I disagi guariscono se fermi i pensieri

Rimuginare sui problemi tanto da guastarsi la vita è un’abitudine sbagliata che crea tanta sofferenza, eppure coinvolge moltissime persone. Perché accade? Pensiamo e ragioniamo troppo sulle cose che ci accadono perché siamo convinti che serva a risolvere i problemi: è questo l’errore di base. Ma il pensiero è qualcosa di molto superficiale, limitato, e soprattutto contiene pochissimo di ciò che ci caratterizza come individui, delle nostre tendenze, delle risorse innate che possediamo: il pensiero è soprattutto un riflesso del mondo esterno, del collettivo, delle convinzioni della massa. Ecco che, mentre abbiamo occupato tutto lo spazio psichico con il pensiero al punto di convincerci di essere i nostri pensieri, stiamo perdendo la nostra parte più preziosa.

Dovremmo piuttosto chiederci: io esisto al di là del pensiero? Sono solo l’essere pensante che conosco, che credo di essere, o c’è qualcosa d’altro, qualcosa di unico?

La risposta è sì; c’è moltissimo altro.

Impara a rilassarti

L’arte di rilassarsi, così come la intendiamo noi a Riza, non è mi sdraio, chiudo gli occhi, distendo i muscoli e mi lascio andare. No. Il rilassamento e la calma sono già dentro di noi, vengono da lontano. Ciò che noi siamo per davvero è antichissimo. C’è infatti un tema comune che percorre due grandissime tradizioni, quella taoista e quella ebraica e che si chiama la “non azione”. Cos’è esattamente?

 

Dimentica e i disagi vanno via senza sforzo

Bisognare combattere l’idea diffusa secondo cui, per uscire dai disturbi e dai disagi psicologici, bisogna parlarne e soprattutto ragionarci sopra. Niente di più sbagliato: più affrontiamo i problemi interiori ed emotivi con gli strumenti del pensiero razionale, più si cronicizzano e si ingigantiscono. Lo stesso accade se orientiamo la mente al passato, come quando diciamo: «Sto male perché ho subito quel trauma».

 

Disagi e fallimenti: è giusto dare la colpa ai genitori?

Buongiorno, sono la dottoressa Chiara Marazzina, psicologa e psicoterapeuta, lavoro al Centro Riza di medicina naturale e oggi vorrei commentare una citazione di Carl Gustav Jung, che a mio avviso è molto interessante e che può essere spunto di grandi riflessioni.

La terapia inizia sostanzialmente, realmente e soltanto nel momento in cui il paziente vede che non è più il padre e la madre a intralciarlo, ma lui stesso, ossia una parte inconscia della sua personalità, che ha assunto e continua a interpretare il ruolo di padre o di madre. Ma chi è che gli si oppone dentro di lui? Che cosa è questa parte misteriosa della sua personalità che si è nascosta dietro alle immagini del padre e della madre?

 

Per uscire dai traumi ci vuole lo sguardo che cura

Cos’è la psiche, come dobbiamo pensarla? La psiche va concepita più di tutto come uno sguardo. Se volete avere un’idea di come funziona, pensatela come un occhio che guarda.

Ecco allora che diventa fondamentale il modo in cui ci guardiamo. Già: come ci guardiamo? Come mi guardo dentro? Cosa c’è dentro di me quando mi guardo? A volte mi sento dire dai pazienti:

«Sa dottore, questo è un periodo difficile»; oppure: «Eh, dopo quello che mi  successo, come potrei essere felice?»; o ancora: «Di quel trauma non mi sono mai liberato».

Quando sento queste frasi io penso che non stiamo davvero guardando.

Se vogliamo star bene, è fondamentale che lo sguardo che utilizziamo sia appropriato. E com’è uno sguardo appropriato? È molto simile a quello dei bambini, che sono sempre pronti alle azioni nuove.

 

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