Dismorfofobia: come superare il timore eccessivo dei difetti fisici

Un fatto è certo: noi siamo il nostro corpo. Demonizzato in passato come “materia peccaminosa” o al contrario acriticamente esaltato oggi per superficiali ragioni estetiche, il corpo non rappresenta solo un contenitore, ma il veicolo con il quale esprimiamo emozioni, sentimenti, stati d’animo. Quando lui non sta bene, non stiamo bene noi. In questo contesto può sorgere un disturbo chiamato dismorfofobia, paura esagerata dei difetti fisici; il corpo diventa oggetto di frustrazione profonda, di un disagio significativo che può condurre le persone che ne soffrono all’isolamento sociale, compromettendone le relazioni e la vita. Per affrontare questo problema occorre anzitutto conoscerlo a fondo.

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Dismorfofobia: cos’è

L’etimologia del termine deriva dal greco dysmorfia, forma distorta e, phobos, timore. Si fa dunque riferimento alla fobia, al timore profondo che nasce da una visione distorta del proprio aspetto esteriore, ad un’errata percezione della propria immagine corporea. Il concetto di dismorfofobia è stato introdotto già nel 1886 dallo psichiatra Enrico Morselli, il primo a circostanziare questa particolare distorsione del sé, questa particolare modalità che caratterizza l’alterazione relativa alla percezione che un soggetto può avere della propria corporeità. Se allora era un disturbo molto raro, non si può dire altrettanto della nostra epoca.

I sintomi, le cause e i criteri diagnostici

Secondo il Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie psichiatriche (DSM-5), il Disturbo di Dismorfismo Corporeo fa parte dello spettro dei “Disturbi ossessivo compulsivi e correlati”.  Per produrre una diagnosi differenziale specifica è necessario riscontrare i seguenti criteri diagnostici:

  • Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve;
  • A un certo punto, durante il decorso del disturbo l’individuo ha messo in atto comportamenti ripetitivi (ad esempio, guardarsi allo specchio; curarsi eccessivamente del proprio aspetto; stuzzicarsi la pelle, ricercare rassicurazioni) o azioni mentali (ad esempio, confrontare il proprio aspetto fisico con quello degli altri) in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.
  • La preoccupazione causa un disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti;
  • La preoccupazione legata all’aspetto non è giustificata da reali problemi legati al grasso corporeo o al peso;
  • Utilizzo spasmodico dello specchio o al contrario evitamento dello stesso.

Non esiste una causa unica all’origine del disturbo dismorfofobico. All’origine della malattia sembra intervenire una combinazione di fattori di natura genetica, sociale, culturale e psicologica.

Dismorfofobia: il ruolo dei modelli estetici

Il contesto sociale contemporaneo ci “bombarda” costantemente con modelli estetici spesso irrealistici e irraggiungibili. L’aspetto fisico deve rispondere a un ideale di perfezione e viene dunque privato delle sue caratteristiche peculiari (che diventano difetti anche quando non lo sono), esposto a un processo di modellizzazione che ci trasforma in belle statuine da contemplare. L’ideale estetico proposto viene considerato sano, ma non lo è affatto. Questo processo causa una forma patologica di interiorizzazione di tali modelli, soprattutto da parte degli adolescenti, ma anche di persone adulte, per le quali qualche ruga o una lieve e naturale perdita di tono diventano abissi di disistima. Mentre in passato i canoni estetici di riferimento erano rappresentati da modelle e attrici, oggi il pericolo viene dal web, in particolare dall’uso spasmodico dei social network e da quello, diffusissimo, di quei filtri di bellezza che nutrono l’ossessione e quindi la dismorfofobia. A questo proposito il medico estetico inglese Tijion Esho ha coniato l’espressione “Snapchat dysmorphia”, per indicare lo stato di assuefazione rispetto al modo in cui si appare sui social, al modo con cui si vorrebbe apparire nella realtà, atteggiamento che sempre più spesso conduce verso una chirurgia estetica più che discutibile.

Psicologia

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Dismorfofobia e adolescenza

L’adolescenza è una fase di passaggio cruciale nella vita di una persona, nella quale una certa preoccupazione per il proprio corpo è fisiologica: alcuni giorni può capitare di non piacersi, altri ci si sente belli o belle, sicuri di sé. Quest’attenzione diventa patologica quando l’adolescente non aderisce più a se stesso, alla sua natura, ma si sottopone a un processo di omologazione, continuamente esposto com’è a immagini mediatiche seducenti. In questa fase è molto importante capire come il ragazzino o la ragazzina vivano la corporeità, poiché entra in gioco come hanno percepito il passaggio adolescenziale in cui il corpo si trasforma, aspetto decisivo per la costruzione dell’identità. L’adolescente deve “abbandonare” il corpo infantile; tutta la fisiologia si trasforma, si comincia a sperimentare in modo evidente la sessualità. Il periodo adolescenziale coincide appunto con il distacco da quella che è la rappresentazione mentale del proprio corpo bambino, con lo scopo evolutivo di cominciare ad abitare un corpo adulto. In questo percorso, può insinuarsi la dismorfofobia.

Dismorfofobia in età adulta

Il disturbo di dismorfismo corporeo nell’esperienza della persona adulta fa emergere una difficoltà “strutturale” ad abitare armonicamente il proprio corpo. Il difetto fisico coincide con la difficoltà psicologica a sentirsi fiduciosi in se stessi, soprattutto nelle relazioni. La dismorfofobia coincide con un’attitudine precisa di fronte alle implicazioni e alle responsabilità che un corpo adulto e quindi un’identità adulta comportano: spesso, in partenza, non è che una modalità difensiva contro l’esperienza sentimentale e il principale rischio che comporta, ovvero l’abbandono. La dismorfofobia clinicamente diagnosticabile è poi correlata ai fenomeni ansiosi, causa una sofferenza importante, non è un semplice dubbio, un’incertezza o una perplessità per l’aspetto del proprio corpo, la sua fisiologia, le funzioni. Il rapporto con lo specchio diventa emblematico: evitato il più possibile, diventa un nemico quando la propria immagine viene percepita distorta, alterata, non corrispondente a quella ideale creata dal soggetto sofferente.

Il dismorfismo nella prospettiva psicosomatica: possibili soluzioni

Nei disturbi dismorfofobici il corpo diventa il mezzo privilegiato per inviare messaggi di dolore psichico: il linguaggio corporeo esprime emozioni represse, celate. L’apparente inadeguatezza estetica rivela cioè una problematica psichica, che concerne caratteristiche che poco o nulla hanno a che vedere con l’aspetto. Educati fin da piccoli a ottenere l’approvazione degli altri, a soddisfare aspettative che provengono dall’esterno, possiamo sentirci costretti a soddisfare certi standard di comportamento, e così finiamo per allontanarci dalla nostra identità originaria abbracciandone una di massa, fittizia. Il perfezionismo implicito in simili percorsi, che induce la persona a pretendere da sé stessa il raggiungimento di standard impossibili da perseguire, trascina in un pozzo di autosvalutazione ogni volta che la meta non viene raggiunta. Scopo di una psicoterapia a indirizzo psicosomatico, in questi casi, è accompagnare la persona a un rapporto diverso con i suoi presunti difetti corporei, che devono trasformarsi in caratteristiche, segni di quell’unicità psicosomatica che è la caratteristica peculiare di ogni essere umano. Anche senza ricorrere a una terapia, possiamo fare comunque qualcosa se ci accorgiamo di soffrirne: in primo luogo, percependo attentamente il disagio di fronte allo specchio. Dove soffriamo, nel corpo, quando il presunto difetto ci si palesa davanti agli occhi? In che punto sentiamo il dolore? Sarà quello il “luogo” da cui partire per entrare in contatto con una parte di noi, l’imperfezione, che chiede anzitutto di essere accolta e considerata. Solo così può prendere avvio un modo nuovo, evoluto, di vivere il proprio corpo e cominciare a percepirne l’unicità, viatico della vera armonia interiore.

“Tutti mi dicono di cambiare, ma non riesco: che faccio?”

Sonia scrive alla redazione di Riza Psicosomatica:

“Tutti mi dicono che dovrei cambiare, modificare il mio atteggiamento mentale. Non riesco a trovare lavoro perché a quasi 36 anni non sono riuscita a diventare attrice come avrei voluto; 3 anni fa sono ritornata nel mio paese ad abitare con i miei, adattandomi a occupazioni normali. Sono bloccata: provo ribrezzo per ogni lavoro mediocre, una sofferenza tale che fa innescare in me importanti attacchi di panico che mi fanno lasciare ogni impiego. Sono stata da uno psicologo ma mi riempie di consigli che mi fanno sentire ancora più inadeguata perché non riesco a mettere in pratica nulla.”

Tutti ti dicono che dovresti cambiare, Sonia. Ma tu, che cosa ti dici? Quel che affermano gli altri in verità non conta, se non superficialmente. Infatti i consigli dello psicologo, che in apparenza dovrebbero essere importanti, non contano. Ai fini di un vero cambiamento, se cambiamento dev’esserci, ciò che serve è la percezione interiore, non le parole degli altri. Rimpiangi di non essere diventata un’attrice, ma è una Sonia di ieri, quella: sono tre anni che sei tornata e questa è un’altra vita. Abitare nel rimpianto di quel che sarebbe potuto accadere rischia di diventare un alibi, un rifugio paradossale per non dare una direzione alla nostra vita di oggi, per restare adolescenti a vita.

Non lo affermo perché sei tornata a vivere dai tuoi, le contingenze della vita sono ingiudicabili. Lo affermo perché il ribrezzo e il panico di cui dici di soffrire dicono molto di te, ma non nel senso che forse credi tu. Quel ribrezzo che in apparenza provi per ogni lavoro “mediocre” (come se esistessero), in realtà parla di te, di una parte di te che ti disgusta e che vorresti scomparisse, senza successo. Avendo idealizzato forse in modo eccessivo l’idea della carriera artistica (anche questo è un lavoro), ora ti sembra che un lavoro normale sia degno di vergogna; ma forse, a uno sguardo più profondo ciò che temi è la normalità, la quotidianità, la banalità, come se chiunque, attori compresi, non avesse le sue normalità, banalità… Ma il panico?

Non è il panico il tuo problema

Beh, non credo proprio sia lui a farti abbandonare ogni lavoro che trovi. Piuttosto, tu utilizzi l’esperienza del panico come viatico per affermare che per te sia impossibile eseguire i compiti richiesti e che quindi l’esperienza professionale debba chiudersi. Il panico arriva perché quella dell’aspirante attrice delusa è ormai una maschera che indossi rifiutando sdegnata ogni occupazione “mediocre” come una famosa e altezzosa attrice rifiuterebbe le parti indegne della sua fama. Il panico, con la sua forza distruttrice, te la vuole levare: tu ora sei dove sei e devi star bene dove sei, non dove vorresti essere e meno ancora dove sei stata e non sei più. Non si tratta di accettare qualunque occupazione, ma di orientare lo sguardo da fuori a dentro; nessuna evoluzione può avvenire senza questo passo.

Percepisci tutto quel che provi

C’è qualcosa che potresti fare, invece: percepire il ribrezzo, accogliere il panico, come fossero messaggeri dall’interno. Il ribrezzo è verso una parte di Sonia che ha diritto di cittadinanza e che lo rivendica proprio attraverso il disgusto, che tu usi al contrario per tenere in vita l’idea fasulla che tu non possa far altro nella vita tranne quel che ti è sfuggito. Quanto più terrai in vita questo sogno di ieri, tanto più soffrirai e perderai giorni, settimane, mesi. Percepisci invece con dolcezza quella paura, quello schifo, quella frustrazione, senza occuparti di quel che apparentemente le causa. Stai con i tuoi malesseri senza dirti cosa dovresti fare, senza lamentarti e senza andare dallo psicologo consigliere: ti serve la psicoterapia per entrare nel regno delle immagini eterne dell’inconscio, non nel vicolo cieco dei saggi consigli di chi la sa lunga.

Dai una forma al tuo ribrezzo

Le immagini possono darti un orientamento. Ogni tanto, durante la giornata, anche quando non lo provi, cerca quel ribrezzo o ricorda quel panico. Percepiscilo, e ad occhi chiusi, dagli una forma, quella che viene spontanea andrà bene. Poi, contempla bene quel che appare agli occhi della tua immaginazione. Stai ad osservare e lascia che la tua fantasia scelga cosa far fare a quell’immagine, a quella donna o a quell’animale o a qualunque forma tu abbia scelto. Come in un sogno, puoi tutto. Fallo diventare un’abitudine, un piccolo rituale segreto, un viaggio interiore, lontano dai pensieri consueti e sempre uguali. Secondo James Hillman, il grande psicoterapeuta allievo di Jung, le immagini interiori sono i mattoni dell’inconscio, ponti fra la mente profonda e quella superficiale. Nella prima alberga la vera energia dell’essere umano, la sua quintessenza, quel che gli antichi greci chiamavano il daimon, la personalità autentica. Solo guardando in questa direzione potrai trovare dentro di te le risorse e le qualità che certamente come tutti hai e che ora non vedi; non rimpiangendo, non lamentandoti, non rifiutandoti caparbiamente di scendere di nuovo in campo e metterti in gioco. Di qualunque partita si tratti, riguarda la tua vita.

Andrea nervetti

Psicologo e psicoterapeuta, collabora dal 2001 con l’Istituto Riza di Medicina psicosomatica di Milano dove esercita la libera professione. Vice Direttore e Docente presso la Scuola di specializzazione in Psicoterapia a indirizzo psicosomatico dell’Istituto Riza. Membro del Consiglio direttivo della SIMP (Società italiana di medicina psicosomatica), scrive per le riviste Riza Psicosomatica, Antiage ed è responsabile del sito www.riza.it. Svolge anche attività libero professionale presso l’Istituto stesso e a distanza via internet. La scheda completa dell’autore

Nuovo servizio di Psicoterapia a distanza

A seguito dell’alto numero di richieste provenienti dalle diverse regioni italiane e dall’estero, l’Istituto Riza di medicina psicosomatica ha attivato un SERVIZIO DI PSICOTERAPIA ON LINE, così da essere presente, con il suo approccio e i SUOI professionisti (psicoterapeuti psicologi e medici) ovunque ci sia richiesta.

La psicoterapia on line non differisce sostanzialmente da quella in presenza.
Il metodo applicato e gli scopi perseguiti rimangono gli stessi del lavoro in studio:

  • risvegliare risorse preziose con cui affrontare i disagi (ansia, panico, depressione, crisi di coppia) e le loro relative somatizzazioni (cefalea, gastrite, colite, disturbi dell’apparato sessuale…)
  • accrescere la consapevolezza personale;
  • scoprire e valorizzare talenti e inclinazioni di ciascun individuo.

Il tutto a partire dal principio cardine che guida il nostro lavoro psicoterapeutico: fare emergere l’unicità della persona, da cui dipendono lo star bene e il sentirsi realizzati nella vita, possibile solo si lascia spazio alle proprie caratteristiche individuali.

Il servizio, coordinato dal dottor Vittorio Capriogliomedico e psicoterapeuta e Direttore dell’Istituto Riza – è stato ideato per tutti coloro che non abitano a Milano, ma desiderano comunque fruire di una psicoterapia che segua la metodica della scuola di Riza, fondata e diretta da Raffaele Morelli

Per fissare un primo incontro o ricevere informazioni sulle sedute a distanza, è sufficiente scrivere ad: [email protected]

Solitudine: 5 modi per viverla bene

Si crede comunemente che la solitudine sia una condizione disagevole e che, essendo un “animale sociale”, l’essere umano debba evitarla o combatterla. La pandemia, rendendoci tutti più soli, avrebbe quindi profonde ripercussioni sulle nostre vite. Non è così: da sempre, la saggezza di oriente e occidente ricorda come la solitudine sia una condizione indispensabile per evolvere, per affrancarsi dal pensiero omologato e scoprire la nostra natura autentica. “Amata solitudine, isola benedetta“: con queste parole qualche anno fa il cantautore Franco Battiato descriveva questa condizione. Allo stesso modo, nel ‘600, il filosofo Baruch Spinoza scriveva: “La solitudine è il pane dell’anima“. Allora, possiamo far nostri questi originali punti di vista ed iniziare ad avere con la solitudine un rapporto diverso.

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Che cos’è davvero la solitudine

Perché molte persone associano la solitudine a una condizione problematica, alla tristezza, alla malinconia e persino alla depressione?  Perché temiamo tanto la solitudine? Perchè gli aspetti sociali della vita, quelli che riguardano la superficie, tendono a prevaricare la dimensione profonda, l’interiorità. Ma questa non può essere la via della felicità; non sono forse la solitudine e il silenzio a venir praticati dai monaci buddisti nei deserti e nelle foreste per raggiungere l’illuminazione? In ogni tradizione sapienziale, l’allievo che inizia un percorso di elevazione deve anzitutto isolarsi. Non per sempre, non si tratta di diventare eremiti, ma per rigenerarsi attraverso la solitudine, che porta ievitabilmente ad attivare il farmaco più potente che che esista: lo sguardo interiore.

Vivere bene la solitudine si può!

La solitudine, se ben vissuta, permette di ottenere dei benefici inaspettati; è una porta segreta che si apre per metterci in contatto con il nostro mondo interiore dandoci la possibilità di riconciliarci con noi stessi e mirare alla completezza. La solitudine è una nostra alleata, una preziosa consigliera. Ma quando siamo soli e ci sentiamo inadeguati, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo contemplare quel sentimento di vuoto, perché è proprio lui che ci curerà e ci rigenererà. I mistici e i saggi lo sapevano bene ed è per questo che amavano raccogliersi in sé stessi. Dunque, che ci piaccia o no, è al vuoto solitario che dobbiamo affidarci se vogliamo approdare alla guarigione e alla felicità.

I nostri consigli pratici

ACCOGLILA

La solitudine è un sentimento naturale, accoglilo. Essere in grado di stare da soli, non significa essere manchevoli di qualcosa ma essere completi. Quando la solitudine arriva, dobbiamo guardarla, aspettare e non fare altro.

CONCENTRATI SUL PRESENTE

Presta attenzione al momento presente e coltiva ogni attimo. Quest’attività ti apre ad esperienze inaspettate, alla pienezza che comprende anche sentimenti negativi come il disagio, la sofferenza, il dolore. Non devi né combatterli né negarli, ma contemplarli. Così, si trasformano nei tuoi migliori alleati.

DEDICATI AD ATTIVITÀ CHE TI PIACCIONO

Dedicati a qualche attività che ti fa piace come lo sport, il giardinaggio, la cucina o quel che più ti è affine. Immergersi nella natura ad esempio permette ai nostri pensieri ridondanti di sbiadirsi, la mente si spegne e tutto può fluire in modo perfetto. Stare nella natura ha effetti positivi sul nostro corpo: migliora la vitalità, aumenta la creatività, stimola la memoria, accresce l’autostima ed il senso d’appartenenza al mondo. Se non riesci a trovare niente che ti piaccia, prova a pensare a cosa ti piaceva fare da bambino o bambina; chi più dei fanciulli riesce a rendere possibile l’impossibile? Se ti piaceva disegnare, correre o leggere…fallo!

PRATICA UN ESERCIZIO IMMAGINATIVO

Chiudi gli occhi ed immagina una persona sconosciuta, fai come facevano gli antichi che immaginavano presenze bonarie o Dei che li proteggessero. Immagina di essere in una fiaba, trasforma la tua solitudine in immagini, perché è quello il linguaggio dell’anima.

PERDITI!

Hai mai provato a perderti? Può sembrare difficile perché siamo sempre stati abituati a cercare sempre certezze e a temere tutto ciò che non è sotto il nostro controllo, ciò che non conosciamo. Prendi una cartina e dirigiti in un posto in cui non sei mai stato, ed una volta lì, spegni il telefono, abbandonati, lasciati trasportare dai luoghi, dai colori, dai profumi, dal vento. L’inaspettato, lo sconosciuto sono i viatici per iniziare a percepirsi in modo nuovo.

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La malattia come occasione di rinascita

Sabato 10 aprile, dalle 10.00 alle 12.00, in webinar causa pandemia, il dottor Raffaele Morelli parteciperà come relatore al convegno La malattia come risorsa, organizzato dall’Ordine dei Medici di Milano in collaborazione con la SIMP, Società italiana di medicina psicosomatica, di cui Morelli è Vice Presidente nazionale.

La relazione di Raffaele Morelli verterà sul tema della malattia come occasione di rinascita. Quando pensiamo a un disagio come l’ansia, o la depressione, crediamo siano qualcosa da eliminare, il negativo che appare nella vita. Marie Louise Von Franz, allieva di Jung, afferma invece: “La nevrosi è spesso un più, non un meno, ma un più non vissuto, una possibilità di accedere a un livello superiore di consapevolezza o di creatività, di fronte alla quale si indietreggia con qualche pretesto”. Compito di una medicina e di una psicoterapia che vogliano essere al passo coi tempi è riproporre con forza al mondo contemporaneo la centralità di questa riflessione.

La partecipazione è gratuita e sono previsti 3 crediti ECM per i medici.

Trovate tutte le informazioni per registrarsi cliccando qui.

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