Sono i difetti a renderti speciale

Li chiamiamo difetti ma sono il “seme” di caratteristiche personali che non sono ancora emerse; se non li correggiamo diventeranno le nostre “armi segrete”.

Sono i difetti a renderti speciale
Redazione Riza
Da oltre 40 anni offre strumenti pratici per migliorare la vita quotidiana.
21.11.2011
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Difetti: dobbiamo accettarli, ma guardarli

Perché è così difficile “accettare i propri difetti”? Perché ci sembra di rifare sempre gli stessi errori? Perché non riusciamo a “migliorare”? Perché accettare quelli che chiamiamo “difetti” è un obiettivo contorto, il prodotto di una mentalità sbagliata all’origine.

Pensateci bene: imporsi di “accettare i propri difetti” significa innescare il seguente meccanismo.

  • Mi vedo dei difetti, il che significa che mi giudico, che giudico buona o cattiva una parte di me.
  • Ma se inizio a giudicarmi, ci sarà sempre qualcosa che, prima o poi, non mi andrà bene di me, perché mi sto paragonando a un modello di perfezione irraggiungibile;
  • Quindi sarò destinato a sentirmi sempre in difetto, a volermi correggere, a non andarmi mai bene, in poche parole: a stare male.

A questo si aggiunge un altro rischio: il confronto costante con un’idea di perfezione non solo mina l’autostima, ma alimenta ansia e frustrazione, trasformando la nostra esistenza in un obbligo stressante anziché in un fluire armonico e spontaneo. Così, paradossalmente, più ci imponiamo di accettare i nostri “difetti”, più ci allontaniamo dalla vera accettazione di noi stessi.

 

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Lascia che sboccino

Cosa vuol dire infatti che “dobbiamo accettarci”? Farci piacere ciò che non ci piace e colpevolizzarci se non ci riusciamo? Essere felici di tutte le nostre sconfitte, anzi, ritenerci pure fortunati? Così non funziona: è come se ci dicessimo: guarda, sei un debole, ma se ti rassegni a questo tuo “difetto”, se abbassi le aspettative, vedrai che non ci penserai più.

E se invece non fossero per nulla difetti da cancellare? Se fossero invece elementi preziosi, il seme della nostra stessa originalità? Forse la timidezza è come un “sonar” che ci rende più ricettivi e capaci di cogliere le sfumature; forse la gelosia sta preparando per noi un modo diverso di amare e nuovi incontri; forse un momento di debolezza o di vergogna vuole insegnarci a essere cedevoli…

Anziché giudicarli, perché non proviamo a seguirli? Da quei semi, da quei comportamenti può sbocciare ciò che ci rende unici. Un albero, nel corso della sua vita, o un bambino che gioca, non hanno bisogno di “accettare se stessi”, semplicemente “sono quello che sono”, istante per istante: rigogliosi o cadenti, allegri o arrabbiati; senza diktat che impongano loro cosa sarebbe giusto sentire o essere in quel momento. Solo così possiamo tornare a essere naturali, riscoprendo la libertà di vivere senza giudizio e senza forzature.

 

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Se li fai evolvere faranno sbocciare le tue capacità

Quando ti sembra di ripetere sempre gli stessi sbagli, significa che ti stai ostinando a voler modificare una parte di te in base a un’ideale cui ti sei messo in testa di assomigliare. Ma proprio lì, in quegli “sbagli”, parla la parte vera di te, che infatti continua a ritornare. La tua volontà di liberartene innesca invece un lavorio senza fine, che ti porta a giudicarti e confrontarti costantemente con modelli impossibili da raggiungere.

Per l’anima non esistono pregi o difetti. L’anima è una fonte di infinite emozioni, tutte preziose, ognuna delle quali va soltanto percepita e accolta. Prova allora a partire proprio da quei comportamenti che non ti piacciono: che energie esprimono? Dove vogliono portarti? Ascoltali e seguili: ti diranno dove devi andare, indicandoti la strada verso una comprensione più autentica di te stesso e dei tuoi desideri più profondi.

Redazione Riza
Da oltre 40 anni offre strumenti pratici per migliorare la vita quotidiana.

I contenuti sono curati da un’équipe di esperti e terapeuti, guidata dall’esperienza del gruppo Riza, punto di riferimento riconosciuto nel panorama della psicosomatica, della salute mentale e fisica.

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