Ho tutto: perché sto male?

Ci scrive Lorenzo, lettore di Riza Psicosomatica: “Non capisco… Proprio adesso che ho ottenuto la promozione che sognavo, che ho potuto acquistare la casa che desideravo e mia moglie è incinta, io sto male. Sono in depressione, apatico, senza voglia di vivere, ma la mia non è stanchezza, infatti di notte non riesco neanche a dormire. Quando c’era il mutuo da pagare, e gli obiettivi da realizzare, tutto questo non mi succedeva. È possibile che realizzare i nostri desideri sia d’ostacolo alla felicità? Credevo che la felicità durasse di più, soprattutto in assenza di problemi, ma vedo che non è così… Cosa mi sta succedendo?” 

Troppe sicurezze portano paura e depressione 

Lorenzo ha ragione a farsi venire dei dubbi: in effetti, realizzare i nostri progetti può diventare una trappola mortale, farci credere che il senso della nostra vita sia già compiuto e che “maturità” significhi soprattutto prudenza. Una volta raggiunto un traguardo ci mettiamo in pantofole, convinti che sia arrivato il momento di godere del raccolto e impegniamo tutti i nostri sforzi nel mantenere ciò che abbiamo conquistato. Basta follie, basta sprechi, basta trasgressioni: è ora di comportarci da adulti! La depressione è già in agguato.. 

Ce l’ho fatta! E così ti siedi…

Entriamo, così, in uno stato “conservativo”, temiamo di perdere le cose e le condizioni conquistate e raggiunte, ci attacchiamo sempre di più a quelle che abbiamo, collocandoci in uno stato di tensione e di paura che è l’esatto opposto della felicità. Lo dice bene James Hillman: “L’ossessione della sicurezza elimina ogni possibilità che gli dei si manifestino e agiscano nelle nostre vite”. Coltivando sicurezze su tutto, crediamo di tenere al sicuro anche la vita, mentre in realtà prendiamo le distanze da lei: non c’è più spazio per il rischio e quindi per l’imprevisto, per il mistero. Così, la  e la vita appassisce e arriva la depressione. Non sappiamo più fluttuare nell’incertezza, goderci l’incognita. Se non abbiamo garanzie non ci muoviamo: “E se poi finisce? E se poi mi trovo male? E se poi mi pento?”.

Puoi rinascere ogni giorno

Per essere felici dobbiamo allora concederci un po’ di “sana follia”. La nostra mente, se viene lasciata libera di esprimersi, produce creatività; ma se interferiamo con la direzione naturale del suo raggio d’azione e interrompendone la spontaneità, la costringiamo a bloccarsi. Il “durerà per sempre” poi, fra tutte le illusioni, è la più dannosa. Lo usiamo come parametro massimo di valore dell’amore (il matrimonio), della professione (il posto fisso), delle cose (la proprietà), eppure è proprio questo tempo illimitato a pesarci addosso come un impegno troppo gravoso. Ecco che allora interviene il dolore, sotto forma di malinconia, tristezza e depressione, a rompere l’illusione dell’eternità e a riportarci di fronte alla realtà. A volte è un abbandono, una perdita e ci obbliga a lasciarci alle spalle quello che è finito e a rinascere dalle nostre ceneri. Altre volte, come nel caso di Lorenzo, una profonda insoddisfazione.

Ti sforzi di controllare tutto? Prova ogni tanto a smarrirti 

Un buon esercizio da fare ogni giorno è iniziare a sostituire l’impegno di “tenere insieme” e conservare le cose conquistate, impegno in cui ci prodighiamo e ci affanniamo tutti i giorni, con la volontà di spezzarle: spezzare certe abitudini, spezzare certe credenze, spezzare un’identità che è diventata troppo statica, spezzare l’opinione che gli altri hanno su di noi o quella che abbiamo di noi stessi. Si può partire dalle piccole cose. Osservati mentre sei intento nelle tue solite occupazioni e chiediti: mi sto impegnando strenuamente a tenere tutto immobile nella mia vita per non turbare i miei piani, o sto provando a osservare quello che la vita mi porta? Solo spezzando la dura terra l’aratro crea lo spazio per i nuovi semi. Solo deviando dai binari già tracciati la vitalità può riaffacciarsi.

Memoria e identità: due facce di una stessa medaglia

La nostra vita è costellata di ricordi, frutto di processi di memorizzazione che continuano a stupire e ad affascinare l’uomo; non tutti, però, hanno uguale valore: chiunque di noi tenderà a ricordare meglio eventi (pubblici o privati), esperienze, film o romanzi “assorbiti” tra i 15 e i 25 anni. Un team internazionale di ricercatori ha progettato uno studio molto accurato in cui i partecipanti venivano invitati ad esprimere le loro preferenze a partire da una lista di canzoni e di pellicole vincitrici di premi Oscar, tutti usciti tra il 1950 e il 2005. Invece che affidarsi alla rievocazione spontanea del campione, è stata adottata una tecnica specifica: il riconoscimento del materiale proposto dai ricercatori. I risultati hanno messo in luce il fatto che i film e i brani musicali maggiormente riconosciuti, così come quelli dal contenuto ritenuto più intenso, erano usciti nel periodo in cui i soggetti coinvolti avevano un’età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Memoria e identità si formano di pari passo

Tra le tante ragioni alla base dei risultati ottenuti, una, in particolare, sembra avere un peso specifico superiore alle altre: nel periodo considerato, la corteccia cerebrale arriva ad ultimare il suo processo di accrescimento; un evento che procede di pari passo con la “costruzione” dell’identità individuale, intesa come insieme di credenze, valori, atteggiamenti e inclinazioni che contribuiscono a strutturare la personalità di ciascuno. I ricercatori definiscono “reminiscence bump” (urto di reminescenza) la tendenza a ricordare gli accadimenti vissuti nel corso della giovinezza molto meglio che in altri periodi. Gli eventi memorizzati in questo periodo, entrando a far parte della struttura di personalità in fase di definizione, verrebbero fissati con maggiore intensità. Non per niente, tra i 15 e i 25 anni, le facoltà cerebrali raggiungono l’apice della parabola: le connessioni sinaptiche si moltiplicano a dismisura e l’elevata quantità di fattori di crescita neuronale rende il nostro cervello particolarmente ricettivo e plastico.

Passione, leggerezza, ed ironia: il mix per non soccombere alle esperienze negative

Non bisogna trascurare che molti eventi ed esperienze chiave della vita vengono sperimentate per la prima volta proprio nella fascia di età considerata, fissandosi nella memoria come conseguenza di processi fisiologici destinati ad influenzare anche i momenti successivi; ecco perché è importante che i giovani siano preparati ad affrontare le novità del vivere nel modo migliore. Come? Offrendo loro gli strumenti per interpretare qualsiasi accadimento in maniera equilibrata, senza eccessivi clamori o demonizzazioni. Gioie, dolori, traguardi e delusioni non sono altro che aspetti del vivere, inevitabili quanto necessari. Imparare a non identificarsi con i propri successi né tanto meno a deprimersi al primo passo falso consentirà di guardare al futuro con spirito più aperto, possibilista e costruttivo. Non siamo né la vittoria che ricordiamo con orgoglio né la disfatta che ci ha fatto vergognare. Siamo esseri in cammino, in perenne divenire, destinati ad oscillare tra le polarità del vivere: perdite, guadagni, progressi e regressioni, ma anche imprevisti, sofferenze, inaspettati colpi di fortuna sono facce di una stessa medaglia, occasioni di misurarci con i diversi aspetti della natura umana, ridefinendo di volta in volta la nostra identità e le nostre convinzioni: il ribelle, il conformista, lo sfigato, il presuntuoso… Nulla è per sempre, tutto è transitorio. Darsi con passione alle occasioni della vita, accettando con leggerezza ed un pizzico di ironia anche gli eventi più dolorosi, aiuterà a non ritrovarsi schiavi di maschere e di ruoli che precludono alla nostra vera essenza la sua piena realizzazione.

Gli alleati della coppia sana

Malgrado una certa tradizione romantica abbia elevato l’amore a panacea di tutti i mali, due cuori e una capanna purtroppo non funziona. Lo vediamo di continuo: separazioni sofferte, convivenze infernali, vite bloccate…  L’amore che s’illude di bastare se stesso, sottoposto al carico della routine, ai sacrifici e alle fatiche della vita quotidiana, invece di fiorire, si logora e implode. Riconoscerlo consente di adottare l’atteggiamento utile a superare i tanti ostacoli che una coppia deve affrontare. No alle discariche emotive e alla routine troppo scontata; no ai sacrifici o all’eccessiva dipendenza. L’amore ha bisogno di essere accompagnato da alcuni “amici” preziosi, fattori psichici che, ben coltivati e protetti, lo aiutino a tenere la rotta e, soprattutto, a rigenerarsi.

Gli ingredienti vincenti di una coppia riuscita 

Il primo di questi è l’equilibrio psichico individuale, indispensabile per garantire un assetto stabile alla propria relazione. C’è chi soffre di continui sbalzi d’umore, di ansia o depressione e permette loro di invadere l’atmosfera di coppia, sperando che l’altro sopporti. Certo, il rapporto deve poter accogliere i problemi di entrambi, ma non può essere la discarica dove sfogare tutto. Prendersi cura di sé proteggerà il rapporto. Il secondo amico è il comfort, intesto come possibilità di sentirsi a proprio agio. Serve un’atmosfera dove ognuno possa esprimersi liberamente, senza gabbie dettate da imposizioni e gelosie. Il terzo amico è la flessibilità che offre la possibilità di cambiare pur senza disdegnare il piacere del conosciuto, ossia di una routine sufficientemente sana nella quale, ciclicamente, sia possibile assecondare i continui mutamenti degli individui e della coppia. Ultimo amico: la condivisione. In un’epoca segnata dall’individualismo, è facile trovare partner alla ricerca di una realizzazione esclusivamente personale. L’amore, però, per restare in vita, ha bisogno che il percorso di ciascuno – necessario e salutare – venga affiancato da momenti comuni, progetti ed interessi da condividere con l’altro. Si tratta di 4 elementi da ricercare attivamente ma che, una volta sviluppati e dosati con sapienza, non potranno che portare importanti benefici.

L’amore non è agio ma stimolo e azione 

Alcuni consigli pratici possono essere d’aiuto per evitare di adagiarsi all’interno di relazioni eccessivamente scontate, soffocanti o prive di stimoli.

Cambia mentalità. Prendere atto che l’amore, da solo, non basta e che ha bisogno di aiuti non significa svilirlo ma sottolinearne il valore, riconoscendo la necessità di impegnarsi attivamente per il benessere del rapporto e per la sua vitalità.

Evita gli stereotipi. “Il matrimonio è la tomba dell’amore”; “le grandi passioni portano sempre a grandi dolori”: frasi del genere sono solo veleno, frutto di esperienze altrui, spesso mal gestite. Noi abbiamo le nostre chance e dobbiamo giocarle senza pregiudizi. Aderire a modelli altrui non può che nuocere all’unicità della nostra relazione.

Accetta i momenti difficili. Se, in passato, la cultura del sacrificio obbligava a tenere in vita relazioni ormai prive di vita, oggi la cultura del “tutto e subito” impedisce di superare anche le piccole crisi o di cogliere il senso di quelle crisi. Tante volte riflettere su quel che accade, invece che trarre conclusioni affrettate, può essere una grande occasione di crescita, sia individuale che di coppia.

Scopri la meditazione. Vedrai che benefici!

Lo stress spesso rovina la nostra quotidianità e mette in pericolo il nostro equilibrio psicofisico. Imparare una tecnica per metterlo a freno è importantissimo, e la meditazione rientra tra queste. Dagli anni Cinquanta ad oggi sono stati pubblicati oltre 3000 studi scientifici che hanno rilevato gli effetti fisiologici benefici della meditazione. Questa pratica antichissima regala grandi benefici, come è emerso al convegno su Scienza e Meditazione dal titolo “Scienza, fantascienza e trascendenza: medicina del corpo e dello spirito”, tenuto da Pier Franco Marcenaro, ex manager  e oggi “ricercatore spirituale” presso il CNR. In sintesi,la meditazione:

– porta a uno stato di intenso rilassamento che permette all’organismo di “ricaricare letteralmente le energie”
– favorisce la gestione e lo smaltimento del carico di stress a cui siamo sottoposti
– attenua alcuni sintomi che possono avere anche origine psicosomatica quali pressione alta, tachicardia, emicrania, respiro affannoso
– aumenta e stabilizza sensibilmente il tono dell’umore

Con la meditazione la felicità arriva dall’interno

“Lo scopo della meditazione è condurci a uno stato di profonda serenità, che non dipende più dalle condizioni esterne, ma da ciò che abbiamo realizzato interiormente, ciò che i latini definivano ‘ubicumque felix’ (ovunque felice)”, spiega Pier Franco Marcenaro. “La meditazione pone l’uomo in contatto col suo Sé più profondo, facendogli conoscere in modo sperimentale la propria entità spirituale. Praticata sotto la direzione di una guida adatta, l’essere umano attinge al serbatoio inesauribile della conoscenza, dell’armonia e della gioia cosmiche”. Non è un caso che, soprattutto oltreoceano, grandi aziende come Apple, Google, Yahoo, McKinsey, IBM, Cisco offrano ai propri dipendenti corsi di meditazione, praticata ogni giorno anche dallo stesso Steve Jobs, il fondatore di Apple.

Come introdurre la meditazione nella tua giornata

Puoi imparare a meditare seguendo un corso e affidandoti a un esperto. Poi, quando avrai appreso le basi, potrai dedicarti a questa pratica tranquillamente a casa tua. Affidati a un centro e a una guida seria, che ti darà tutti i consigli necessari affinché la tua pratica ti dia tutti i benefici che abbiamo visto. La meditazione, dicono ancora gli studi, è davvero potente: riduce la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e il ritmo respiratorio, produce uno stato di rilassamento a livello cerebrale profondo ma diverso dal sonno, regola la produzione ormonale, principalmente di cortisolo, ormone dello stress, e incrementa l’attività elettrica del lobo prefrontale sinistro, ovvero la regione del cervello associata alle emozioni positive.

In amore ascolta solo il tuo corpo

A confermarlo la storia di Laura, 30 anni, che scrive a Riza Psicosomatica per trovare una risposta ai propri passi falsi: “In amore faccio solo casini anche quando il corpo mi offre segnali inequivocabili… Io no, prendo, agisco di fretta e poi mi accorgo di aver fatto un’altra cavolata”. Laura si sposa a 26 anni pur sentendo che qualcosa non andava, tanto che nel corso dei preparativi si invaghisce del maestro di aerobica: “Il matrimonio dura solo 2 anni in cui mi ammalo di anoressia perché mio marito, che desiderava subito un figlio, sosteneva che altrimenti non sarei stata una buona moglie e mi assillava di continuo, fino a che rimango incinta”. La situazione si complica: Laura incontra un uomo più adulto, sposato che l’affascina e la rassicura e purtroppo perde il bambino a seguito di aborto spontaneo. Soffre molto per quest’ultimo evento e nei mesi seguenti si tuffa tra le braccia del nuovo venuto: “Non credevo di poter tradire, eppure non mi sentivo affatto in colpa! Con lui ho vissuto una passione travolgente, un amore senza tempo, scoprendo un lato erotico di me che non sapevo di avere”. La storia dura appena 3 mesi ma le dà la forza per lasciare il marito. Passa qualche mese e l’uomo sposato si fa risentire. Si frequentano per un anno fin quando Laura, col cuore a pezzi, decide di troncare: “Non mi bastava la passione travolgente, volevo di più. Nel frattempo, mi guardo intorno alla ricerca di un uomo che gli somigli ma possa darmi un futuro certo”.  Laura non riesce a godere di quello che prova e, pur soffrendo terribilmente, rinuncia all’amore in cerca di garanzie.

Aderire a convinzioni esterne conduce alla delusione

Laura trova un nuovo compagno, dolce e premuroso, con cui va subito a convivere ma a distanza di un anno ecco che i segnali del corpo tornano a metterla alla prova: di notte sogna l’ex amante e di giorno continua a pensarlo fin quando lui si rifà vivo. Quasi in automatico, la storia col fidanzato comincia a andare in crisi. Lei si lamenta soprattutto di un aspetto mostrato dal convivente: “era taccagno! Tant’è che, una volta troncato, mi ha chiesto indietro i soldi per aver contribuito a comprarmi la macchina! Anche il mio ex marito, dopo la separazione, aveva preteso gli restituissi la somma versata per i mobili! Non capisco perché le mie relazioni finiscano sempre su una base economica! Come se il denaro fosse la parte più importante di tutta una storia! Non ne posso più!” È curioso che Laura si sorprenda di un aspetto che in realtà è facilmente comprensibile. Le storie costruite a tavolino, conformandosi a ideali e convenzioni esterne più che al proprio sentire, sono contratti a tutti gli effetti; allora perché stupirsi del risarcimento richiesto quando non vanno a buon fine? 

Le ragioni dell’anima non vanno capite, ma accolte

Non è un caso che Laura, dopo vari tira e molla, cominci a dubitare delle scelte compiute: “volevo costruirmi una vita tranquilla e serena con questo ragazzo ma non ce l’ho fatta a rifiutare l’altro uomo. Forse avevo bisogno di magia, di mistero e di eros che non facevano più parte della mia vita. Allora, chiedo: possono due persone cercarsi in continuazione e sentirsi legate da un filo invisibile nonostante il tempo, la diversità e l’età? Sta di fatto che, al di là dei gran casini che faccio, io mi sento al posto giusto.” Pur non sapendo a priori cosa ci spinga tra le braccia di qualcuno, esiste senz’altro un motivo che l’anima conosce. Le passioni travolgenti sono occasioni preziose, dotate di valore in se stesse, fosse anche solo per la sorprendente energia vitale che sono in grado di risvegliare, senza che debbano essere per forza preludio a qualcos’altro. A Laura suggeriamo per tanto di mettere da parte l’idea dell’uomo giusto, limitandosi a seguire le strade del cuore, compresa la sensazione di essere, finalmente, al posto giusto.

La depressione si cura (anche) col respiro

La depressione è un disagio che si manifesta in diversi modi e a differenti livelli di gravità: a volte può essere solo un lieve malessere, magari stagionale, ma ci sono casi più seri nei quali la depressione compromette pesantemente l’esistenza di chi ne è colpito rendendo purtroppo inevitabile il ricorso agli psicofarmaci. Esistono però anche casi di farmacoresistenza e persone che non rispondono nemmeno alle terapie farmacologiche. Che fare in questi casi? I ricercatori della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania hanno condotto uno studio, pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry, nel quale hanno dimostrato che un determinato tipo di respirazione yoga può alleviare persino i sintomi delle forme più “gravi” di depressione. Questa scoperta potrebbe essere molto utile proprio per quei pazienti che non rispondono al farmaco, che negli ultimi anni sembrano in aumento.

Meno depressi con la respirazione giusta

Nello lo studio sono stati seguiti 25 pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore in cura da due mesi senza risultati soddisfacenti con farmaci antidepressivi. I sintomi riportati erano tristezza, calo di interesse nelle attività, pessimismo costante, bassa autostima, scarso appetito, insonnia. I soggetti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo eseguiva quotidianamente posture yoga (asana) e una particolare tecnica di respirazione chiamata Sudarshan Kriya, il secondo no. Dopo la settimana di trattamento giornaliero, il gruppo ha proseguito le sedute una volta a settimana per due mesi.  Alla fine, si è riscontrato che il gruppo che aveva seguito le pratiche yoga ne aveva tratto notevole beneficio, passando da un punteggio medio di 22.0 (ossia depressione grave) sulla Hamilton Depression Rating Scale (HDRS) a  10,27 punti. La Hamilton è la più famo a e utilizzata scala di valutazione della depressione. Il gruppo di controllo non aveva mostrato alcun miglioramento.

In Italia 4,5 milioni di persone soffrono di depressione

“L’approccio terapeutico che abbiamo sperimentato, oltre a non essere farmacologico, è promettente e a basso costo”, ha dichiarato Anup Sharma, Neuropsichiatria nel Reparto di psichiatria dell’Università che ha eseguito lo studio. In Italia soffrono di depressione 2,6 milioni di italiani (dati Istat), ma la Società Italiana di Psichiatria parla di 4,5 milioni. Imparare tecniche di respirazione potrebbe essere un valido aiuto per tutte le persone vittime di questa patologia.

Ascolta l’interiorità e prendi la strada giusta

L’interiorità è il centro del nostro essere e da come la “trattiamo” dipendono felicità e salute: il rapporto con il nostro mondo interiore è l’indicatore fondamentale del nostro benessere. Star bene con noi stessi però non vuol dire essere sempre equilibrati, costanti e decisi, ma fare attenzione a non restare immobilizzati in un’immagine ideale ma lontana da noi. Quanto più ci poniamo in un atteggiamento di ascolto, tanto più l’interiorità ci arricchisce con le sue grandi potenzialità creative. A riguardo, ci scrive Alberto, un giovane universitario: “Sono arrivato al 4° anno di medicina nutrendo fortissimi dubbi sulla scelta di questo percorso che, con il passare del tempo non riesce ad appassionarmi: mi fa persino impressione la vista del sangue! Per la maggior parte del tempo è una lotta più che un piacere, uno sforzo e un dovere più che una passione. Non so perché ho scelto questo percorso, forse per superare i miei limiti, per ambizione, per voler dimostrare qualcosa a qualcuno. La parte di me più ambiziosa che punta alla perfezione, al voto più alto alla facoltà più difficile, si scontra con quella parte che vorrebbe solo essere felice, trovando le proprie passioni.” 

Il perfezionismo non è un alleato, è un demone 

Il problema di Alberto non è la facoltà che ha scelto, ma il rapporto con il suo mondo interiore. Ancora prima di iniziare il suo percorso universitario, aveva timore degli aghi, del sangue e delle malattie: sarebbe stato un segnale forte da prendere in considerazione prima di imboccare una lunga strada come quella che Alberto ha deciso di percorrere. La smania di superare i limiti e l’ambizione l’hanno spinto a lottare contro il demone del perfezionismo che lui stesso ha creato. La tentazione costante di guidare noi stessi, la propensione a volerci domare e a sottomettere le emozioni, allarmano il mondo interiore. Quasi tutti i nostri disagi, dalla depressione all’ansia, dal panico all’insicurezza, nascono così: ecco perché è fondamentale che il rapporto con l’interiorità sia fluente. La chiave per stare bene ed evitare rischi per la salute e ritrovare un corretto rapporto con l’interiorità è smettere di voler correggere o cambiare ciò che spontaneamente emerge da dentro. 

Non ascoltare il giudizio degli altri 

L’email di Alberto continua: “Guardando alcune persone ho capito come sia bello battersi e mettersi in gioco per ciò in cui si crede, fare qualcosa che appassioni… Mi manca tutto questo e ne sono consapevole. Dall’altra parte però i dubbi e le paure di lasciare un percorso quasi concluso, le parole dei miei genitori e dei miei amici mi fanno cadere nel baratro dell’incertezza. Non sono consapevole delle mie passioni, non so cosa voglio dalla mia vita, non so se medicina un giorno mi piacerà o se avrò il coraggio di lasciare i binari che sto percorrendo, ma sicuramente non sono una persona felice.” Nel corso della vita capita spesso di sentirsi inadeguati quando le nostre idee o il nostro modo di vedere la realtà non sono approvati da chi ci circonda. In questi casi il mondo può sembrare ostile e sentiamo su di noi una forte pressione che ci porta a diventare ansiosi e insicuri: per questo motivo le parole dei genitori di Alberto lo fanno cadere nell’incertezza più totale. Tutti hanno in testa un modello di perfezione che ci vuole sempre sicuri, sereni e intelligenti ma più cerchiamo di somigliare a quel modello, più coltiviamo la disistima. Il problema non è l’incertezza, è l’idea di perfezione, è lei la malattia che l’anima cerca di combattere.

Fai dello specchio il tuo alleato

Romina, un’amica lettrice, ci racconta quello che prova quando si guarda allo specchio: “Mi vedo i fianchi troppo larghi, in sovrappeso, per niente attraente e desiderabile. Se mi avvicino per osservare meglio il mio viso vedo i capelli sfibrati e la pelle spenta. Occhi e labbra sono anche belli, mi piacciono, ma per il resto sono del tutto anonima, una qualunque. Mi sento scialba, spesso proprio brutta e ho la sensazione di non poter interessare a nessuno. Per questo preferisco nascondermi in casa, non sono nello spirito di affrontare il mondo.” 

Lo specchio non riflette il tuo aspetto, ma le emozioni

Quello che Romina sta provando dipende principalmente dal suo stato interiore e non dal suo aspetto fisico. “Quelli che riteniamo problemi esterni sono quasi sempre proiezioni di conflitti interni”, suggeriva il grande psicoanalista Carl Gustav Jung. La bellezza ne è un caso tipico: vedersi belle o brutte è quanto di meno oggettivo esista al mondo. È il modo in cui abitiamo il nostro corpo e la nostra vita a influenzarci: se ci facciamo trascinare dagli eventi e dal giudizio degli altri, recitando un ruolo non nostro, l’umore sarà costantemente grigio e ci sentiremo sprecati. Così la vita si spegne e con il tempo anche la bellezza. Non si vede mai riflessa l’immagine reale allo specchio ma quella interiore: se si è in pace con lei, piacersi sarà automatico.

La prima regola: via i sensi di colpa

Il primo passo per uscire da questo tunnel è contrastare il senso di colpa. Se ci vediamo brutte non è perché abbiamo addosso un marchio indelebile, non è perché siamo sbagliate. Al contrario, sono i panni che ci siamo messe, la vita che stiamo facendo, a farci sentire brutte. Quando ci guardiamo allo specchio, dobbiamo iniziare a pensare che noi non siamo quell’immagine riflessa: solo quando riusciremo a distogliere lo sguardo e a rifiorire, lo specchio smetterà di ossessionarci e diventerà un nostro alleato.

Non perderti nei dettagli…

Chi si vede brutta spesso si concentra su alcuni punti del corpo: gambe grosse, pancia gonfia, fianchi larghi… Queste parti diventano il tutto, l’unica cosa che vediamo, ma non ci sono solo loro. Senza negare la presenza di questi particolari che non ci piacciono, quando ci specchiamo, dobbiamo portare l’attenzione sulle parti di noi che invece troviamo belle. Romina riconosce di avere begli occhi e belle labbra ma si sente comunque anonima. Anche se sono solo due dettagli, bisogna partire dalle parti positive, quelle da cui la vita può tornare a germogliare. Il resto seguirà, come contagiato da una nuova energia. Dobbiamo pertanto dedicare cura e attenzione a ciò che ci piace di noi stesse, concentrarci su quello. È il punto di partenza per cambiare le cose e il nostro rapporto… con lo specchio!

Quando l’amore materno diventa soffocante

Ci scrive Daniela, che sta attraversando un periodo buio dal quale non riesce a uscire:

Il problema riguarda il rapporto con mio figlio, un ragazzo trentenne che qualche anno fa mi ha detto di voler andare in Inghilterra a studiare. Lui era molto convinto della sua decisione e così, pur a malincuore, io e mio marito l’abbiamo lasciato andare. Si è laureato e ha trovato un’occupazione per circa un anno. Ora sta pensando di tornare in Italia, ma temo sia difficile il reinserimento nel nostro Paese. Vivo un forte malessere, sono terrorizzata dall’idea che tutti i suoi sforzi vadano vanificati. Lui però non vuole il nostro aiuto ed io non capisco perché: mi sforzo di aiutarlo ma rifiuta ogni suggerimento.”

Ci sono donne che vivono costantemente attorno all’esistenza dei propri figli, vigilando ogni minima azione della loro quotidianità. Sono mamme apprensive, ansiose e iperprotettive, che si sentono sempre in dovere di fare o dire qualcosa, riversando le proprie ansie e preoccupazioni su di loro. Queste madri vivono come se i loro figli non dovessero mai crescere e quindi diventare indipendenti, ma fossero eternamente in quella fase simbiotica in cui realmente i piccoli non possono sopravvivere da soli. Il bambino, per natura, sa quando prendere le distanze dall’identità della mamma per costruirsene una tutta sua ed è qui che si dovrebbe costruire consapevolezza di sé. Se le mamme lo consentono…

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