Raffaele Morelli: Ti senti in gabbia? C'è un lato di te che non stai esprimendo
L'aiuto pratico

Raffaele Morelli: Ti senti in gabbia? C'è un lato di te che non stai esprimendo

Nella vita di tutti i giorni le cose ti sembrano scontate, senza gioia, senza divertimento? La felicità non si è allontanata, stai semplicemente guardando dalla parte sbagliata! Chiudi gli occhi e cambia abito mentale!

Qualche tempo fa è venuta da me Giulia, 35 anni, per dirmi che, nonostante tutti i suoi sforzi e le fatiche di anni, non era riuscita a far avverare il suo sogno: diventare una donna realizzata. «Che cos’è per lei una donna realizzata?» le ho chiesto.

«Sono al terzo matrimonio e sono scontenta: anche nel rapporto con il mio ultimo marito sono insoddisfatta. Ma non posso divorziare un’altra volta, lei capisce?».

«Quindi per lei essere realizzata è avere un matrimonio che funziona?» le ho chiesto. Mi ha risposto di sì.

C’è un errore di fondo che imperversa ancora, nella nostra epoca: l’idea che la nostra realizzazione si costruisca prima di tutto con il matrimonio, con un rapporto che funzioni. Giulia non si domanda se la sua insoddisfazione non dipenda piuttosto dal fatto che non sta esprimendo un lato del suo carattere, della sua personalità, che così viene soffocato e si trasforma in disagi, scontentezza, apatia, insoddisfazione.

Cerchiamo sempre all’esterno le cause della nostra infelicità (nel caso di Giulia i matrimoni che non funzionano), oppure nel passato, nella storia, nei genitori. Invece bisogna guardare che cosa non stiamo esprimendo di noi stessi. Se nel mio inconscio c’è una capacità, un modo di essere che fa parte di me e non lo esprimo, prima o poi mi ammalo o comunque sarò infelice. Queste capacità interne a volte si rivelano nei sogni. Sentite cosa mi dice Silvia.

raffaele morelli

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Troppi pesi

«Ciao, sono Silvia, ho 37 anni e attraverso un momento difficile. Sono sempre stata una persona che si è presa le sue responsabilità senza lamentarsi. Mi sono sposata a 21 anni, a 24 ho deciso insieme a mio marito di aprire un’attività commerciale che mi ha dato tante soddisfazioni, anche se mi portava via tutto il tempo, visto che lavoravo dalla mattina alla sera e nel frattempo sono arrivati due figli. Poi qualcosa è cambiato, dopo 12 anni di matrimonio sono arrivate le prime difficoltà ed è andata sempre peggio fino ad arrivare alla separazione.
Oggi dopo tre anni mi trovo a gestire da sola la mia attività per mantenere due figli e il mio ex marito. Ho trovato un compagno, più giovane di me di nove anni, con il quale mi sembra di rivivere la mia giovinezza. Sì, perché sebbene io sia ancora giovane, mi sento vecchia. Sono insoddisfatta della mia vita, tutte quelle responsabilità prese così presto… Mi sento in gabbia. Oggi odio il mio lavoro, amo i miei figli ma a volte, mi vergogno a dirlo, sono quasi un peso per me, ora che vorrei godermi un po’ la vita. Ed eccolo che si presenta ogni volta un sogno, ricorrente ormai da tanti anni.
Sono in una casa, che nel sogno è la mia ma non nella realtà, e all’improvviso scopro delle porte che danno accesso a delle stanze sconosciute, dove a volte ci sono amici o addirittura danno accesso a locali di divertimento. E sono sempre sorpresa di non aver scoperto prima quelle porte. Dopo essermi trattenuta per un po’ voglio ritornare in casa mia, ma non trovo più la porta che inizialmente mi ha fatto arrivare lì. So che questo sogno vuole dirmi qualcosa, non può essere un caso fare sempre lo stesso sogno da anni. Cosa vuole dirmi?».

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L'anima è giocosa

Sì, nei sogni ricorrenti è presente una tendenza dell’anima che vuole essere vista, riconosciuta, accolta. La “donna vecchia” nel sogno di Silvia è sostituita da una casa, la sua vera casa, dove ci sono gioia, divertimento, passione. Il suo Io è sorpreso di vedere quanto “giocosa” sia la sua anima, mentre nella vita di tutti i giorni tutto è scontato, senza piacere, senza divertimento.

Ci si “sente in gabbia” perché un lato di noi non sta emergendo, non trova spazio, è stato soffocato. Così il problema di Giulia non erano i matrimoni, ma il lato di sé che scompare ogni volta che si sposa: diventa tutta casa e famiglia, si riempie di responsabilità, che peraltro nessuno le ha chiesto di assumersi.

Le ho fatto chiudere gli occhi e l’ho invitata a immaginare due abiti con cui vestirsi. Ha scelto un abito serio, “da educanda”, mentra l’altro era quello di un Arlecchino, la maschera dai mille colori. Entrambe le donne volevano coesistere: ma in ogni suo matrimonio Arlecchino veniva soffocato, lei si sentiva in gabbia e stava male.

Silvia vive lo stesso problema: la “stanza del divertimento” non è affatto scomparsa, come le ricorda il sogno ricorrente. Deve andarla a ritrovare e, per farlo, occorre liberarsi dell’abito mentale, delle responsabilità di lavoro, di madre e così via. Si sentiva in gabbia perché aveva perduto un aspetto di sé, così come Giulia aveva perso il suo Arlecchino.

Il malessere ci indica che un lato della nostra personalità è stato messo troppo in ombra. Per stare bene bisogna immaginare il lato di noi che non viviamo. Proprio così, basta immaginarlo: non c’è bisogno di cambiare vita.

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raffaele morelli
Psichiatra e Psicoterapeuta. Fondatore e Presidente dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, Direttore responsabile delle riviste Riza Psicosomatica, Dimagrire, MenteCorpo.
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