Se una casa diventa un museo

Se l’ordine diventa un imperativo

Avere la casa in ordine: per molte donne, ma anche per alcuni uomini, è un obbligo a cui si deve assolutamente obbedire. Il significato psicologico di questo perfezionismo domestico è piuttosto chiaro: si proietta sulla propria casa un’ansia da iper-controllo di se stessi, per la quale tutto deve essere super-pulito e super-ordinato. Quali sono gli effetti di questo atteggiamento nel rapporto con gli altri?  Il modo in cui si tratta e si vive la propria casa è in profonda analogia con il proprio modo di essere nel mondo. Ciò significa che se una persona ha il problema di non poter accogliere qualcuno nel proprio appartamento se non viene avvertita per tempo, e se per lei è comunque un problema il fatto di avere un ospite in casa, anche per pochi minuti, perché ha la sensazione che ciò gli alteri l’ordine che aveva così meticolosamente creato, questa difficoltà sussisterà anche nei rapporti umani. Quella persona vivrà un’analoga difficoltà nel caso in cui ci sia da cambiare programma all’improvviso, o ad accogliere il disagio o i problemi di una persona, o ancora a far sentire il calore dell’amicizia.

Uno specchio senza aloni e senza…calore

È come se la fatica e l’intima opposizione a ospitare nella propria casa fosse lo specchio di una più grande difficoltà ad essere disponibile con gli altri, ma in fondo innanzitutto con se stessi e con le proprie vere esigenze. Queste persone, così come non possono utilizzare la propria casa in modo plastico e adattabile alle varie necessità (dato che ciò che domina è l’ordine assoluto), allo stesso modo non possono attingere ad alcune parti importanti di sé per la paura inconscia di creare un disordine interiore, che sentono come fortemente perturbante. È un atteggiamento che riduce fortemente la “quantità di vita vivibile” e mette anche gli altri nella condizione difficile di non sapere mai se chiedere o non chiedere, se chiamare o non chiamare. Ma per fortuna si può rovesciare la situazione: se una persona vuole essere più “morbida” nei rapporti ma non riesce a farlo direttamente, può provare a diventarlo innanzitutto con la propria casa, “perdonandole” ad esempio un po’ di disordine. Basterà questo per aprire una nuova disponibilità verso gli altri, per diventare umanamente più ospitale.           

Tutto al suo posto: una freddezza che “congela”

– L’eccesso di ordine dà un’immagine fredda, inospitale, scostante, a volte noiosa.

– Rende difficile vivere le emozioni e lasciarsi andare.

– Ti fa perdere contatto con la tua dimensione interiore.

– Riduce di numero, qualità e profondità le relazioni.

La guida pratica

Scopri altri interessi

Se dedichi così tanta attenzione all’ordine domestico, vuol dire che stai sfogando in quel modo “alternativo” una gran quantità di energia vitale che non trova forma e spazio in aspetti più autentici e creativi. Fai il possibile per riscoprire interessi e passioni, cose in grado di mettere al centro della tua psiche elementi reali rispetto a questo ordine esagerato e ossessivo.

Fai “vivere” la casa

Quando la tua casa diventa un museo da spolverare, vuol dire che stai bloccando te stesso in una forma rigida e vecchia, incapace di accogliere realmente tutto quanto ti accade oggi. Fai vivere la tua abitazione, falla essere un posto in cui “avvengono le cose”, un centro pieno di vita. Organizza anche solo piccoli ritrovi: valorizzala, e ti sentirai meglio anche tu.

Ritrova il tuo gusto

L’ossessione per l’ordine contrasta i gusti personali e li blocca. Diventa più importante che tutto sia a posto rispetto al fatto che casa tua ti piaccia e sia adatta ai bisogni tuoi e della famiglia. Cambia mentalità: disponi le cose innanzitutto come ti piacciono davvero, non come “devono essere”. Abbiamo bisogno di una casa che corrisponda alla nostra anima, non alle nostre convinzioni.

I super-simpatici temono il vuoto

Allegri, brillanti e seduttivi: ma anche autentici?

C’è un modello culturale dominante che ci vuole così. Lo vediamo sui media, negli spot pubblicitari, nelle offerte di lavoro. E in particolare lo stereotipo della simpatia a ogni costo sembra farla davvero da padrone, ancor più della bellezza. Molte persone ne sono catturate. Sono quelli che escono una sera con persone nuove e devono fare i brillanti, passare subito al tu e lasciare a tutti una sensazione di piacevolezza. Sentono la spinta a risultare quelli più “alla mano”, con cui è più bello stare.

Essere o fingere…

Sul lavoro questa tendenza a volte invade il campo, alterando la professionalità con questo bisogno di risultare “umanamente belli”. Cosa c’è di male, si potrebbe obiettare, nel portare una ventata di simpatia e di allegria in questo mondo così stressato? Se ci si mostra a volte un po’ ombrosi, dimessi e non ridanciani, sono in molti a storcere il naso, a pensare che quella persona sia strana, che abbia dei problemi e, a volte, che sia antipatica e asociale. Fare il simpatico però non significa esserlo davvero. Anzi, chi si forza a esserlo di solito non è così aperto come vuole far credere, anche a se stesso. Al contrario possiede delle “zone d’ombra”, nella sua interiorità, che dovrebbe tentare di conoscere meglio.

Il lato nascosto

Dietro la simpatia forzata spesso si nascondono aggressività, paure radicate, bisogni affettivi profondi: un mondo tutt’altro che portatore di serenità e allegria. E la maschera del brillante non fa altro che scollarci sempre di più da ciò che siamo, crea un personaggio fittizio che soffoca la nostra natura e preclude anche possibilità e qualità nelle relazioni. Il punto è che la vera simpatia non può essere costruita: è qualcosa che si crea spontaneamente di volta in volta e a seconda dell’incontro, come una speciale e misteriosa sintonia tra le persone, e non invece come la caratteristica intrinseca di un singolo individuo. Voler piacere a tutti, e magari pure riuscirci, è segno che, magari senza accorgercene, abbiamo messo una maschera per farci accettare. Togliamola: avremo relazioni più autentiche e un consenso reale.           

Le conseguenze: se reciti sempre, non sai più chi sei

  • Ti imprigioni in un personaggio costruito
  • Ti circondi di relazioni che non ti appartengono
  • Mantieni i rapporti a un livello superficiale
  • Alla lunga, vieni considerato infantile

La guida pratica

Il silenzio non è così “tremendo”: impara a godertelo

Conta le tue battute

Fare il simpatico spesso diventa una tendenza compulsiva a fare battute per strappare un sorriso o per piacere. Osservati. Se sei un “simpaticone” vedrai che sono troppe. Fai il possibile per trattenerne alcune e lasciare spazio o a tue osservazioni meno “sopra le righe”, o all’interlocutore o, a volte, al silenzio. Non sentirti sempre in obbligo di dire qualcosa.

Esprimi le tue idee 

Non dimenticarti che in una relazione è importante che l’altro sappia chi sei, non chi cerchi di apparire. La simpatia a ogni costo ostacola questa dinamica. Inverti la rotta e sforzati di dire ciò che pensi nel modo più adatto a ogni circostanza, non di fare il simpatico. Se poi, in tutto questo, risulti simpatico e c’è anche da ridere, meglio così.

Cerca la sintonia

La simpatia forzata nasconde in molti casi un forte bisogno di accettazione. È questo il punto da risolvere. Lo puoi fare non cercando di estorcere all’altro la conferma di essere una bella persona, ma puntando alla sintonia fra di voi, all’intesa (mentale, amicale, affettiva, professionale, creativa). La sintonia ci fa sentir parte di qualcosa, la simpatia a tutti i costi è schiava di una scarsa autostima.

Al lavoro con il sorriso

La crisi che stiamo vivendo è portatrice di stati clinici preoccupanti come ansia e depressione in chi ha perso il lavoro, insicurezza e paura per il futuro anche in chi disoccupato non è. Molti sono coloro che vivono il presente con ansia, spesso perdono fiducia nelle proprie capacità o in quelle di chi guida l’azienda. A volte si rischia diventare apatici, poco collaborativi coi colleghi, ci si trincera in una situazione di autodifesa costante. I conflitti aumentano e, pian piano, si rischia di perdere la motivazione al lavoro. In altri termini viene a mancare la fiducia: nell’azienda, in sé stessi, negli altri. Queste reazioni sono però controproducenti e non fanno che peggiorare la situazione. Come reagire a una situazione di crisi, imparare a vivere senza cadere nella depressione e usare la nostra intelligenza, guardare avanti, usare la  nostra tenacia per uscirne? Ecco in breve le regole.

Ribaltare la prospettiva

Spesso in questo modo si scopre nella difficoltà che stiamo vivendo un’opportunità nascosta: e se fosse un bene per me questo evento? Le cose non hanno mai uno sviluppo preordinato: se ci manteniamo aperti e curiosi potremo volgerle a nostro vantaggio.

Agire senza lamenti

Lamentarsi significa focalizzarsi sul problema e rallentare la soluzione. Restiamo invece nel qui e ora. La situazione non cambierà per magia per cui cominciamo ad agire oggi, senza pregiudizi, senza aspettative o ripensamenti.

Circondarsi di gente felice

Soprattutto in momenti difficili abbiamo bisogno di relazioni appaganti, le sole che hanno un effetto benefico sulla salute e sull’attività del cervello. Un cervello “nutrito” di buone relazioni è in grado di affrontare i problemi e trovare in sé le soluzioni migliori.

Ritrovare la calma

Se non si è calmi non si può risolvere nulla perché lo stress condiziona la mente a vedere in modo distorto.

Guardarsi senza accuse

Osserviamoci con calma, senza sovrapporre valutazioni, consapevoli che “bene” e “male”, “giusto” o “ingiusto” sono categorie morali che poco hanno a che vedere con la nostra identità. Essere se stessi significa alimentare la nostra autostima.

Non cercare le cause

Se abbiamo perso il lavoro, non soffermiamoci sulle cause. Ogni volta che pensiamo alla possibile causa del disagio in realtà lo stiamo aumentando ed entriamo in un’atmosfera di sofferenza che non ci aiuterà a trovare le energie giuste per risolvere il problema.

Vivere appieno le emozioni

Se siamo arrabbiati, meglio un pugno sul tavolo di un sorriso ipocrita. Un po’ di sana collera è importante, serve a far capire che prendiamo a cuore la situazione nella quale siamo coinvolti. Dopo la collera interviene un momento di placida distensione, quasi di liberazione.

 

Parlare con il partner

Se viviamo stati di preoccupazione, non nascondiamo i nostri sentimenti a chi ci è più vicino.  Chiediamo attenzione al nostro partner, ci potrà ascoltare con empatia, mostrare interesse e farci vedere la situazione da un’altra prospettiva, aiutarci almeno emotivamente.

 

Coltivare il coraggio

Capita a tutti di avere cedimenti, di pensare che non si può far nulla. Inutile opporsi: accettiamo i momenti di sconforto dando loro un “tempo”. Percepire il dolore aiuta a “consumarlo”, così da ritrovare poi il coraggio di agire senza essere frenati dal passato.

 

Non isolarsi

Se ci isoliamo finiremo per pensare troppo e male, diventeremo sospettosi, aggressivi, arroganti ed egocentrici. Se invece ci sentiamo sostenuti, potremo liberare le nostre energie.

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