E se il bullo è tuo figlio?

Il bullismo non è un fenomeno nuovo, ma i dati statistici più recenti (Censis 2008) indicano un forte incremento negli ultimi anni. È quindi un tema di grande attualità che riguarda non solo solo le famiglie dei bambini (o dei ragazzi) che lo subiscono, ma anche le famiglie di quelli che lo “praticano”. Queste ultime si trovano fra l’incudine e il martello (ovvero fra la preoccupazione per il proprio figlio e lo stigma del gruppo sociale verso il suo comportamento). Ma perché un bambino diventa un bullo?

Perché un bambino diventa un prevaricatore

Il comportamento aggressivo di un bambino può nascere come reazione a un dolore: l’abbandono da parte di un genitore in tenera età, un clima familiare poco sereno con litigi continui. Altre cause: il timore di non essere amati, un’educazione troppo permissiva o al contrario eccessivamente severa. Il bullo in ogni caso reagisce con una superiorità sprezzante e una svalutazione degli altri: in realtà, ha solo un grande bisogno di amore.

Prevenire il bullismo: occhio ai segnali d’allarme

Esistono sono alcune spie che devono mettere in allerta i genitori.

  • incapacità del bambino di esprimere la propria rabbia in modo costruttivo (sbatte le porte, dice parolacce…);
  • atteggiamento aggressivo nei confronti di un genitore (reagisce in modo violento durante un litigio);
  • totale mancanza di rispetto delle regole;
  • scarso rendimento scolastico;
  • arroganza con i professori.

Attenzione: è un po’ “spocchioso” o è proprio bullo?

L’argomento è delicato e l’apprensione di genitori o insegnanti può dar luogo ad allarmismi che non sempre hanno un fondamento. Ci sono ragazzi più forti di altri, che sanno imporsi al gruppo: questo non deve portare a definirli “bulli” in maniera automatica. Il bullismo, infatti, risponde a caratteristiche precise.

  • Il persecutore trova piacere nel dominare la vittima, senza mostrare compassione per la sua sofferenza psichica o fisica.
  • L’atto di violenza e prevaricazione continua per un lungo periodo di tempo.
  • La prepotenza è spesso legata alla superiorità del persecutore, dovuta all’età, alla forza fisica o al sesso.
  • La vittima è più sensibile dei coetanei alle prese in giro, non sa o non può difendersi adeguatamente e ha caratteristiche fisiche o psicologiche che la rendono più incline a essere presa di mira.
  • La vittima si sente isolata e spesso ha paura di riferire gli episodi di bullismo perché teme rappresaglie e vendette.

Le mosse vincenti  per sconfiggere il bullismo

Il bullismo si manifesta unicamente nelle relazioni tra pari, quindi a scuola o all’interno di un gruppo. Per questo i genitori sono gli ultimi “a sapere”. E, quando avviene, il senso di colpa e la vergogna sono forti, tanto da portare a reazioni poco utili, come il rifiuto di prendere atto, oppure il passaggio immediato a sistemi punitivi severi o ancora l’inattività totale. In realtà un ragazzo che si comporta da bullo esprime malessere, immaturità, insicurezza, scarsa autostima, nonostante possa sembrare il contrario. Ha bisogno di aiuto, al pari delle sue vittime. Anzi ne ha doppiamente bisogno: le vittime, nel momento in cui denunciano i fatti, ricevono solidarietà, vicinanza e difesa. Un bullo viene punito, isolato, condannato, in molti casi senza che vengano messe in atto contromisure per il suo recupero.

Il ruolo della famiglia

  • Cercate di affrontare il problema con un atteggiamento costruttivo, parlando con vostro figlio in modo sincero e facendolo ragionare sul suo atteggiamento. La cosa peggiore, infatti, è reagire in modo spropositato, perdendo le staffe. Chiedetevi per prima cosa se non siete stati troppo disattenti, inculcando così in vostro figlio l’idea di poter agire in modo incontrollato.
  • Non giudicatelo, ma cercate di capire cosa vuole comunicare con il suo atteggiamento.
  • Aiutatelo ad aumentare la sua autostima (chi infierisce sui deboli non ha vera stima di sé), incoraggiandolo a sviluppare le sue caratteristiche positive, le sue abilità, l’impegno personale, l’empatia, la collaborazione, la solidarietà.
  • Stimolatelo a costruire relazioni valide con i coetanei, a esprimere la rabbia in modo differente, ad esempio attraverso lo sport; proponetegli un’attività di gruppo che lo responsabilizzi verso i compagni.
  • Insegnategli a intuire le conseguenze dei suoi comportamenti.
  • Se vi è accaduto, raccontate a vostro figlio di quando anche voi avete avuto un comportamento da “bullo” e di come nel tempo siete cambiati.

Cosa potrebbe fare la scuola

La scuola dovrebbe insegnare maggiormente agli alunni a interiorizzare una cultura della tolleranza e del rispetto verso i coetanei, attraverso la riflessione e la piena consapevolezza della condotta sbagliata messa in atto con la vittima. Il bullo non andrebbe isolato, ma educato all’accettazione dell’altro. Non è del tutto consapevole della sofferenza che provoca. Dunque, bisognerebbe aiutarlo a comprendere la conseguenza del suo gesto nei confronti della vittima, mediante la condivisione del dolore. Come? Attivando, ad esempio, laboratori teatrali in cui favorire la simulazione del conflitto fra pari. Sarebbe inoltre auspicabile pensare a un percorso di comprensione fatto di stimoli, immagini, racconti ed esercitazioni per ripensare i sentimenti vissuti e le reazioni emotive; e per esercitarsi a imparare a gestire le proprie emozioni, sviluppando la massima tolleranza verso chi è diverso da sé.

Come superare la claustrofobia

Claustrofobia: sintomi e cause

Sentirsi obbligati a fare sei piani a piedi anche se l’ascensore funziona perfettamente per non rischiare di restare chiusi dentro. È questa la situazione che meglio esprime una delle fobie più conosciute: la claustrofobia. Questo disturbo può essere l’unica spia di uno stato di ansia che per il resto rimane “sommerso”, o può accompagnarsi ad altri sintomi psichici: agorafobia, ipocondria, ansia generalizzata. In tutti i casi l’esposizione alla situazione temuta, e talora anche solo l’idea di affrontarla, può far scattare un intenso attacco di panico. La persona che soffre di claustrofobia può aver avuto anche solo un attacco in passato, ma ciò è bastato a creare la fobia, un’irrazionale e paralizzante terrore di situazioni simili o analoghe, e di conseguenza a evitare tutte le situazioni “chiuse” che potrebbero far emergere nuovamente la claustrofobia.

Il significato della claustrofobia

Claustrofobia” è una parola composta che deriva dal latino claustrum “luogo chiuso” e dal greco phóbos “paura”, indicando un forte timore nel trovarsi in spazi chiusi o stretti. Secondo la chiave di lettura psicosomatica, questa fobia rivela in realtà un forte bisogno di libertà e di voglia di fare, bloccato da insicurezze e sensazioni di inadeguatezza o incapacità.

Se la nascondiamo la claustrofobia si rafforza

Benché la claustrofobia sia un problema diffuso e decisamente fastidioso, viene spesso trascurato proprio da chi ne soffre: si cerca di non dichiararlo – cosa quasi impossibile – inventando qualsiasi scusa per spiegare le “strane” rinunce e i comportamenti di compromesso, si pensa che forse un giorno la claustrofobia passerà da sola o al contrario che non c’è niente da fare, si assumono farmaci “alla bisogna” spesso del tutto fuori dal controllo medico. Ed è sbagliato perché nel tempo la claustrofobia si struttura come abitudine di vita, come equilibrio psichico quotidiano, sostenuto da meccanismi cerebrali che si cronicizzano. Perciò va curata bene, evitando psicofarmaci e comprendendo il senso della propria claustrofobia, che può essere assai diverso da altri che pure ne soffrono allo stesso modo.

Possibili cause della claustrofobia

Se il cervello produce la claustrofobia c’è sempre un motivo, o anche più d’uno. Riconoscerlo è essenziale per rimuoverlo alla radice e tornare a vivere liberamente.

  • Pericolo: si sta vivendo una situazione esistenziale, affettiva o professionale che appare senza via d’uscita.
  • Pressione: da troppo tempo si viene sottoposti a forti pressioni, richieste, aspettative e giudizi, a cui non ci si sottrae o non si può reagire.
  • Trauma: si è di recente vissuto un evento traumatico (un incidente, un borseggio…) che ha fatto temere per la vita propria o di una persona cara.
  • Trasformazione: si conduce una vita che non viene più sentita come propria, ma non si riesce ancora a fare cambiamenti.
  • Cerebralità: la vitalità è stata intrappolata dalla ragnatela della razionalità, che vuole controllare tutto. Mancano azione di cuore, d’istinto e d’anima.

Cosa fare: accetta il problema e rinuncia alle terapie d’urto

Non forzarti
Nello stato in cui sei le prove di forza potrebbe anche peggiorare le cose. Accetta al momento il problema claustrofobia e non vergognartene.

    Ricontatta il corpo
    Sono molto utili massaggi e tecniche corporee che, con assoluta gradualità, ti facciano percepire il corpo come un amico sicuro, come la tua casa.

      Scrivi i sogni
      Fallo almeno per qualche settimana. Essi ti sveleranno il cuore del problema. Poi, se lo ritieni, potrai chiedere a uno psicoterapeuta di aiutarti a coglierne il senso.

      Fai modifiche indirette
      Individuato il vero problema restane consapevole ma non attaccarlo in modo diretto. Cambia invece lo schema della giornata e della settimana: orari, ritmi, scaletta, percorsi. Se lavori in modo strutturato, agisci sul tempo restante.

      Aspetta la forza
      Ora attendi che la “scelta di cambiamento” ti si presenti senza che tu ci abbia pensato. Lascia che prenda forza dentro di te: devi solo aspettare.

      Se non temi la noia puoi trovare il talento

      È una delle cose più temute dall’uomo moderno, che fa il possibile per non incontrarla mai, invano. È la noia, fantasma temibile per gli adolescenti, ma spauracchio anche per tanti adulti. Nessuno la vuole eppure la noia è lì, dietro l’angolo, pronta a manifestarsi e anzi pare proprio che quanto più ci si adoperi per allontanarla, tanto più la sua ombra si faccia minacciosa.

      La noia nasce da noi

      Certo la noia non è piacevole: è un sensazione variegata che mescola di volte in volta, in modo diverso, l’inerzia, la monotonia, l’indifferenza, il fastidio, il distacco, il non senso, e che può tradursi nel non sapere cosa fare, cioè non sapere come impiegare il tempo, come provare interesse o emozioni, come sentirsi vivi e partecipi. Ma la vita si basa sulla compresenza e sull’alternanza di opposti, e la noia costituisce il polo opposto della passione, della percezione di senso e di pienezza dell’essere. Un polo necessario dunque all’attività psichica e mentale, poiché con la sua presenza ci dà preziose informazioni su come stiamo vivendo e su ciò che stiamo facendo: ci interessa? Ci appartiene? È il modo giusto? Stiamo esagerando? C’è qualcosa da modificare? Siamo stanchi?

      La noia è creativa e può “partorire” il talento

      Il cervello produce la noia per rispondere a queste domande quando noi non ce le poniamo più, e se la ascoltiamo può orientarci, può aiutarci a fare piccoli e grandi cambiamenti essenziali alla qualità del vivere e soprattutto a scoprire ciò che della vita ci è più affine, ciò che realizziamo al meglio: in una parola, il nostro talento.  Ricontattare in modo sano la noia restituisce quindi una bussola importante per abitare bene la propria vita. Perché non provare?                            

      Come si cerca di evitare la noia

      – Aumento degli impegni.

      – Uso di droghe e alcol.

      – Ricerca di esperienze “forti”.

      – Continuo contatto con gli altri.

      Le conseguenze di questa fuga

      – Si perde la vera libertà d’azione e di scelta.

      – Ci si annoia subito, per tutto, con estrema facilità.

      – La noia diventa ansia e irrequietezza.

      – Ci si preclude l’introspezione e la conoscenza di sé.

      – Si sviluppa un fondo di malinconia e solitudine.

      Cosa fare: Sfidala! Annoiati apposta e sblocchi la mente

      Riduci gli impegni

      Se ti accorgi di essere “in fuga dalla noia” (riempi tutte le giornate, sei sempre in azione, eviti di stare da solo, cerchi solo emozioni intense) e vuoi cambiare, la cosa migliore è fare le cose di sempre, riducendone però il loro numero. Ad esempio gli impegni del week-end: gli stessi che avevi in programma, ma uno in meno. Il tempo di ognuno così si dilata un poco e la tua mente si abitua con gradualità ad avere piccoli e accettabili spazi di noia.

      Cercala quando non c’è

      Finché scappi dalla noia sei obbligato a fare tante cose effimere e comunque in più, e al contempo ti precludi esperienze che sarebbero più vere e appaganti. Una volta la settimana “annoiati consapevolmente”: fai qualcosa che già sai che ti annoia, ma – e questo è il punto centrale – dedicati al 100%, cioè dandoti senza riserve, lamenti e sbuffi, stando nel presente. Il tuo cervello abbatterà la paura e si aprirà nuove strade e sensazioni sorprendenti.

      Se non temi l’incoerenza trovi la felicità

      L’uomo moderno è sempre più vittima di un mito ingombrante: la coerenza. La nostra mente è sempre affollata da pensieri e per mettervi ordine riteniamo indispensabile essere coerenti sempre con ciò che crediamo e affermiamo. E quando non ci riusciamo? Puntale, arriva il senso di colpa. Non quel senso di colpa che nasce dalla disapprovazione altrui, o quello che può comparire per aver trasgredito, per esempio, una prescrizione dei genitori, un precetto religioso, per aver guardato con troppo interesse una persona dell’altro sesso, per essersi appropriati del non dovuto… In questi casi crediamo di conoscere le motivazioni. Ci riferiamo piuttosto a quel disagio più importante che proviamo quando sentiamo la coscienza rimordere, senza quasi saperne la ragione. E’ il senso di colpa che proviamo per essere stati incoerenti, che tiene lontana la felicità.

      La dittatura della coerenza spegne la felicità

      Ma perchè questo senso di colpa è nemico della felicità? Fin da piccoli siamo stati educati a pensare che i nostri giudizi possono spiegare tutto in maniera razionale. E, soprattutto, siamo abituati a seguire regole imposte dall’esterno (tipo: devi sempre essere coerente con te stesso)e quindi a provar rimorso se non riusciamo ad applicarle come richiesto. La dittatura della coerenza a tutti i costi nasce quindi da un preciso modello mentale. Purtroppo questo schema di comportamento è fonte di un disagio che ci avviluppa su se stesso.

      …accettare l’incoerenza la libera

      Come smascherare questi schematismi e trovare la felicità? Cominciamo col pensare che il significato della vita non è mai scoperto una volta per tutte e che quindi la coerenza, con le sue certezze e i suoi dogmi non possa spiegare tutta la complessità dell’esistenza. Liberiamoci, pertanto, di quella corazza caratteriale che ci pesa più di un’armatura medioevale e che ci fa vedere il mondo come un castello con solide e incrollabili mura. Se accettiamo di essere incompleti, incoerenti, se ci affidiamo il più possibile a quanto di ignoto, di imprevisto ci offre la vita, allora ci sentiremo bene e la felicità ci verrà a trovare, spesso inaspettata. E, se avvertiamo ancora qualche senso di colpa, lasciamolo fluire. Un po’ di incoerenza non fa male. Avremo preso la vita nelle nostre mani: che cosa c’è di più gioioso?              

      I disegni sconfiggono la paura dei bambini

      Come liberare i bambini dalla paura attraverso un disegno

      Arrivano di notte, di corsa, nel letto dei genitori perché hanno fatto un brutto sogno e hanno paura. Oppure restano nel lettino, ma chiamano a gran voce, disperati. Non vanno in bagno perché devono attraversare il corridoio buio. Aspettano che gli accendiamo la luce e li accompagniamo. I bambini hanno molte paure, che si ingigantiscono per il fatto di non essere identificate.

      Infatti, il prototipo delle paure infantili è il buio, contenitore ideale di tutto ciò che è ignoto: i contorni delle cose si confondono e possono assumere le forme più minacciose.

      Esploriamo l’ignoto

      Il primo passo per superare una paura è renderla visibile e rappresentabile, in modo che sia possibile conoscerla, condividerla e accettarla. Proprio come quando si accende la luce e quel mostro terribile e minaccioso torna a essere solo un mucchio di vestiti gettato sulla sedia.

      Il secondo passo è quello di essere accanto al bambino a esplorare l’ignoto. Ogni piccolo ha bisogno, almeno per tutta la prima infanzia, di sentirsi accompagnato e protetto dalla persona che è fonte della sua sicurezza, quello che in psicoanalisi si chiama “oggetto buono” e che corrisponde alla fonte delle cure genitoriali, madre o padre che sia. Questa presenza consente al bambino l’esplorazione degli ambienti nuovi e gli permette di imparare a separarsi e a ritrovarsi.

      È importante che il bambino riesca a mettere insieme, a integrare, gli aspetti buoni del genitore (la sua presenza) con i suoi aspetti “cattivi” (la sua temporanea assenza). È questa assenza, cattiva, che espone il bambino alla paura di affrontare l’ignoto da solo.

      Possiamo aiutare nostro figlio a elaborare le sue paure attraverso semplici giochi realizzati tramite disegni. Ve ne proponiamo due, uno con una scenografia notturna, per  dare forma e misura alle paure sconosciute, e un altro ambientato di giorno, perché riconosca che esistono molte figure che gli sono amiche.

      Di giorno. Riconosciamo gli amici

      Preparate insieme al bambino un cartoncino dove disegnare o incollare gli elementi di una foresta, un deserto, una montagna o un mare, in un’ambientazione diurna. Chiedete al bimbo di scegliere e rappresentare, disegnando o ritagliando dai giornali, uno o più animali da lui considerati buoni e altri cattivi. La qualità di buono o cattivo sarà attribuita dal bambino in base alle sue fantasie e quindi non necessariamente rispecchierà la realtà: non stupitevi e non interferite se compaiono conigli mannari, serpenti dolcissimi, formiche giganti e minuscoli elefanti. Posizionate insieme gli animali nella scenografia e divertitevi a farli interagire tra loro.

      Di notte. Guardiamo nel buio

      Create una scenografia notturna: come sfondo usate un cartoncino nero o blu (lasciate scegliere al bambino) e incollateci sopra le sagome, disegnate, ritagliate o costruite, degli alberi, delle montagne, delle rocce, utilizzando cartoncini, carta crespa, foglie, legnetti, fiori secchi o immagini ritagliate da un giornale.

      Fate scegliere al bambino gli animali con cui popolare questa scena, utilizzando fotografie di giornali, oppure sagome ritagliate da cartoncini colorati o da disegni. Lasciatelo libero di scegliere qualsiasi animale, anche quelli che a voi sembrano repellenti o spaventosi. Invitatelo a disporli nella scenografia e giocate: ci saranno animali che dormono, che cacciano, che corrono. Comincerà a prendere confidenza con la vita notturna, che farà meno paura.

      Mio figlio mi tratta male: come mi comporto?

      A volte i genitori si domandano: “Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo? Eppure ce l’abbiamo messa tutta per non fargli mancare nulla”. Dubbi legittimi, ma su una cosa possiamo essere sicuri: gli atteggiamenti ribelli, provocatori e aggressivi dei nostri figli non dipendono da noi, anche se in noi trovano un facile bersaglio. La ribellione è infatti una spinta vitale del tutto naturale. È una fase transitoria dell’esistenza che l’adolescente attraversa: perché possa diventare uomo deve prima affrancarsi da mamma e papà. Ma per farlo ha bisogno di smitizzare, talvolta anche in modo ruvido, le figure genitoriali, mettendo in discussione i loro valori di riferimento e il loro modo di pensare, per poi magari recuperarli in seguito. E quanto più mamma e papà sono stati adorati dal bambino quando era piccolo, tanto più forte sarà ora lo strappo da loro. Vediamo qual è l’atteggiamento giusto da tenere in questi casi.

      Come crescere i gemelli

      Crescere i gemelli: le strategie per fare meno fatica

      Ebbene sì, ne aspettavamo uno e ne sono arrivati due. Doppio lettino, doppi vestitini, doppio bagnetto. Con un pensiero ricorrente nella testa di mamma e papà: come vanno educati i gemelli? In modo diverso rispetto a come faremmo con due fratelli? La risposta è no. I gemelli non hanno bisogno di un’educazione particolare, ma vanno trattati come due fratelli, ciascuno con la propria personalità. Fondamentale invece per il proprio benessere è il creare, fin da subito, una robusta rete organizzativa per far fronte alle tante incombenze quotidiane. Infatti, i gemelli pongono soprattutto problemi pratici, dal punto di vista educativo, invece, non cambia nulla rispetto alla crescita di due fratelli.

      I gemelli: dover dimezzare le attenzioni è una fortuna!

      La nascita di due figli gemelli è un piccolo “terremoto” per la famiglia e all’inizio comporta qualche fatica in più. Questo obbliga il genitore, in particolare la mamma, a dimezzare le attenzioni che dedica a ciascuno dei due gemelli. Alcune si rammaricano di questo, non pensando però che ciò che pare un problema può tramutarsi invece in un vantaggio per l’educazione dei piccoli: favorisce infatti la loro autonomia fin da subito e riduce il rischio per i genitori di diventare iperprotettivi.

      Delega di più: anche  per i gemelli è una ricchezza

      È frequente che attorno ai gemelli ruotino e si alternino più figure adulte di riferimento (tate, nonni, amici), chiamate in causa per supportare la fatica quotidiana di mamma e papà. Affidare loro i bambini con animo leggero è sicuramente un’altra buona regola da seguire. A differenza di quanto spesso si dice, per i piccoli, la presenza di tanti adulti attorno a loro è una ricchezza. I bambini, anche i gemelli riescono infatti ad adattarsi alle varie situazioni con naturalezza. L’importante è che le scelte educative restino prerogativa di mamma e papà.

      Separare o tenere insieme i gemelli?

      Si sente spesso dire che è importante cercare di differenziare (a partire dall’anno) le esperienze dei gemelli. Promuovere l’individualità non significa, però, imporre a tutti i costi esperienze diverse a ciascuno, quando è evidente che questo non dà loro alcun beneficio, ma anzi può ostacolarne la crescita. È più importante sostenere le loro inclinazioni, simili o diverse esse siano. Piace a tutti e due il tennis? Facciamolo fare a entrambi. Al tempo stesso, è utile creare piccoli spazi autonomi, anche solo luoghi diversi dove mettere i propri giochi e fare i compiti. Insomma niente regole fisse, l’importante è stabilire un rapporto individuale con ciascuno dei due.

      A scuola: dividere non fa sempre bene… Valuta caso per caso

      Far frequentare ai gemelli classi o addirittura scuole diverse, oppure no? È una delle domande che tipicamente si fanno i genitori, anche se i pareri in proposito sono molto discordanti. C’è chi sostiene che debbano vivere esperienze differenziate e chi è convinto che sia meglio il contrario. In realtà la valutazione va fatta caso per caso. Un primo tentativo può essere di allontanarli mettendoli in classi diverse, provando all’asilo, quando è più facile modificare la situazione in corso d’opera. Se però la separazione diventa causa di sofferenza, è meglio assecondare il desiderio dei bambini di stare uniti. Per questo diventa fondamentale osservarli con attenzione, identificando i loro gusti, le loro attitudini, a scuola come a casa e nelle attività extrascolastiche: è il loro benessere a fare da guida, più di qualsiasi regola fissa. Saranno loro via via a trovarsi da soli e spontaneamente spazi, amici e gusti diversi.

      In adolescenza il litigio come segno di distinzione

      Spesso è nell’adolescenza che emerge da parte di ciascuno un forte desiderio di essere diversi. Infatti, se il percorso di differenziazione e individuazione non c’è stato prima, nell’infanzia, è facile che prima o poi uno dei due gemelli sia costretto ad assumere un atteggiamento spesso opposto a quello del fratello per distinguersi: può essere un look trasgressivo, un tatuaggio, un percorso di studi… Sono frequenti anche le liti e le esclamazioni di insofferenza sulla propria condizione di gemellarità. Il consiglio per il genitore è di accogliere questa tendenza chiudendo un occhio anche in caso di scelte un po’azzardate.

      I consigli per educare i figli gemelli

      – Evitare nomi troppo simili come suono o come concetto (Mario/Dario, Sara/Mara, Chiara/Bianca…).
      – Proporre regali differenti, seguendo le preferenze di ciascuno.
      – Non usare l’appellativo generico “i gemelli” o coppia: meglio il nome proprio di ciascuno.
      – Non vestirli nello stesso modo. Abituiamoli presto a non specchiarsi l’uno nell’altro, ma ad avere un abbigliamento diverso. Chiediamo a loro.

        E ogni tanto ritaglia dei momenti solo a uno dei due

        Il consiglio che danno gli esperti ai genitori di gemelli è di passare ogni tanto del tempo con un solo bambino, facendo cose diverse in contesti diversi e dedicando solo a lui tutte le attenzioni possibili. Questo dà al fratello di turno la possibilità di stabilire un rapporto personale con il genitore e di vivere esperienze diverse a modo suo, sviluppando un suo stile, senza l’aiuto o l’influenza dell’altro fratello.

         

        Come trattare le pene d’amore dei figli?

        Quando il mal d’amore li fa soffrire

        I ragazzi spesso vivono disagi che gli adulti minimizzano e il caso tipico sono le pene d’amore dell’adolescenza. Risultato: queste sofferenze vengono troppo spesso considerate banali e facilmente superabili. Al contrario, è bene sapere che ogni dolore è davvero pesante per chi lo prova in quel momento. Quando, vedendoli tristi per qualche problema sentimentale, diciamo ad esempio: «Passerà!» oppure: «Non farla tanto lunga, sono altri i problemi della vita», non teniamo conto del fatto che, per loro, quello è un dramma autentico. Con conseguenze reali: non aver più voglia di andare a scuola, percepirsi incompresi dal mondo, poco motivati, senza uno scopo nella vita. In una parola: persi.

        Perché non si deve sottovalutare il mal d’amore

        Il mal d’amore a 15 anni è spesso, per il genitore, qualcosa su cui “sorridere”. Non bisogna però sottovalutare il fatto che sentirsi incompresi può spingere verso un malessere più profondo e portare i ragazzi a chiudersi ancora più in se stessi. Proprio per questo occorre star loro vicini e offrirgli parole come: «So cosa stai provando, è difficilissimo ma…»; «Anche a me è successo. Ti sono vicino». In questo modo gli adolescenti possono sentire la complicità dei genitori (visti speso come ostili a quest’età), e potranno vincere i il dolore e la solitudine che provano.

        Come aiutarli? Fai sentire che sei dalla loro parte

        – Non spronarli a reagire: solo attraverso la dolcezza e la comprensione potranno “aprirsi” a un confronto più utile.

        – Nessun giudizio sulla situazione:  è un modo per avvicinarli.

        – Far sentire che si sta combattendo insieme: i nostri figli devono sentire che noi sappiamo che quello è davvero uno dei dolori più grandi della loto vita.

        – Fare degli esempi personali: è un modo per permettere ai ragazzi di sentirsi complici e di far comprendere che ne cogliamo la portata.

        – Assecondarli su alcuni strappi alla regola: sofferenze grandi necessitano di piccole concessioni. Può essere l’occasione in cui si può permettere un’assenza da scuola.

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