:

“Ho l’ansia ogni mattina quando porto i miei figli a scuola, poi mi passa ma torna quando devo andare a riprenderli, forse non sono una buona madre perché ho questo rifiuto e questo mi provoca ansia…”

No, l’ansia non viene perché non sei una brava madre, al nostro centro non interessano le nostre opinioni così come non dovrebbero interessare a noi. Al centro interessa che liberi, oltre la mamma, altri lati di te che non stai vivendo, il non manifestare altri volti di te è il problema.

Smettila di giudicare che mamma sei: i migliori genitori sono quelli che non si domandano se sono buoni genitori. Molte madri si sentono inadeguate e in colpa per aver sgridato duramente un figlio e magari ci ripensano per mesi. Per esempio, se dai uno schiaffo a tuo figlio è perché non ne puoi più, non perché segui un modello educativo. Bene, l’hai fatto? Giusto o sbagliato che sia smetti di colpevolizzarti.

L’ansia viene perché c’è un fortissimo desiderio del tuo Sé della tua natura selvaggia, spontanea, viva, perché qualcosa dentro di te è stufo di sentirti dire come devi essere. Il centro, come il seme della pianta, sa come fare la pianta quindi affidati all’ansia, quando arriva. Vivere senza ansia è un destino che dobbiamo percorrere.

Buona lettura!

Psicologia

Il nuovo libro Vivere senza ansia è disponibile in edicola, allegato a Riza Psicosomatica, o sul nostro store online.

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Raffaele Morelli: La luce nascosta nelle azioni manuali

Mi sono sempre chiesto in cosa consistessero le capacità terapeutiche delle azioni manuali, quelle azioni che appartengono soprattutto alle donne. Per Marianna il ricamo è l’unico momento di sollievo. Anche quando il disagio si fa intenso, quando il lamento sale, ricamare porta un miglioramento:

«Da diversi mesi sono chiusa in casa, depressa, mi sento in colpa, non riesco ad uscire, non ho un uomo da anni e non faccio sesso da un anno… Non vado neppure al mare, faccio solo la spesa e porto fuori il cane… Ma ho iniziato a fare tanti lavori a macramè! Mi aiutano a far passare il tempo… altrimenti starei davanti alla tv tutto il giorno! Mi è anche passato per la testa di aprire un laboratorio dove vendere i miei lavori, ma non saprei come fare… Quando mi sento sul fondo di un pozzo con pareti lisce che non potrò mai scalare per risalire, piango quasi ogni giorno, poi faccio i miei lavori a macramè, tende, borse, arazzi e mi sento meglio.»

L’immenso potere delle mani

Nelle azioni manuali accade “qualcosa” che appartiene ai regni più nascosti e più profondi dell’inconscio. A quasi tutti gli uomini i gesti creativi sembrano una perdita di tempo, mentre le donne si immergono con tutto il loro essere anche nelle azioni che sembrano più banali. Attuano una vera e propria cura. A una mia giovane collega, psicoterapeuta, la nonna diceva:

«Quando ti senti giù, quando senti un dolore forte nell’animo, mettiti a pulire la casa. Fallo come se fosse l’unica cosa che esiste. Vedrai che dopo un po’ non pensi più al tuo problema e ti senti libera nella testa.»

È difficile comprendere che siamo attraversati da continue azioni invisibili, sottili, che trasformano il nostro corpo, la nostra anima. Il nostro Io non lo vede, ma il mio lavoro mi ha insegnato che certe azioni manuali nascono già nell’infanzia. Così scrive Fabrizia:

«Quando ero bambina lavoravo in ogni modo pezzi di legno e alla fine creavo dei mattarelli. Sempre dei mattarelli. Passavo intere giornate vicino ad un muretto e sgrattavo il legno fino a farne un piccolo mattarello. Le racconto questo perché a volte penso che ciò che facevo da piccola potrebbe aiutarmi.»

Ogni cambiamento significativo non viene dal pensiero, ma dalle azioni semplici, che escono dal tempo reale e ci immergono in un’atmosfera sognante, come quando siamo completamente persi nelle cose che stiamo facendo, come i bambini quando giocano.

Rispetto alle piante, che possono crearsi dall’interno in un continuo susseguirsi di azioni che fanno di un seme una radice, una foglia, un ramo, un fiore, un germoglio, un frutto, noi abbiamo le mani… Sì, abbiamo le mani, che sono l’estensione materiale della possibilità di creare concessa al mondo umano. Sentite cosa dice Jeans Shinoda Bolen:

«Le mani rappresentano la competenza, la capacità di afferrare e trattenere ciò che per noi stessi rappresenta un valore. Le mani sono il mezzo attraverso il quale possiamo dar corpo ai nostri sentimenti più intimi e sensuali; le mani vengono usate per creare, confortare gli altri e guarire, le mani si sporcano quando ci gingilliamo con la terra o con i macchinari, o quando ci lasciamo coinvolgere in loschi affari; le mani maneggiano strumenti musicali, pennelli, arnesi da cucina, oggetti e armi; le mani ci proteggono, soddisfano curiosità, e rappresentano in vari modi l’estensione della nostra psiche nel mondo. Le mani hanno a che fare con l’autostima e con l’espressione personale, sia in senso reale che metaforico.»

Voglio riportare il caso di Gloria, in cui si vede tutta la portata terapeutica delle azioni manuali.

La creatività salva il cervello

Dentro di noi abita un’energia innata che sa come superare i nostri disagi. Scopri come farla scendere in campo in Le 10 regole del benessere di Raffaele Morelli.

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La manualità sconfigge la cefalea

Gloria era una bambina che passava ore nel laboratorio del nonno a montare e smontare oggetti e ad aggiustare vecchie cose. Le piaceva da matti “trafficare con le mani” e dedicarsi a qualsiasi attività manuale. Oggi Gloria è una trentenne che punta tutto sulla razionalità: è responsabile dell’amministrazione di una azienda, un mondo fatto di numeri che lei padroneggia con meticolosità, rigore, precisione matematica. È ormai talmente abituata a lavorare solo di testa che vive il proprio corpo quasi come un’appendice fastidiosa, una fonte di problemi da cui stare lontana.

Sembra scorrere tutto naturalmente, tutto è sotto controllo, fino a quando non scoppia la cefalea, che prende violentemente il sopravvento. Compaiono quotidianamente dolori lancinanti che la riportano di prepotenza in contatto con il proprio corpo in un modo del tutto inaspettato. Nel giro di poche settimane diventa ipocondriaca, si sottopone a numerosi e differenti esami medici senza arrivare a nulla, fino al giorno in cui le ritornano in mente i bei momenti passati insieme a suo nonno a montare e smontare oggetti. Così scopre la sua vera passione, che non sono i numeri, ma le attività manuali ed emerge il suo sogno segreto, quello di aprire un agriturismo, dove poter dare sfogo in tutte le forme alla sua manualità creatrice, dal giardinaggio alla cucina, dalle riparazioni alle costruzioni.

La strada per spegnere la cefalea è già chiara: Gloria deve prendere coscienza del suo corpo, partendo dalle mani. Ogni giorno si chiede cosa hanno voglia di fare le sue mani e si concede alcuni momenti solo per loro. Poco alla volta la sua creatività torna protagonista delle sue giornate ed è come se mettesse a posto la sua vita. Così Gloria “ha ripreso in mano” la sua vita dando spazio al suo istinto, al suo talento, facendolo emergere e coltivandolo giorno dopo giorno.

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Ricreare ogni volta il mondo

Nel racconto di Gloria emerge quanto la riscoperta delle mani la porti a un altro destino rispetto a quello che si era data sul piano lavorativo. Come se vi fosse nel “trafficare con le mani di Gloria” una luce nascosta, un sapere invisibile che poteva manifestarsi nelle azioni concrete, mai nei pensieri o nei ragionamenti. Il grande pittore Johannes Vermeer è stato il maestro delle “azioni minime”, quelle capacità che ci fanno creare ogni volta il mondo come se fossimo il Demiurgo. Per Vermeer le azioni pratiche sono delle donne e nei suoi dipinti le immortala nell’attimo, nell’istante, in cui stanno agendo, avvolgendole di luce. Così ne parla Pietro Citati:

«Una ragazza versa il latte, un’altra cuce un merletto. Diverse scrivono lettere: azioni minime, che ci permettono di cogliere la pienezza assoluta dell’attimo.»

Ogni volta che una donna crea, dalla cucina, al ricamo, allo scrivere, al bagnare i fiori, una luce profonda, magica, misteriosa, sembra diffondersi intorno a noi. Ancora Citati:

«Non c’è soltanto la luce che viene dal sole; ce n’è un’altra, anche più possente, nascosta dentro le cose, che basta un raggio a risvegliare.»

C’è un grande silenzio nelle azioni femminili, come nel bagno, nel trucco, c’è uno stato di contemplazione, di assenza, di altrove: quando le donne creano con le mani sono irraggiungibili.

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Psichiatra e Psicoterapeuta. Fondatore e Presidente dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, Direttore responsabile delle riviste Riza Psicosomatica, Dimagrire, MenteCorpo.

Raffaele Morelli presenta “Tecniche immaginative in psicoterapia: nuove prospettive di cura”

Per garantire la costante formazione delle figure in ambito sanitario, dal 2002 in Italia è attivo il programma di “Educazione Continua in Medicina”. Tramite l’accumulo dei crediti ECM, infatti, tutti coloro che operano nel campo medico possono rimanere sempre aggiornati e approfondire le conoscenze della propria disciplina.

Da oggi anche Riza mette a disposizione un valido e utile strumento per la formazione in ambito psicologico: è infatti disponibile sul sito videocorsi.riza.it il videocorso “Tecniche immaginative in psicoterapia: nuove prospettive di cura, condotto da alcuni dei massimi esperti dell’Istituto Riza tra cui Raffaele Morelli.

Scopri di più nella pagina dedicata!

Insicurezza e ansia da social: come superarla

Quanti like ottengono le mie foto? Quanto vengono condivisi i miei contenuti? Come commentano amici e conoscenti quello che scrivo? Troppo spesso, da tutto ciò dipende la percezione della propria adeguatezza, di quanto si vale. Per vincere l’insicurezza che i social generano in noi dobbiamo riscoprire la nostra unicità.

Indice dell’articolo

Perché i social ci fanno sentire inadeguati?

Se il “successo non arriva”, se ci sentiamo invisibili (o peggio irrisi o molestati, basti pensare all’inquietante fenomeno del cyberbullismo), possono innescarsi sentimenti di disistima, paura, ansia e perfino depressione. Da sempre, gli esseri umani sono contesi fra espressione genuina di se stessi e omologazione, fra il bisogno di seguire una strada autenticamente propria e il desiderio di appartenenza a un gruppo, di essere accettati dagli altri.

Questo conflitto psicologico è particolarmente evidente durante l’adolescenza e tende a sfumare con il passare degli anni, ma esistono dei fattori che possono farlo durare ben oltre quell’età di passaggio: il primo, oggi, è senz’altro l’impatto dei social media nelle nostre vite. Fino a pochi anni fa, la vita sociale di chiunque era realmente sociale, quella privata, davvero privata: conoscersi significava incontrarsi, condividere un luogo e un tempo reali, interagire fisicamente.

I social media hanno rivoluzionato completamente il panorama, peraltro in tempi rapidissimi. Il confine fra pubblico e privato, fra intimità e condivisione si fa sempre più labile, e nasce un problema inedito: il peso della “reputazione social”.

Una vetrina di figure fittizie

Tutta la saggezza di Oriente e Occidente ha sempre insistito su un punto: il vero benessere psicologico proviene solo da dentro. Ma se la nostra esistenza è sempre più proiettata fuori, che cosa rimane dell’interiorità? Per quanto seducente, il mondo “social” è inevitabilmente superficiale, esteriore, legato alle apparenze, una vetrina da guardare o dove mostrarsi. Ebbene, in una vetrina, un negoziante mostra la sua mercanzia al meglio, a volte abbellendo artificialmente i prodotti.

Questo è ciò che facciamo in molti, troppi sui vari “social”: non c’è quel che siamo, con le luci e le ombre, ma un ideale di sé, un avatar fasullo. Fateci caso: tutti belli, tutti abbronzati, tutti in vacanza, sorridenti a bordo piscina. Certo, è una generalizzazione, ma è anche a causa del confronto continuo con personaggi apparentemente sempre perfetti, in forma, ricchi e felici che il senso di inadeguatezza può innescarsi e cronicizzarsi, specie tra giovani e giovanissimi.

La realtà è un’altra!

Come difendere noi stessi e i ragazzi? In primo luogo, ricordando e fissando nella mente quanto appena affermato: i social sono luoghi virtuali, mentre la vita vera è altrove. Nessuno è davvero come sembra dietro al vetro dello schermo: per usare un tipico frasario giovanile, più o meno siamo tutti “photoshoppati!”. Da ciò deriva che la “vita social” è per lo più una recita. Si sta su un palcoscenico, si mette in scena una parte. Averne piena consapevolezza può aiutare a mettere quella giusta distanza fra noi e questo mondo di pixel che troppo spesso assomiglia al paese dei balocchi di Pinocchio.

Come vincere l’insicurezza da social

Per stare bene, per trovare relax e benessere, bisogna saper rispondere ad alcune domande fondamentali: al di là dei diktat contemporanei, dei modelli e dei miti collettivi, cosa mi piace davvero? In quali abiti (reali e metaforici) mi sento davvero a mio agio?

Per rispondere adeguatamente, occorre fare prima un passaggio, di tipo rituale: isolarsi. Per un po’ di tempo, mettere una distanza fra se stessi e il mondo. Non come scelta esistenziale, ma come momento di depurazione, di pulizia. Staccare, disconnettersi, mettere l’interruttore su off. E ascoltarsi, semplicemente.

LEGGI ANCHE Raffaele Morelli: Cosa ti viene facile? Seguilo, è la vera cura

All’inizio non sarà semplice, specie se ci siamo abituati a una connessione costante; una fastidiosa sensazione di vuoto, un senso di inutilità potrebbe pervaderci. Niente paura, è un fatto normale e transitorio. In poco tempo, quel vuoto, quel nulla appariranno sotto una luce diversa, come territori ignoti ancora da scoprire. Da quel terreno arriveranno intuizioni, sensazioni inedite, curiosità insolite che ci daranno nutrimento.

La vera autostima non dipende dal successo, non ha a che vedere con il guscio dell’uovo, ma con il tuorlo e quel tuorlo è l’unicità, l’esatto contrario di ciò che propongono con assiduità i modelli sociali che pervadono la rete. Allontanarsi da queste sirene non significa scegliere una via eremitica, abbandonare il mondo, rinunciare a vivere e a relazionarsi anche via web. Significa ricordarsi che noi siamo altro rispetto all’involucro che ci contiene, che dentro chiunque vive un nucleo unico, una fonte di energia perenne, che senza sosta ogni giorno ci crea e ci ricrea. Quel nucleo è spesso nascosto sotto il peso delle convinzioni, dei modelli sociali, delle appartenenze. Liberarlo da queste zavorre è la sola strada per sentirsi bene, armonici e appagati.

Andrea nervetti

Psicologo e psicoterapeuta, collabora dal 2001 con l’Istituto Riza di Medicina psicosomatica di Milano dove esercita la libera professione. Vice Direttore e Docente presso la Scuola di specializzazione in Psicoterapia a indirizzo psicosomatico dell’Istituto Riza. Membro del Consiglio direttivo della SIMP (Società italiana di medicina psicosomatica), scrive per le riviste Riza Psicosomatica, Antiage ed è responsabile del sito www.riza.it. Svolge anche attività libero professionale presso l’Istituto stesso e a distanza via internet. La scheda completa dell’autore

Raffaele Morelli: Il problema? È già la soluzione

Perché ci abituiamo a guardare in una sola direzione? Perché quando vediamo un problema, crediamo che duri per sempre e passiamo mesi, se non anni, per cercare di risolverlo senza riuscirci? Sentite Adriana:

«Buon pomeriggio dottore, e grazie per questa opportunità. Il mio bisogno al momento è quello di riuscire a sviluppare la capacità di dire di no, in primis sul lavoro, e di non farmi prosciugare le energie da situazioni o da persone che egoisticamente non si creano alcun problema a farlo. Ci sto provando già in questo momento sul lavoro, motivando sempre il mio “no”, perché non vuol essere un sottrarsi al lavoro, anzi. Certo costa fatica assumere questa posizione… Il rimuginio, i timori collegati mi assalgono, interrompono a volte il mio sonno ma io sono decisa e con i suoi consigli sono certa di potercela fare. Grazie».

Il suo problema è imparare a dire di no? Quando un paziente viene da me e mi esprime quella che lui chiama la sua difficoltà, io lo invito a guardare altrove.

Marco: «Il mio problema è l’eiaculazione precoce. Ho provato con tante donne, ma finisce sempre che duro pochi secondi. Alla fine non mi arriva più neppure l’erezione. Una sconfitta totale con le donne».

Raffaele: «Si ricorda l’ultima volta che ha visto un panorama?».

Marco: «No, ma cosa c’entra…?».

Raffaele: «Accadono tante cose dentro di lei, non c’è solo quello che lei chiama il problema sessuale. C’è il panorama, se lo guarda, c’è l’autobus che prende tutti i giorni per andare a lavoro, le lenzuola che la avvolgono quando dorme, la colazione, il suo vestito preferito… E tutte le cose che le vengono facilmente, senza sforzo».

Marco mi interrompe: «Sì ma io ho in mente solo le brutte figure che faccio a letto!».

 

 

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