Una vita piatta porta alla depressione: come reagire
Depressione

Una vita piatta porta alla depressione: come reagire

Se la noia riempie le tue giornate, stai guardando in una sola direzione e quindi il problema non è il paesaggio ma lo sguardo: cambiarlo scaccia la depressione

Come restituire vitalità a una vita che sembra avvolta da una nebbia grigia? Come uscire da una noia esistenziale che è spesso anticamera della depressione ? La saggezza di tutti i tempi ha una sola risposta: cambiando direzione al nostro sguardo. Bisogna ribaltare il punto di vista consueto che considera la noia e la conseguente depressione solo come nemici da sconfiggere. Al contrario occorre prendere coscienza che proprio lì in quel piattume, in quella monotonia, è nascosto un passaggio segreto verso possibilità sorprendenti, una capacità di rinnovamento e rinascita che spesso ci si scorda di avere. Del resto, solo nella terra scura dell'anima qualcosa di nuovo può germinare, ma per coglierlo occorre inabissarsi in essa, il che significa simbolicamente entrare in un contatto profondo con la tristezza, il senso di vuoto e inutilità che a volte ci pervade.

Quando noia e depressione dominano l'orizzonte...

Mario scrive alla redazione di Riza psicosomatica:

“L’entusiasmo per la vita è sparito e non so più che cosa mi piace. Ogni giorno è un lento e inesorabile proseguimento di quello precedente. Niente di nuovo. Niente di coinvolgente, una vita piatta e senza stimoli. La verità è che mi annoio terribilmente e mi sento in piena depressione. È tutto un dovere, una prescrizione, una serie di responsabilità che costantemente mi riportano coi piedi per terra quando fantastico che vorrei andarmene e ricominciare. Vorrei trovare un hobby vero, dopo tutti quelli che ho abbandonato negli anni perché inutili. Ma cosa faccio se nemmeno io so cosa mi accende...”.

La depressione spegne una vita fatta di soli doveri

Sogna una vita diversa, Mario, un'esistenza fatta di gratificazioni che non arrivano, di piaceri che non si permette di vivere. Intanto, cosa fa? Come lui stesso afferma, si riempie la vita di compiti da assolvere, cose da “sistemare”. Alla fine, in questa prigione edificata da se stesso, non ricorda più che il seme dei suoi talenti è l’unico mezzo per far germogliare una vita ricca e soddisfacente. Oggi Mario non riconosce i suoi semi, troppo concentrato com'è verso il mondo esterno per poterli notare, troppo impegnato a misurarsi con un ideale di Sé irraggiungibile. Le sue fantasticherie su “una vita diversa” rappresentano solo la fuga da una realtà difficile da sostenere e lo portano costantemente a orientare la sua attenzione su ciò che manca e quindi verso la depressione. Morale: Mario è sempre “sul pezzo”, quando dovrebbe comprendere che l’unico modo per uscire da quella gattabuia è proprio allontanarsi da quel pensiero fisso e costante, che lo tormenta senza dargli alcuna soluzione.

Abbandona il tribunale che hai costruito tu!

Che fare? Occorre “scendere” dentro sé e percepirsi. La depressione che ha colpito Mario è il mezzo con cui il suo inconscio gli impone il contatto con il mondo interiore. È come se in quella prigione di impassibilità si fosse aperta una botola provvidenziale, anche se fatta di tristezza: un passaggio segreto che lo conduce al mondo delle sue vere immagini interiori, le uniche a potergli comunicare cosa desidera davvero. Proprio come Alice nel Paese delle Meraviglie che, attraversando un tunnel, arriva in “un mondo a rovescio” e ribalta tutte le sue convinzioni giungendo, alla fine del viaggio, a comprendere che il tribunale indetto dalla Regina di cuori era solo un pretesto per l’affermazione di Sé. Compreso questo, infatti, Alice si sveglia...

Non fissare l’orizzonte, scendi nella tua "terra vergine"

"Sono triste perché non riesco a realizzarmi, mi sento vuoto perché non faccio quello che voglio. Ma non so nemmeno io cosa voglio, non so cosa sento". Sono le frasi tipiche di chi si è talmente allontanato da sé da non riuscire più a percepirsi. Pensieri limitanti che sfiniscono perché orientati alla “mancanza”, a ciò che vorremmo ma non arriva. Chi vive questa situazione, spesso, ha la sensazione inconscia che se qualcosa “dall’alto”, non arriva, nulla potrà mai cambiare. Il problema è proprio questo: aspettarsi un intervento esterno senza portare nessun cambiamento nel proprio modo di vedere le cose. Il metodo migliore per uscire da questa situazione è proprio cambiare lo sguardo. Virare l’attenzione verso il basso, verso una terra “vergine”, da manipolare e modellare. Largo dunque a tutte quelle attività che consentono di “scendere giù”, di sporcarsi con il proprio lavoro, di incontrare parti di noi che nemmeno sospettavamo di avere.

Metti le mani in pasta

Seguendo le tue naturali inclinazioni, sono utili tutte le operazioni al contempo manuali e creative: dalla cura dell’orto al giardinaggio, alla cucina, dal bricolage alla pittura (meglio se effettuata con i colori a dita, reperibili in qualsiasi cartoleria); non devono essere dei capolavori ma solo mezzi di espressione del proprio mondo interiore.

Poi chiediti cosa senti

Mentre svolgi questi lavori manuali domandati: cosa sento? Cosa percepisco? Che sensazione mi dà la terra tra le mani? E il colore sperimentato sul foglio? Cosa mi suscita, quali ricordi evoca il profumo di una torta appena sfornata? Fare delle azione pratiche consente di sperimentare il “frutto” del tuo talento creativo distraendoti dal pensiero che assilla. Spostare lo sguardo sulla dimensione più pratica, in quest’ottica, ti consente di trovare un filo conduttore tra l’alto e il basso, tra testa e corpo, tra ideali e reale, ciò che sta fuori, all’esterno, e ciò che dimora nel regno della tua interiorità.

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