Liberati del passato, è la sola strada per stare bene

Molte persone sono convinte che i loro problemi attuali siano dovuti a traumi passati, difficoltà con i genitori, figure di attaccamento distaccate o al contrario assillanti. Soffrono perché pensano che quegli avvenimenti le abbiano condizionate per sempre. Si tratta di una convinzione da mettere in discussione. La testimonianza di Emanuela, lettrice di Riza Psicosomatica, spiega perché:

“Sono Emanuela, grazie ai vostri suggerimenti sono uscita dall’ansia, e dal sentirmi ancora una bambina nonostante i miei 42 anni. Adesso, in particolare riesco a parlare in pubblico senza avere la tachicardia o incepparmi con le parole. Ho ascoltato e accettato quelle emozioni ogni volta che arrivavano, senza colpevolizzarmi, capendo di essere anche quella. C’è però ancora un problema che mi fa soffrire e che non mi aiuta a diventare la donna matura e interessante che vorrei essere. Il problema è mia madre: una donna mentalmente instabile che ha sempre avuto la presunzione di controllare la vita di tutti e che ancora si lamenta perché non sono sposata. Soffro e mi rattristo perché avrei sempre voluto una mamma diversa, più normale. A volte chiamarla è un peso, lo faccio lo stesso e poi sto male. Nonostante sia riuscita ad allontanarmi abitando a mille chilometri da lei e da un padre padrone con una mentalità chiusa, ancora mi condiziona. Perché? Sono single e felice di esserlo, ma vorrei essere più serena come le mie amiche.”

La paura della fine nasconde la voglia di rinascere

Per comprendere il vero significato di alcune paure molto diffuse occorre superare le apparenze, che riguardano sempre il mondo esterno, e guardare a quello che accade dentro, nell’interiorità. In questo terreno, la paura della morte nasconde il bisogno di rinascere e scoprire il nostro vero volto: la storia di Rosalba lo spiega molto bene.

“Sono Rosalba, una donna di 37 anni, e scrivo per un problema: sono ossessionata dalla paura della fine, della morte. Ho un compagno, una figlia, i miei genitori sono ancora in vita, eppure da un po’ di tempo penso ormai quotidianamente a come farò a vivere quando mamma e papà se ne andranno, osservo la crescita di mia figlia sempre con una lacrima pensando a quel che non tornerà più, piango per la fine della scuola, per ogni tappa. Nel giorno dei compleanni di chi amo anziché essere felice, penso: ecco, un anno in meno da vivere. Non sono serena ma non ho reali motivi per non esserlo, se non che per me non faccio mai nulla. Ho manie di controllo, organizzo tutto, devo presidiare ogni aspetto della vita, non solo la mia. Sono giovane, vorrei essere felice e godermi la mia famiglia senza vivere nel lutto prima che accada. Su cosa devo lavorare?”

Indice dell’articolo

Le paure sono messaggi dell’anima

Quando, per le ragioni più diverse, non riusciamo a vivere pienamente la nostra vita, l’anima, che adora i paradossi, ci porta a contatto con il suo contrario, la paura della morte. Non per tormentarci, ma per far tramontare il personaggio che crediamo di essere e che non siamo, o non siamo più. La paura di cui parla Rosalba apparentemente riguarda il tempo che passa: pensa al futuro quando i suoi genitori non ci saranno più, oppure la tormenta la crescita della figlia, che vorrebbe tenere bambina (e quindi controllata). Nel profondo, questa sua ossessione per la fine ci parla di altro, di qualcosa che si agita nel mondo interno e scalpita per venire alla luce. Nella mente di Rosalba si è formata una convinzione: ogni cambiamento è pericoloso, perché sfugge al mio controllo. Il pensiero è questo: come sarebbe bello se il tempo si fermasse e tutto restasse cristallizzato qui, in questo istante, in un quadretto idilliaco e immutabile. Sa benissimo che non è possibile, ma una parte di lei lo desidera. Puntuale, l’anima presenta il conto.

Psicologia

Il nuovo libro di Raffaele Morelli Cosa fare quando soffri è disponibile in edicola, allegato a Riza Psicosomatica, o sul nostro store online.

ACQUISTA ORA

L’inganno del controllo

Il fatto da comprendere bene è che ogni volta che cadiamo nel tranello del controllo, la massima illusione dell’Io cosciente, qualcosa da dentro spinge nella direzione contraria. Rosalba ammette di avere manie di controllo e di organizzare tutto con meticolosità. Con la morte non si può fare e questo la manda in crisi. Sfugge sempre, per quanti sforzi facciamo. Ma Rosalba dice anche altro: per se stessa non fa nulla. Questo è il vero problema, non quel timore. Una cosa è certa: quanto più lei insisterà nel controllo di ogni aspetto dell’esistenza (rinunciando a riempire la vita di esperienze appaganti, che le mancano), tanto più quella paura della fine si rafforzerà. Quanta vita si spreca controllando? Se la sua anima potesse parlare, le direbbe: la vita è un soffio, siamo foglie nel vento, saremo polvere, quindi perché affannarsi a voler governare l’Universo?

Tutto cambia ed evolve

Mentre Rosalba si fa ingabbiare dalle sue manie, ogni organo del suo corpo lavora autonomamente e lo fa perfettamente, senza il suo parere, da quando è nata. E cambia continuamente. Mentre lei si strugge per la fine della scuola di sua figlia, migliaia di cellule fra quelle che la compongono sono morte e altre sono nate. Mentre non si gode l’esistenza perché anziché viverla, la programma, i giorni passano comunque e tutto scorre. Già, tutto scorre. Questa massima (il celebre panta rei) attribuita al filosofo presocratico Eraclito spiega come stanno davvero le cose e a che cosa vanamente Rosalba si oppone. Si dirà: ma Rosalba queste cose le sa, non vorrebbe essere vittima di questi pensieri. Ma è lei che li rafforza convincendosi che il solo antidoto alla paura sia un’altra dose di controllo!

Immergersi nel disagio lo fa tramontare

Se davvero vuole superarli, la prima cosa da fare è arrendersi al fatto che sono arrivati e cedere. Arriva il pensiero? Bene, non mi oppongo, mi faccio annullare da lui. Scelgo un posto comodo, mi metto lì nella penombra e mi lascio invadere dal pensiero del lutto, della fine. Sto lì e accolgo tutto quello che arriva: lacrime, tristezza, smarrimento. Mi affido a questa forza che annulla tutto e che mi conduce in territori oscuri. Mentre sento il dolore salire, guardo le mie illusioni tramontare, allontanarsi. Sono sola, nel vuoto e immagino di perdermi in una landa desolata. Chissà cosa troverò? Questo esercizio ha due funzioni: la prima serve a disinnescare gli automatismi mentali che si oppongono al disagio. Se è vero che più ti opponi, più rafforzi il malessere, la via da percorrere è quella della massima cedevolezza. All’inizio spaventa, il dolore sembra aumentare sempre più, ci sentiamo in balia di forze oscure e invincibili. Dopo un po’, puntualmente, arriva la calma, la pace del nulla.

Ecco la seconda funzione dell’esercizio: il vuoto/nulla, insegnano i Taoisti cinesi, è il territorio psichico della rinascita, un grembo gravido di una Rosalba nuova che vuole venire al mondo e che le dà il tormento perché le sue resistenze mentali la vorrebbero tenere nascosta. In questo senso la paura della morte degli altri è pura apparenza: la vera morte che si teme è quella del personaggio che stiamo recitando, al quale siamo abituati come fosse una seconda pelle. Ma come il serpente a un certo momento deve fare la muta, così Rosalba deve liberarsi della corazza di controllo che è il suo vero avversario. Solo così potrà accorgersi di cosa le manca davvero nella vita e riempire quei vuoti che lei stessa ha denunciato: emozioni, interessi, passioni, qualcosa che riguarda lei e trascura nell’incessante lavoro di controllo e organizzazione della vita di tutti. Il disagio ha sempre la funzione di riportarci su una strada armonica con il nostro vero essere: fargli spazio significa comprenderne il messaggio autentico dietro le apparenze, la sola strategia psicologica da adottare al più presto.

Andrea nervetti

Psicologo e psicoterapeuta, collabora dal 2001 con l’Istituto Riza di Medicina psicosomatica di Milano dove esercita la libera professione. Vice Direttore e Docente presso la Scuola di specializzazione in Psicoterapia a indirizzo psicosomatico dell’Istituto Riza. Membro del Consiglio direttivo della SIMP (Società italiana di medicina psicosomatica), scrive per le riviste Riza Psicosomatica, Antiage ed è responsabile del sito www.riza.it. Svolge anche attività libero professionale presso l’Istituto stesso e a distanza via internet. La scheda completa dell’autore

Raffaele Morelli: «Così ho ritrovato l’entusiasmo per la vita»

Molte volte il Viaggio che ciascuno di noi deve compiere viene corretto dall’anima. In quei casi forse l’unico modo per riportarci a casa è farci soffrire, non perché l’anima goda dei nostri disagi, ma semplicemente per oscurare la nostra visione della vita troppo unilaterale, che ci allontana dal nostro percorso.

Nell’e-mail che Juliette mi ha mandato è evidenziato molto bene come certe sofferenze siano il modo più rapido, da un punto di vista energetico, di farci trovare ciò che è indispensabile per la nostra evoluzione:

«Buongiorno Dottor Morelli, avevo proprio una gran voglia di scriverle, la seguo da così tanti anni che ho perso il conto. Dirle “grazie” è poco, perché lei ha risvegliato in me tutto ciò che era sopito, ho imparato a non curarmi degli altri e dei giudizi altrui, ho imparato ad essere e ad avere “un sano egoismo”. Ho ripreso in mano la mia vita: un giorno, ormai di alcuni anni fa, ho seguito uno dei suoi consigli, inconsciamente, ma di sicuro era nella mia anima e nella mia mente da tempo. Era un giovedì sera e, uscendo dall’ufficio presso cui lavoravo da anni, ho chiuso la porta per sempre. Sa, quella sera quando ho chiuso la porta alle mie spalle, mi sono fermata un attimo sul pianerottolo delle scale e ho detto ad alta voce: “Qua non ci torno più!”. Era giunta l’ora, dentro di me, di lasciare tutto ciò che mi andava ormai troppo stretto. Così ho dato le dimissioni. Una cosa era certa: non stavo bene, ma non sapevo esattamente cosa fosse». 

Guarire senza combattere

«Sono andata dal medico per un problema alla colonna vertebrale, lui mi ha ascoltato, ma poi ha esordito col dire che avevo “la depressione”. In un primo momento sono rimasta senza respiro: “Io, la donna forte che ho sempre mostrato di essere, ero alla deriva?”. Certo, ho affrontato un periodo buio, ma ho capito che dovevo percorrerlo e lei per me è stato un faro in tutto quel buio che la depressione porta e che io non conoscevo. In quel periodo ho letto molti suoi libri, la sua rivista la compravo da tanti anni, però in quel periodo è cambiata la sua importanza. Copiavo in un quaderno alcuni concetti, guardavo i video. Così non ho combattuto la depressione, ma ho percorso un tratto insieme a questa malattia, a fianco e non contro, e piano piano ho ripreso l’entusiasmo per la vita. Ora mi dedico a tutte quelle passioni, a cui prima non mi ero potuta dedicare: dipingo, scrivo storie d’amore e lo faccio di nascosto da tutti, questo è il mio angolo segreto. La mattina quando mi alzo sono piena di energia, non vedo l’ora di avere casa tutta per me per dedicarmi ai miei hobby. Mi trucco, indosso qualcosa di carino… È come se avessi un appuntamento segreto con un amante, mi sento viva e appagata. Oggi, quando l’ansia si affaccia, la accolgo, non la combatto e i farmaci sono un lontano ricordo. Ora la saluto e la ringrazio tanto del tempo che ha dedicato a leggere la mia mail. Con tanta stima, Juliette».

Raffaele morelli

Vuoi ricevere in anteprima gli articoli del dott. Morelli?

Iscriviti alla newsletter di Raffaele Morelli: ogni venerdì riceverai un articolo del dott. Morelli, da leggere comodamente nel corso del weekend.

ISCRIVITI ORA

A fianco, non contro

Di quello che scrive Juliette, le parole che vorrei sottoporvi e che sono decisive sono queste:

«Così non ho combattuto la depressione, ma ho percorso un tratto insieme a questa malattia, a fianco e non contro, e piano piano ho ripreso l’entusiasmo per la vita».

Quando arriva, il disagio sta aprendo le porte ad altri lati della personalità: “la donna forte” – come scrive Juliette – viene scalzata via e “va alla deriva”. Il dolore viene perché l’Io è abituato a un modo di vedere il mondo, nel caso di Juliette a dominare, condurre, decidere sempre in prima persona, comandare. Percepirsi deboli, fragili, ci fa sentire sconfitti, ci sembra di fallire. Invece l’anima, il Sé, sta recuperando un’energia creativa, riparatrice, che mette in moto l’autoguarigione.

Così Juliette ritrova l’entusiasmo: scopre uno spazio segreto, scrive storie d’amore, ha tutti i giorni un appuntamento con l’immagine di un amante segreto… La donna forte, la dominatrice avrebbe accettato questo lato di sé? Sicuramente no: ecco la depressione, il buio che azzera tutto.

Non per tutti naturalmente c’è bisogno di lasciare il lavoro e dedicarsi a dipingere, a scrivere. Ma certamente in ogni disagio c’è un’energia nascosta che sta nascendo. Ostinarsi a voler vedere solo il lato negativo del dolore, lo cronicizza. Sentite cosa mi dice Miriam:

«La mia vita è cambiata quando ho smesso di ostinarmi a tenere in vita il rapporto con il mio compagno. Per anni l’ho inseguito, vivevo per lui e cercavo di assecondarlo in tutto, ma lui era sempre scontento e io di conseguenza infelice. Un giorno ho incominciato a stare male, avevo attacchi di tristezza e di pianto senza motivo e sono andati avanti per mesi e mesi. Eppure io mi preoccupavo solo che lui fosse contento e avevo paura che, vedendomi in questo stato, mi lasciasse. La salvezza è stata una mia amica, che mi ha detto: “Miriam, ti ricordi come ridevamo, quanti scherzi facevamo ai nostri amici?”. Mi sembrava parlasse di un’altra donna, non di me: ma qualcosa è scattato. Mi sono arresa, mi sono detta che dovevo smetterla di lottare per tenere in vita questo amore».

Via via la sofferenza si è diluita, Miriam dava sempre più spazio all’immaginazione, alla fantasia.

«Sa cos’è successo? Ho tirato fuori dall’armadio vestiti che non indossavo più: da quando stavo con lui indossavo solo abiti scuri. Mi sono messa a fare le sfilate davanti allo specchio, ho ricominciato a ridere, a immaginare di essere un’avventuriera che viaggiava sulle navi dei pirati, oppure una ballerina di Can Can della belle époque».

C’era una donna nascosta che era stata soffocata da tutti quegli anni in cui “inseguiva” il suo compagno. A questo era servito il dolore, a farla rinascere e rivivere. Oggi Miriam frequenta un nuovo compagno, la depressione è guarita perfettamente.

Mi vengono in mente le parole di Adin Steinsaltz:

«Spesso la realtà dell’anima o i suoi messaggi si presentano alla persona non come una rivelazione, ma come un disturbo».

Nel dolore è presente quel lato della personalità che è stato soffocato e che bussa alla porta del nostro Io per essere ritrovato.

Vuoi raccontarci la tua esperienza, i tuoi dubbi, i tuoi successi? Manda una mail a [email protected]

Raffaele morelli

Psichiatra e Psicoterapeuta. Fondatore e Presidente dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, Direttore responsabile delle riviste Riza Psicosomatica, Dimagrire, MenteCorpo.

Raffaele Morelli: Quando un sogno ti cambia la vita

Il senso più profondo della psicoterapia è quello di aiutare il paziente a trovare la sua strada. Spesso è coperta da pensieri tortuosi, da convincimenti, da fissazioni sul passato che disturbano profondamente le capacità innate di autoguarigione. Quasi sempre il peggior nemico è l’idea che ciascuno si è fatto di se stesso e il considerare la sua vita come immodificabile.

A volte, quando vedo un blocco, quando le cose non procedono e non c’è nessun miglioramento, chiedo a chi viene da me di mettere un taccuino vicino al comodino, perché spesso i sogni vedono più chiaramente di noi il nostro destino. In genere quando nei sogni vediamo comparire delle immagini floreali, arriva prima o poi la svolta.

Sei una mente sognante

Se impariamo a ragionare con i codici della vita onirica, incontriamo la magia che si nasconde nei sogni. E loro, bussando a quella porta, ci mostreranno un mondo diverso, che ci riavvicina agli elementi essenziali che ci contraddistinguono. I sogni ci parlano, ci mettono in guardia, si prendono cura di noi, ci guariscono. Nel sogno è nascosto un sapere che la mente ordinaria ignora.

Noi siamo prima di tutto, più di tutto, una mente sognante. Dove abita la magia, nel nostro cervello? Perché ci sia magia si deve per forza supporre che le barriere del tempo vengano meno e che lo spazio si comporti come un unicum… Ed eccoci catapultati nel mondo del sogno, dove un secondo sembra un’eternità.

«Non finiva più di incalzarmi, quell’onda» mi dice Angela «scappavo e lei si avvicinava. Era una lotta che durava da chissà quanto tempo, nel mio sogno». Il sogno si comporta come se il tempo dell’orologio svanisse e lo spazio fosse capace di partorire immagini dal nulla. Fuori dal tempo e dallo spazio i sogni sembrano dire cose inaspettate e talora hanno il sapore di vere e proprie profezie.

Spesso nei sogni vengono a trovarci i fiori: arrivano dal profondo del nostro inconscio, che è fatto di natura. Nelle aree primordiali del cervello noi siamo piante, animali, boschi, uova che si schiudono. I sogni naturali ci parlano, ci avvisano, curano la nostra anima sofferente, a volte annunciano la guarigione di disagi profondi, che duravano da chissà quanto tempo. 

Raffaele morelli

Vuoi ricevere in anteprima gli articoli del dott. Morelli?

Iscriviti alla newsletter di Raffaele Morelli: ogni venerdì riceverai un articolo del dott. Morelli, da leggere comodamente nel corso del weekend.

ISCRIVITI ORA

La storia di Amalia

Amalia, 40 anni, viveva da alcuni anni un rapporto tormentato con il marito, che la lasciava per poi ripresentarsi ogni volta dopo qualche mese. In genere tornava perché aveva bisogno di soldi e dopo qualche settimana spariva di nuovo. Per molti anni le cose sono andate avanti così. Amalia non riusciva a separarsi, vuoi per i figli, vuoi perché si sentiva insicura.

Dopo aver consultato numerosi avvocati, alla fine aveva rinunciato e si riprendeva il marito, quando tornava. Naturalmente era «sempre ansiosa, scontenta, depressa, inquieta – raccontava – perché alla mia vita mancava qualcosa. Mi ero arresa all’insoddisfazione amorosa per sempre». Si sentiva sconfitta, pensava che non avrebbe mai più potuto innamorarsi e avere una vita affettiva, una relazione coinvolgente. E poi Amalia era perplessa perché nella sua vita non cambiava niente, non succedeva niente di nuovo tra una fuga e una puntuale ricomparsa del coniuge. «Ero anche stufa di chiedere i soldi ai miei genitori per andare avanti. Ero veramente desolata».

L’anno scorso fece un sogno:

«Ero in un tunnel buio dove camminavo, camminavo ma senza sapere dove andare. Ero impaurita, perché le mie gambe facevano i passi automaticamente, senza che io le guidassi. Ero un automa e proseguivo in questo sentiero senza luce. Mi sentivo scoraggiata e stavo per piangere, quando ho visto un giardino con due piante di gelsomino, una con i fiori bianchi profumatissimi e l’altra invece completamente ricoperta di fiori gialli».

Come faccio sempre con i miei pazienti, le ho consigliato di andare a cercare il significato simbolico dei gelsomini. È andata a cercare su Internet: il gelsomino bianco era quello di Goa, dal profumo di mughetto, intensissimo, inebriante. Una pianta che si trova ancora adesso nella villa medicea del castello di Firenze. Pensate, Amalia ha sognato una pianta cara al granduca di Toscana, già piantata ai tempi dei Medici.

Questi fiori di Goa, diceva il grande Alfredo Cattabiani, vogliono dire a una donna che si desidera: tu superi ogni beltà. Cattabiani sapeva che il gelsomino esprime più di altri fiori il linguaggio d’amore e che ogni colore del fiore racchiude un messaggio diverso. E l’altro gelsomino del sogno? «Dopo la prima notte d’amore le si manderà un gelsomino giallo che è simbolo di felicità» avvisa ancora Cattabiani. 

Il gelsomino sapeva

Dopo il sogno, in un primo momento e apparentemente non cambiò niente, ma Amalia veniva agli incontri di gruppo del giovedì a Riza sempre più elegante, truccata, mentre fino ad allora era stata sempre molto trasandata, come se avesse messo sullo sfondo la sua femminilità. Unica novità nella sua vita: il marito le aveva annunciato che si sarebbe assentato per almeno sei mesi per lavoro, all’estero.

Circa due mesi dopo, mentre Amalia portava i suoi ragazzi a scuola, un papà separato scambia qualche battuta con lei. Lei rimane molto colpita dalle «parole dolci» di questo signore, che in seguito la corteggia in modo sempre più insistente «ma molto educato». Il resto della storia potete immaginarlo. Tra di loro è nata una relazione sempre più coinvolgente. «Mi sa che i gelsomini avevano una vista lunga, migliore della mia», è stato il suo commento.

Amalia ha poi piantato sul suo terrazzo alcuni tipi di gelsomini di diversi colori. Con questa persona la relazione ha superato brillantemente la prova dell’isolamento da coronavirus. Al marito, quando è tornato, Amalia ha comunicato di avere iniziato la pratica di separazione e anche se lui ha insistito in tutti i modi per bloccarla, lei ha proseguito per vie legali senza ansia, senza dubbi, senza incertezze.

Le ho consigliato, ma lei lo aveva fatto già da sola, di leggere libri sul significato spirituale delle piante. Il gelsomino, per gli Arabi, è il fiore che profuma l’intero paradiso perché simboleggia l’amore divino. Amore sacro e amore profano sono presenti nel gelsomino sin dagli albori della sapienza antica.

Nei sogni sono nascosti saperi e chiaroveggenza che il nostro Io ignora: il sogno di Amalia parlava di un amore che sarebbe arrivato, ma indicava anche altri aspetti della sua imminente rinascita spirituale, quelli della ricerca interiore, del significato più profondo della vita, del senso. Amalia ha seguito questa indicazione.

Vuoi raccontarci la tua esperienza, i tuoi dubbi, i tuoi successi? Manda una mail a [email protected]

Raffaele morelli

Psichiatra e Psicoterapeuta. Fondatore e Presidente dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, Direttore responsabile delle riviste Riza Psicosomatica, Dimagrire, MenteCorpo.

Sei in crisi? Accogli il cambiamento e rinasci

Nella vita può accadere che un evento negativo sia l’innesco di un cambiamento interiore profondo, che all’inizio può spaventare, ma che va vissuto come la tappa iniziale di un percorso evolutivo verso la persona nuova che siamo destinati a diventare. Accade a Marta, lettrice di Riza Psicosomatica, che scrive alla redazione:

“Vivo un periodo di profonda crisi personale e professionale. Di recente ho perso il lavoro, ne ho trovato un altro ma in una realtà difficile. Sento costantemente pressioni dai colleghi e ho la sensazione di dovermi sempre difendere. Ci riesco, ne sono capace, ma pare di essere costantemente su un campo di battaglia, mi sento una guerriera e questo non mi piace. In più, ho allontanato amicizie di vecchia data perché non le sentivo più affini; non voglio più accontentare gli altri come ho sempre fatto dimenticandomi di me stessa. Mi sto ribellando al mondo intero, non mi piacciono più cose, persone e luoghi che un tempo adoravo. Spesso sto meglio in solitudine, anche se il pensiero di stare per sempre sola mi spaventa. Ho notato che la mia ansia si placa se sto all’aperto, non so perché. Per di più, non trovo un compagno e questo mi scoraggia molto. Voglio ritrovare me stessa, ma mi sento senza soluzioni”.

WhatsApp