Come va con Eros?

Che spazio ha l’energia erotica nella tua vita? È centrale o marginale, un accessorio o una risorsa sempre presente? Scopriamolo con poche semplici domande.

Il check-up: rispondi “sì” o “no” a queste domande

1. Ti piace molto ma è già impegnato/a: reprimi mentalmente la passione?

2.  Cerchi di frenare le fantasie sessuali con persone diverse dal tuo partner?

3.  Sesso senza amore: è sempre un po’ squallido?

4.  Fantasticare con insistenza su un “terzo”, indica che il rapporto è in crisi?

5.  Ogni tanto lo/la desideri, ogni tanto no: è un problema?           

La tua “diagnosi”

Se hai 3 o più “no” è tutto ok! Ma se hai 3 o più “sì”, si impone una riflessione…

Domande e pensieri possono spegnere la voglia di vivere

Cosa distrugge l’eros? I pensieri, i modelli mentali fissi, i commenti con cui lo circondiamo: “Io mi so controllare, non perdo mai la test”… e ancora…”Se lo amo perché ogni tanto voglio stare per i fatti miei?”… “Ma poi, lo  amo davvero? E lui mi ama davvero o vuole solo usarmi?”….”Se ci si vuole bene, si può anche fare a meno del sesso”…”Pensare a un altro è già tradire”. Questo mix di domande e di imperativi morali è troppo cerebrale, lontanissimo dall’eros. Lo stai inscatolando in una mentalità statica: così la spegnerai.

Vivilo senza pensieri e scordati di tutto

La presenza dell’energia erotica dice molto sul nostro stato di “salute”. È un’energia che non coinvolge solo la riproduzione, ma investe a cascata tutto il nostro essere: senza il suo calore, la vita perde di intensità, le passioni sfumano, tutto diventa grigio. Anche la salute fisica ne risente: la passione rinforza le difese immunitarie e tiene lontane tutte le malattie. Dunque. cosa accade quando Eros ci fa visita? La mente e i pensieri “razionali” sfumano, la nostra solita identità si fa labile, come per accogliere un’energia molto più grande di noi. L’energia erotica arriva proprio per questo: perché ci dimentichiamo chi siamo e lasciamo spazio a una forza infinita, universale: il “dio Eros” che col suo fuoco fa vivere tutte le cose. Per questo dobbiamo permettere alla passione di abitare in noi senza censure, così da rendere “caldi e luminosi” tutti gli aspetti della nostra giornata. Anche quelli più lontani dall’erotismo.

Lasciala scorrere

La soluzione non è darsi al libertinaggio a tutti i costi, ma lasciare che l’energia erotica scorra nella mente, andarla a cercare quando da un po’ non ci visita. In questo modo attiveremo un concerto di facoltà creative: la sensualità, l’intuizione, tutte quelle risorse capaci di  rivitalizzarci e di guidarci nei momenti difficili.

Spazio ai lati misteriosi e sconosciuti

Elimina le domande e i commenti, poni l’attenzione solo al desiderio, alla passione. Se c’è, sistemerà lei tutte le cose, ma se non c’è non serve a niente spaccarsi la testa: al suo momento , arriverà. Quando fai l’amore, prova a pensare che non lo stai facendo con “lui” (o “lei”), ma che tramite lui lo stai facendo con un dio; è l’energia del cosmo che stai toccando con mano. Le tue relazioni, che siano nuove o consolidate, “servono” proprio a questo: sono occasioni per incontrare l’energia misteriosa e sconosciuta di Eros. Quando invece l’altro diventa scontato, quando pensiamo di sapere tutto, di lui e di noi stessi, quando mettiamo la passione in secondo piano rispetto ad altri fattori – l’abitudine, le consuetudini, la morale, i soliti pensieri – allora l’eros fugge via e il rapporto rapidamente si svuota.

La giusta ambizione fa bene

Il confine da non oltrepassare

Un filo sottile separa ambizione e competizione, tanto che spesso i due concetti si sovrappongono: chi ambisce a qualcosa di importante spesso finisce per vivere in modo competitivo anche tutto il resto, portando molto stress nella propria vita. Sempre più spesso in psicoterapia le persone parlano della vita come di una continua sfida in cui sentono il riflesso istintivo di primeggiare. C’è un ritrovo in pausa pranzo con i colleghi e uno fa una battuta? Bisogna farne una sia “la più divertente”. C’è una sera fra amici che si raccontano le proprie esperienze? Bisogna raccontare qualcosa di più “forte” degli altri. E così via…

Sentirsi mancanti

Non si tratta solo di piccole cose: ci sono donne – lo dicono solo in terapia – che sentono l’esigenza di avere un figlio in più delle amiche; uomini che devono arrivare a guadagnare di più di tutti i conoscenti, anche se guadagnano già abbastanza. Appartamenti, automobili, vacanze, stato sociale, numero di amanti, di complimenti, di brillantini: tutto può essere utilizzato, da chi “deve” primeggiare, per spuntarla e sentirsi “il primo”. Anche se non conta, anche se nessuno sta gareggiando. Alla radice di questo atteggiamento che trasforma l’ambizione in schiavitù c’è un problema di identità. Si sente la continua necessità di stabilire una classifica che confermi quanto si vale: tante sfide, per sentire di esistere e valere. In questo modo però non si potrà mai essere felici, perché vivendo un’esistenza comparativa, in cui l’attenzione è tutta sugli altri e non su se stessi, qualsiasi risultato si raggiunga non sedimenterà mai in una sensazione stabile di valore. Ci vorrà sempre un’ulteriore sfida, un’altra effimera vittoria, all’infinito.

Dare davvero il meglio di sé

Per uscire da questo circolo vizioso bisogna recuperare il vero significato dell’ambizione. Ambire non significa primeggiare, ma innanzitutto avere un desiderio di realizzazione e di compimento, volere dar forma ai propri talenti e giungere quindi a un risultato concreto. E implica il fatto di dare il meglio di sé. Se poi alla fine, avendo perseguito tutto ciò, ci si ritrova ad eccellere, tanto meglio, ammesso che conti qualcosa…

I rischi dell’ambizione eccessiva

– Non ci si può mai rilassare
e non si riesce a godere ciò che si ha.

– Nel confronto continuo, si perde 
di vista il proprio reale valore.

– Si rischia di apparire prevaricanti 
e di compromettere le amicizie.

Come reagire: per prima cosa realizza te stesso

Riconosci la tua ambizione

Avere ambizioni è giusto e sano. Del resto il voler primeggiare di continuo può esprimere, seppur in modo sbagliato, il desiderio di fare le cose bene, di essere individui completi. Se è così, facciamo un salto di qualità, perseguendo questa meta in modo più concreto, senza perderci in continui confronti: guardiamo di più noi stessi, le classifiche ci distraggono.

– Stabilisci i limiti 

Se togli di mezzo la competizione, cosa rimane di ciò che stai facendo? Ti piace lo stesso? Ti appaga? Ti rende felice? Sono tutte domande a cui è bene provare a rispondere, per vedere quanto il continuo spirito competitivo stia debordando dai suoi limiti arrivando ad allontanarci da una vita autentica. Se primeggiare diventa lo scopo di tutto, lo stress è dietro l’angolo.

– Apprendi dagli altri 

Trasformiamo il voler primeggiare in un modo più fruttuoso di confrontarci: invece di voler essere “i primi”, osserviamo quel che gli altri hanno sviluppato meglio di noi, i loro segreti per raggiungerlo. È fondamentale nella vita sapersi porre, a volte, come curiosi apprendisti. Se si pensa solo a vincere si impara molto meno, a volte addirittura niente.-

Autostima è non dover sempre vincere

L’autostima non dipende mai dagli altri

“Ce la devo fare a tutti i costi, perché così finalmente dimostrerò a tutti il mio valore”. È questa la frase che forse meglio riassume uno degli schemi più rovinosi che possiamo attuare con noi stessi: raggiungere un risultato, così da poter far vedere a tutti il proprio valore e, di conseguenza, sentirsi finalmente a posto o in pace. Una spinta che non concede tregua: dimostrare è una necessità che non si può non mettere in atto. Per servire questa tirannica richiesta interiore l’interessato può anche trascurare la propria autenticità, la salute, i valori e le persone care. Oppure, pur facendo ciò che gli piace, è costretto a farlo come una prestazione e non come un piacere.

Un bisogno di trofei che nutre senza saziare

In psicoterapia giungono tanti uomini e donne che, al di là delle problematiche specifiche, sono logorate dal dover dimostrare il proprio valore. Per capire perché occorre focalizzarci sulla parola trofeo, quella che esprime al meglio il senso profondo della conquista di un risultato e del suo riconoscimento dagli altri. Trofeo deriva dal greco e significa nutrimento. Ciò suggerisce che, a un livello profondo della psiche, l’ottenimento di un risultato costituisce un prezioso nutrimento per chi lo ottiene. Chi vive per dimostrare dunque sta, senza saperlo, cercando di nutrirsi, di darsi vita. Poiché un “pasto” solo non basta che per poco tempo, saranno necessari continui trofei da raggiungere per placare la fame e mantenersi interiormente vivi in qualsiasi ambito: sociale, professionale, economico, estetico, culturale, creativo…

Un’ansia primordiale che danneggia l’autostima

Che cosa offre questo tipo di nutrimento? È semplice: si tratta di una sostanza che placa l’ansia del non essere amati e accettati e quindi, per certi aspetti, del non esistere abbastanza, del non bastare. Un’ansia primordiale, di cui spesso non si è consapevoli: l’ottenimento del risultato fa credere di aver raggiunto forza e autonomia – e che, per tale motivo, viene “risolta” in questo modo che, a tutti gli effetti, è una nevrosi.

Capire non è la strada

Uscirne però è possibile, anche quando è molto radicata in noi. Il primo passo è quello di accorgersi che, continuando così, la nostra vita sarà spesa a dimostrare qualcosa di cui, tutto sommato, non importa niente a nessuno e forse nemmeno a noi stessi. Chi ci vuole veramente bene non ha bisogno delle medaglie che tanto ci affanniamo a ottenere: ci prende così come siamo. Attenzione però: capire razionalmente che vivere per dimostrare non ha senso è facile, ma prenderne veramente atto in profondità richiede una costante osservazione di sé, perché la tentazione narcisistica di “esibirsi” e di trovare qualcuno che ci approvi è spesso dietro l’angolo, così come anche la paura indefinita ma potente, di essere inadeguati. Per aiutarci, è fondamentale andare alla ricerca, nei modi che ognuno sente più congeniali, di un modo diverso di vivere se stessi, meno giudicante e più amorevole. Solo così le felicità potranno essere frequenti e piene, e non piccole tregue tra una faticaccia e l’altra.

Così fai crescere la fiducia in te stesso

Accogli il senso di vuoto

Se vivi per l’applauso, se il riconoscimento è il solo nutrimento, ti può sembrare che evitarlo coincida con una sorta di digiuno. Ma è proprio per riempire quel vuoto che continui a darti da fare inutilmente. Prova allora, invece di fuggirlo, ad accoglierlo. Cosa senti? Quali sensazioni si affacciano in te? Ansia, paura…? Lascia che arrivino: possono sembrare brutte, ma se fai loro posto in te scoprirai che proprio il “digiuno” può trasformarti. Perché da lì nascerà la capacità di nutrirti anche altri “cibi”, di nuovi modi di essere.

Gli obiettivi non sono totem

Staccarsi dal bisogno di dimostrare non significa rinunciare a perseguire risultati, se questi coincidono con ciò che veramente vuoi o senti, ma modificare il modo di vivere tale raggiungimento. Quel semplice obiettivo non deve diventare il totem che opprime la tua vita.

Trova stimoli nelle nuove amicizie

Fondamentale, per chi è abituato a misurarsi in base al giudizio altrui, è lo sviluppo di nuove amicizie e di contesti che “parlino” un linguaggio diverso da quello delle persone di cui si è circondati. Un linguaggio fatto di assenza di competizione, di maggiore schiettezza e di una umanità più comprensiva. Cambiare l’esterno aiuta il cambiamento interiore.

Tu e il mondo dentro di te

Il rapporto con il tuo mondo interiore è un indicatore fondamentale del tuo benessere. Sai occuparti di te stesso nel modo giusto? Scopriamolo con poche semplici domande.

Il check-up: rispondi “sì” o “no” a queste domande

  1.  Invidia, gelosia, rabbia, rancore: quando provi queste emozioni ti vergogni e cerchi di evitarle?
  2.  Cerchi sempre di essere equilibrato e giusto?
  3.  Sei coerente con le tue idee, metti in pratica ciò che dici? 
  4.  Cerchi di migliorarti lavorando su di te, analizzando ciò che non va bene, facendo esami di coscienza e bilanci?      
  5.  Quando ti senti triste, ansioso o inadeguato, cerchi di reagire, di farti forza, di pensare in positivo?         

Leggi la tua “diagnosi”

Se hai 3 o più “no” è tutto ok! Ma se hai 3 o più “sì” sei in pericolo!

La ricerca dell’equilibrio ti può rendere finto

Hai risposto in prevalenza “sì”? Attenzione: star bene con se stessi non vuol dire essere una persona sempre equilibrata, costante, mai volubile. E non vuol dire evitare le emozioni “cattive” o reagire col sorriso a tutti gli ostacoli. Questo è un modello finto, che non ti può mai corrispondere. Attento allora che il mito dell’essere se stessi non si traduca in un “essere sempre uguali a se stessi”, ovvero ripetitivi,  immobilizzati in un’immagine ideale ma lontana da te. Altrettanto dannosa è l’idea che la profondità d’animo si raggiunga scavando dentro di sé col piglio dell’esploratore che vuole “capirsi”. Così facendo si entra solo in un labirinto mentale: con gli strumenti dell’analisi si scava solo dentro l’io, coi pensieri si arriva solo ad altri pensieri e si perde contatto con la vera fonte di energia, che si trova a monte dei pensieri e delle opinioni.

Le emozioni sono tutte preziose, ti aprono mondi che non vedevi

Il rapporto con noi stessi, con il mondo interiore, è l’architrave di tutto il benessere psicofisico: quanto più ci poniamo in un atteggiamento di ascolto, tanto più l’interiorità ci arricchisce con le sue enormi potenzialità creative e innesca stati di felicità e di piacere. Ma non è un caso, purtroppo, che proprio gli errori che facciamo con noi stessi siano quelli più pericolosi. Di quali errori stiamo parlando?

Serve fluidità

La tendenza a razionalizzare, la tentazione costante di guidare noi stessi, la propensione a volerci “domare”e a sottomettere le emozioni, sono i fattori che indeboliscono il mondo interiore. Quasi tutti i nostri disagi, dalla depressione all’ansia, dal panico all’insicurezza, nascono da qui. Ecco perché è fondamentale che il rapporto con l’interiorità sia fluido.

La cura veloce che ti rimette in salute: non toccare nulla dentro di te

La chiave per stare bene ed evitare rischi per la salute e ritrovare un corretto rapporto con l’interiorità è smettere di voler correggere o cambiare ciò che spontaneamente emerge da dentro. In noi vivono tutti gli stati interiori: la rabbia e l’amore, l’ansia e la gioia, la depressione, l’allegria, l’invidia o la tristezza. Perché combattere qualcosa che è parte di noi? L’anima ci invia questi stati per aprire nuovi mondi interiori, che ci aiutano a orientare la nostra vita in modo più autentico. Forse quella gelosia ci serve per riaccendere una relazione spenta: forse quell’ansia esplode perché i rapporti in cui siamo “incastrati” ci vanno stretti. Cercare di “capire” o di modificare questi stati, interferisce con il lavoro dell’anima e alla lunga ci fa ammalare. Limitiamoci ad accogliere. Così la forza creativa e curativa dell’interiorità può esprimersi appieno.      

Se la depressione è una gabbia dorata

Se la depressione si traveste da alleato

Usare un disagio psichico per ottenere, per avere, per non fare. È possibile? Agire così in modo volontario è molto raro e implica un intento manipolatorio che, per fortuna, non è così diffuso. Ma che la mente possa, in modo inconscio o poco consapevole, individuare in un sintomo lo strumento migliore, in quel momento, per avere dei vantaggi o affrontare situazioni difficili, è sicuramente vero. È ciò che accade in diversi casi di depressione. La persona, per i motivi più diversi entra in crisi depressiva: mentre la vive e sta realmente male, paradossalmente qualcosa in lei si accorge che, attraverso il malessere, può ottenere dei benefici – in psicoterapia chiamati “secondari” –  che prima della crisi depressiva non riusciva ad avere. Ad esempio: può sottrarsi a situazioni a cui non riusciva a dire di no, può sentirsi al centro dell’attenzione di familiari e amici, può indurre gli altri a prendere decisioni che non ha il coraggio di prendere, come quella di lasciare il partner o di mollare un lavoro o uno studio che non piace.

Collusi col disagio

A quel punto la sua mente sceglie, in automatico, di privilegiare questo stato di cose “vantaggioso” e riproduce il sintomo che lo rende possibile – la depressione – anche quando potrebbe ormai già essere guarita o almeno migliorata. La crisi depressiva si protrae nel tempo, diventando il modo di essere principale della persona. Tutto ciò ovviamente non va , sia per chi è depresso sia per chi gli vive accanto. Il depresso rimane bloccato in questo assetto psichico nevrotico, precludendosi non solo la possibilità di guarire, ma anche di continuare il proprio sviluppo psichico. Chi sta accanto rischia invece di vivere “sotto ricatto”: la sua libertà di essere e di agire è limitata dal sintomo di chi sta male, che fa leva sulla propria condizione per suscitare negli altri un senso di colpa e ottenere così una serie di “diritti”, a scapito di quelli altrui. Bisogna uscire al più presto da questa situazione: essere depressi non impedisce di ragionare e rendersi conto che si sta seguendo la strada sbagliata. Aiutare una persona depressa non significa sottostare a tutte le richieste che fa a getto continuo.

I motivi per cui si “usa” la malattia

È una scusa per troncare o delegare

– Sottrarsi a richieste e situazioni senza dire un “no” diretto.

– Attirare l’attenzione su di sé, farsi servire e rispettare.

– Manipolare partner e amici a proprio piacimento.

– Concludere un rapporto di coppia senza sentirsi in colpa.

– Delegare ad altri incombenze spiacevoli o fastidiose.

La guida pratica: approfittane per guarire

Osservati con onestà: se stai usando la tua depressione per avere vantaggi, non puoi non accorgertene. Attenzione: non si tratta di sentirsi in colpa per questo. Ciò che persegui col “ricatto” dei sintomi, ti indica quella che spesso è la vera “causa” della tua crisi depressiva. Ad esempio: se li usi per dire “no” a qualcosa, forse la depressione è nata proprio dal dire troppi “sì”, cioè dal vivere situazioni non autentiche, da cui la depressione cerca di “salvarti”. Se la usi per uscire da una relazione stantia, proprio lì c’è qualcosa che non va. E così via. Se impari – eventualmente con l’aiuto di una psicoterapia – ad affrontare queste situazioni in modo sano, la depressione non ti servirà più e allo stesso tempo avrai migliorato il tuo sviluppo psichico.

Amici e familiari: il consiglio in più

Aiutare un depresso non significa compiacerlo

Cosa fare se un amico o il partner si comportano così con noi? Non è facile capire quando l’altro ci sta manipolando, ma se ti senti forzato a fare cose che non faresti mai, se senti che ti vengono richieste rinunce continue, se ti senti sotto ricatto, vuol dire che è così. Bisogna comprendere che il vero aiuto che si può dare a una persona depressa non è compiacerla in tutto o star dietro a ogni sua richiesta, ma offrire presenza, supporto e dialogo associati a una fermezza nel non permettergli di abusare della sua posizione di “malato”.

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