Coronavirus: no all'allarmismo evitabile
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Coronavirus: no all'allarmismo evitabile

Le epidemie come il coronavirus creano ansia nella popolazione, complice un eccesso di informazioni errate: quali meccanismi psicologici si mettono in atto in questi casi?

In questi giorni le prime pagine di tutti i quotidiani nonché i TG televisivi e radiofonici si occupano senza eccezioni del nuovo virus proveniente dalla Cina, che tutti conoscono come coronavirus. Nel giro di poche settimane quel che sembrava essere un fenomeno circoscrivibile alle prime comunità coinvolte si è rivelata una pandemia che ha superato agevolmente i confini della Repubblica Popolare arrivando in Europa e anche in Italia. Naturalmente, la preoccupazione delle autorità sanitarie è giusta e occorre attenzione nell’adottare le precauzioni igieniche del caso, ai fini di ridurre il più possibile i rischi di trasmissione del contagio, in attesa che la comunità scientifica riesca a predisporre contromisure adeguate.

Il prezzo salato delle paure eccessive

Ciò premesso, il coronavisus ci dà l’occasione per riflettere su alcuni particolari meccanismi psicologici che, complice l’allarmismo e la tendenza “clickbait” tipica dell’informazione contemporanea (titoli urlati, immagini drammatiche, enfasi sugli aspetti più preoccupanti del fenomeno) concorrono a creare un surplus di paura nella popolazione, soprattutto fra le fasce più deboli, spesso prive di quegli anticorpi “culturali” che consentono di mantenere una giusta distanza dagli eventi e soprattutto dalla loro narrazione pubblica.

Non bastasse, circola nel web un volume impressionante di “fake news” sul tema, con il consueto corollario di complotti, trame occulte e sedicenti virologi alternativi che si incaricano di informarci che, come al solito, il sistema si fa beffe di noi e agisce alle nostre spalle per bieco interesse o peggio. La stessa OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha dovuto emettere un comunicato di censura per tentare di arginare la diffusione di notizie false e allarmistiche, non ultima quella che affermava che anche i prodotti provenienti dalla Cina (come gli alimenti degli innumerevoli ristoranti orientali) potevano trasmettere il virus.

L’ansia crea falsi bisogni

Come può reagire una persona sottoposta a un simile bombardamento massmediatico? In primo luogo mettendo in campo meccanismi di difesa che non hanno a che vedere con il problema in sé, ma con il terrore emotivo che viene costruito dagli eccessi informativi di cui sopra. Non ci difendiamo dal coronavirus, ma da come ce lo hanno presentato e quindi non può sorprendere che si assista alla fuga dai take away cinesi, che in presenza di una persona dai tratti orientali qualcuno senta il bisogno di proteggersi oltremisura o che qualcuno avanzi ipotesi bizzarre e irrealistiche di quarantene collettive cui sottoporre i bambini cinesi prima di ammetterli a scuola.

La verità è che ogni pandemia (ne abbiamo già affrontate moltissime in passato) porta con è un certo numero di vittime, ma molte meno che altri fenomeni come gli incidenti stradali, il fumo di sigarette, l’abuso di alcool, per tacere delle stragi che molte malattie curabilissime fanno tuttora nei paesi più poveri del mondo. Complice il fatto che si tratti di un virus “aereo” e che quindi possa teoricamente colpire tutti, questo tipo di patologia risveglia probabilmente nella popolazione, in particolare quella anziana e quindi più a rischio, timori ancestrali di quando le epidemie falcidiavano la popolazione. Questo si traduce facilmente nella ricerca del colpevole, del capro espiratorio, nel bisogno di rifugi sicuri e in un atteggiamento chiuso e diffidente nei confronti di tutti gli orientali, anche se magari si tratta di persone che la Cina non l’hanno vista mai.

Informarsi: la prima arma di difesa

Si tratta insomma di un meccanismo di difesa non tanto dal virus, quanto dall’angoscia del virus, del contagio che evoca oscuri ricordi di caccie alle streghe, di “dagli all’untore”, di colonne infami di manzoniana memoria. Da sempre, la paura eccessiva obnubila la mente, inibisce il ragionamento, promuove muri e divisioni del tutto inutili. Anche per questo, sarebbe opportuno che i mass media e chiunque abbia responsabilità nel diffondere notizie così delicate, lo facesse ben consapevole della portata di quel che si afferma e di come sia facile che l’informazione scappi di mano e un topolino partorisca una montagna, con tutte le nefaste conseguenze del caso. In queste occasioni, non prestiamo le orecchie agli sciacalli che veicolano pericolosi allarmi e impariamo a vagliare con attenzione le notizie che giungono alla nostra attenzione. Non fermiamoci ai titoli, informiamoci con attenzione e rigore. Vivremo meglio noi e le persone care che ci circondano.

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